Per i paradossi della storia, Mario Draghi ha iniziato la sua carriera pubblica come uomo delle privatizzazioni e si prepara a entrare a palazzo Chigi nel momento di massimo ritorno dello Stato azionista, che tiene in vita le aziende decotte e deve costruire una politica industriale molto interventista. 

La cosa più importante che Draghi ha fatto da direttore generale del ministero del Tesoro  è stata gestire l’uscita dello Stato dal sistema di partecipazioni statali, quelle del ministero e quelle del’Iri, l’Istituto di ricostruzione industriale che si era gonfiato a dismisura. 

Bisogna tornare al 1992 per capire se la scelta di smantellare il sistema di banche, finanziarie e imprese pubbliche è stato un errore, una necessità o una opportunità in gran parte sprecata.

«Si fa un'opera convincente di privatizzazione, improntata alla massima trasparenza (ribadisco che il concetto di trasparenza è estremamente importante) ed essa trasmette ai mercati finanziari un segnale di credibilità per l'Italia, che si traduce in tassi di interesse più bassi», così l’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi spiegava nel 1993 il senso di quella stagione che si apriva all’insegna delle polemiche per la sua partecipazione a una riunione di banchieri inglesi e finanzieri italiani sullo yacht Britannia, il 2 giugno del 1992, a Civitavecchia. 

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Una delle infinite teorie del complotto straniero ai danni dell’Italia ha oscurato l’analisi di una scelta che non era soltanto finanziaria e che non era certo dettata da suggerimenti stranieri arrivati da quel convegno sul panfilo.

Il discorso di Draghi sul Britannia, che è stato pubblicato per la prima volta soltanto pochi mesi fa dal Fatto Quotidiano, offre molte indicazioni per capire con quali lenti analitiche Draghi guarderà all’economia italiana in questa stagione complessa.

La crisi del 1992

Guardiamo allora quel momento cruciale del 1992. Una associazione di banchieri inglesi, interessata alla imminente fase di privatizzazioni annunciata dal governo Andreotti, organizza una crociera di un giorno sul Britannia, rilevato dalla regina Elisabetta: Draghi definisce l’invito “esotico”, ma sia il ministro del Tesoro Guido Carli che il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi sono d’accordo che partecipare sia utile: la reputazione dell’Italia sui mercati internazionali è disastrosa, uno dei tanti governi guidati da Giulio Andreotti ha firmato il 7 febbraio il trattato di Maastricht, ma nessuno crede che l’Italia possa rispettare gli impegni sui conti pubblici.

Dieci giorni dopo la procura di Milano dispone l’arresto di un manager socialista, Mario Chiesa, e l’inchiesta di Mani Pulite inizia a scoperchiare la Tangentopoli dei partiti corrotti. Una corruzione alimentata in gran parte dalla spesa pubblica che scorre nel sistema delle partecipazioni statali.

Quell’anno il deficit supera l’11 per cento del Pil, il debito pubblico per la seconda volta resta sopra il 100 per cento del Pil. La lira finisce sotto attacco sui mercati internazionali, il tasso di interesse sui titoli di Stato sopra il 12 per cento (oggi è intorno all’1 per cento).

«Pensando che la nave si sarebbe staccata dal molo e che per una intera giornata di navigazione mi sarei trovato in contatto con quelli che potenzialmente sarebbero stati i miei clienti per i mandati da dare per le privatizzazioni (...) dopo aver svolto l'introduzione me ne andai e la nave partì senza di me», racconta Draghi in Parlamento.

Sul Britannia restano quindi banchieri d’affari, politici, banchieri e avvocati italiani, da Giovanni Bazoli, futuro presidente di Intesa Sanpaolo, a Beniamino Andreatta a Giulio Tremonti, che poi diventerà il grande rivale di Draghi, come ministro dell’Economia dei vari governi Berlusconi.

Per molti di loro quell’occasione sarà forirera di contatti, contratti e rapporti determinanti per le carriere future.

(Boris Roessler/Pool Photo via AP)

Il governo Andreotti aveva avviato il processo di privatizzazioni con il più cinico degli obiettivi: fare cassa, per preservare un potere che si reggeva su mazzette, clientele e posti di lavoro pubblici assegnati da imprese decotte, oltre che su alti tassi di interesse pagati ai risparmiatori italiani che, grazie agli investimenti in titoli di Stato, si illudevano di arricchirsi a spese del Paese prossimo alla bancarotta. 

