«Un uomo di parte e un uomo di tutti, perché la sua parte era quella della persona». Alla basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, durante l’omelia del funerale di stato per David Sassoli, il cardinale Matteo Maria Zuppi cita Mounier, La Pira, cita la pastorale della strada di Monsignor Pellegrino, quella di «camminare insieme», cita a più riprese don Milani, che spiega l’ingiustizia di fare parti uguali per diseguali, e ancora «i leader della Rosa bianca», il gruppo di studenti cattolici tedeschi che resistettero al nazismo, che «per David Maria erano per lui le stelle del mattino dell’Europa».

L’arcivescovo di Bologna era amico dai tempi del liceo del presidente del parlamento, un’amicizia che era innanzitutto condivisione del «cattolicesimo democratico», come il cardinale stesso dice all’inizio della messa, andando esplicitamente al punto della loro comune cultura di appartenenza. Una cultura che risuonerà poi anche nelle parole degli scout, che ricordano un loro «fratello», e in quelle strazianti dei figli Livia e Giulio, della moglie Sandra.  

Anche attraverso di loro la cerimonia di addio al giornalista e dirigente politico si trasforma in un rito, forse in una promessa di impegno civile. Colpiscono due aspetti. Data la carica che ricopriva Sassoli, in prima fila oltre al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e quello del consiglio Mario Draghi, seguito dai ministri e dalle delegazioni di partito, ci sono anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la vicepresidente vicaria dell’europarlamento Roberta Metsola (l’antiabortista maltese del Ppe che dovrebbe essere eletta al posto di Sassoli, già piovono le petizioni contro il suo incarico).

C’è anche il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez. Sui social l’amico e deputato Stefano Ceccanti, anche lui cresciuto nel cattolicesimo democratico toscano, segnala che si tratta del «primo funerale di stato italiano, grazie a David Sassoli, che è anche europeo. La bandiera dell’Unione, l’inizio in inglese con monsignor Paul Gallagher, gli ospiti. Grazie a David l’ispirazione dell’articolo 11 della Costituzione tra di noi. Speriamo che aiuti a illuminare tutti noi anche per le prossime scadenze». 
Ma, è qui il secondo aspetto che colpisce, in molti sembrano alludere a un’ispirazione bipartisan aleggiata in queste ore, a partire dalle camere, durante la commemorazione dei Sassoli. Magari in vista di un dialogo fra schieramenti per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica.

Questa ispirazione da unità nazionale è esplicitamente invocata, proprio all’uscita della camera ardente al Campidoglio di Roma, anche da Gianni Letta, già braccio destro di Silvio Berlusconi, in queste ore dato per impegnato a convincere il presidente a farsi indietro per favorire una scelta condivisa per il prossimo presidente della Repubblica. 

Mite, ma non equidistante

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Eppure l’europeismo di Sassoli era mite, ma tutt’altro che bipartisan, basta ricordare le sue battaglie a favore dell’accoglienza dei migranti, per un’Europa dei cittadini, per una riflessione sui debiti dei governi contratti per l’emergenza: «Un’ipotesi di lavoro interessante, da conciliare con il principio cardine della sostenibilità del debito», aveva spiegato; una posizione troppo riformista anche per il suo partito, che l’aveva accolta con irritazione. E ancora Sassoli avvertiva in piena pandemia contro le lentezze di una Commissione che sbandava, prima di imboccare la strada del Next Generetion Eu: «Una democrazia che arriva in ritardo è una democrazia che non si fa amare», sono sue parole. Antifascista e figlio di antifascisti, Sassoli è stato un protagonista europeo delle battaglie contro i sovranisti, i nazionalisti e le derive autoritarie dei paesi dell’Unione. Ma anche con quelli italiani non era tenero.

Ma torniamo alla forza civile della cerimonia religiosa. Fra i concelebranti, Gallegher, è l’arcivescovo inglese, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede che il giorno della morte ha celebrato una messa per la famiglia nella parrocchia del Cristo Re, a Roma, il vicario per la diocesi di Roma cardinale Angelo De Donatis, il cerimoniere pontificio monsignor Massimiliano Boiardi, l’Arcivescovo di Firenze Cardinale Giuseppe Betori. E padre Francesco Occhetta, il sacerdote già notista politico di Civiltà cattolica, gesuita come papa Francesco (che pure ha salutato Sassoli come uomo con «una visione solidale della comunità europea» dedito «con particolare cura agli ultimi»). 

Zuppi ricorda «l’empatia» e l’umiltà del «compagno di classe che tutti vorrebbero». Ma è al Sassoli dell’impegno che dedica la parte principale dell’omelia: «Per lui la politica doveva essere per il bene comune e la democrazia sempre inclusiva, voleva l’Europa unita perché figlio della generazione che aveva visto la guerra. Da questa immane sofferenza nasceva il suo impegno, non ideologie ma ideali, non calcoli, ma una visione».

Così come quando elenca le beatitudini: «Beati sono i puri di cuori, non perché ingenui ma perché vedono bene, non hanno pregiudizi, vedono lontano, non gridano ma ascoltano. E beati gli operatori, gli artigiani della pace, che si sporcano le mani con la ricerca della pace con il prossimo. Beati coloro che cercano giustizia: per amare tutti si inizia dai tanti, i tanti che non hanno possibilità», conclude Zuppi.

Parole miti, per ricordare un politico gentile, aperto e dialogante, ma tutt’altro che bipartisan.

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