La visione di Carli, Ciampi e Draghi è però diversa e consiste nel trasformare una necessità in un’occasione di cambiamento radicale del sistema produttivo italiano, così asfittico: le privatizzazioni sono una scelta capace di «scuotere l’ordine socio economico” dell’Italia, dice Draghi sul Britannia, purché vengano rispettate alcune condizioni, tipo vincolare i proventi alla riduzione del debito invece che usarli per alimentare la spesa pubblica (nasce un apposito fondo nel 1993).

La lettura del declino italiano che Draghi condensa nella sua relazione non e’ frutto di un pregiudizio ideologico sul ruolo dello Stato: fino agli anni Sessanta il capitalismo di Stato imperniato sull’Iri funziona, le barriere di cui il suo creatore Alberto Beneduce aveva dotato l’istituto che controllava pezzi cruciali dell’industria italiana funzionano.

E l’Iri e una specie di Banca d’Italia dell'impresa pubblica, dove tecnocrati con una visione di lungo periodo progettano la politica industriale. 

Poi le barriere cedono, i partiti prendono il controllo del capitalismo pubblico, le partecipate di Stato diventano – nella sintesi di Carli – una fonte di corruzione in senso giuridico ma anche morale, oltre che di perdite miliardarie.

Le imprese pubbliche non hanno capitale, ma possono indebitarsi, con una garanzia implicita dello Stato. Poi nel luglio 1992, meno di un mese dopo il discorso del Britannia, il governo Amato mette in liquidazione l’Efim, finanziaria pubblica con oltre 10mila miliardi di lire di debiti, e i creditori capisco che i loro soldi sono a rischio, che l’Italia non puo’ piu’ permettersi di pagare all’infinito le perdite di carrozzoni pubblici che stanno trascinando a fondo lo Stato stesso.

Fermare l’emorragia e costruire un mercato

Privatizzare serve dunque a fermare l'emorragia di denaro pubblico e a mettere ordine in un sistema di potere che risponde solo ai partiti. Ma l’obiettivo, spiega Draghi sul Britannia, è anche far sviluppare un mercato azionario che e’ sempre rimasto piccolo «perché gli investitori italiani lo hanno voluto piccolo».

La legge bancaria del 1936, infatti, ha impedito alle banche di detenere quote azionarie nelle imprese. Ma ha anche creato un sistema in cui l’unica fonte di finanziamento per le aziende e’ il credito bancario: non c’è un vero mercato dei capitali, neppure un mercato obbligazionario in cui emettere bond, il trattamento fiscale dirotta il risparmio degli italiani verso i titoli dello Stato che è’ anche azionista di controllo delle banche.

Il risultato è un intreccio perverso che soffoca Piazza Affari ma offre opportunità’ a speculatori e criminali che prosperano in mercati poco liquidi e poco trasparenti, impedisce alle aziende di crescere e spinge i risparmiatori a inseguire i rendimenti illusori di Bot e Btp, erosi dall’inflazione e minacciati dal conto futuro che, prima o poi, il debito pubblico presenta sempre.

(Gian Mattia D'Alberto / LaPresse)

Draghi spiega ai banchieri del Britannia che l’Italia non è l’Inghilterra, un processo così’ complesso sara’ graduale, «non c’è alcuna Thatcher in Italia», qualunque governo valuterà «le conseguenze occupazionali».

Draghi avverte anche che le privatizzazioni possono funzionare soltanto se accompagnate da riforme che garantiscano la concorrenza tra i nuovi protagonisti privati ed evitino »discriminazione dei prezzi» (profitti ottenuti spremendo clienti con poche alternative, tipo nell’energia), servono anche misure che proteggano gli azionisti di minoranza e separino controllo e gestione nelle società’ quotate. 

La lista di quello che bisognava fare e non è stato fatto è lunga. Draghi probabilmente riscriverebbe oggi quel discorso parola per parola. Inclusa la parte che analizza perché gestire le aziende con logiche politiche e di consenso a breve termine e’ la premessa di disastri scaricati presto o tardi sui conti pubblici.

Certo, applicare questi principi nel momento in cui lo Stato torna al centro dell'economia ricrederà una notevole creatività.

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