«Non ci stiamo capendo più nulla». I cardinali aggrottano la fronte ogni mattina. Frastornati dalle notizie che da dieci giorni riportano pezzi di carte giudiziarie dell'inchiesta sulla «depredazione» delle casse della Segreteria di Stato, con l'aggiunta di veleni, sospetti e cifre spesso date a casaccio (i «454 milioni» non sono quelli «saccheggiati» né quelli del buco effettivo, ma la somma messa a pegno a favore di Credit Suisse).

Il caos della curia aumenta proporzionalmente al numero dei fascicoli impilati sulle scrivanie dei promotori di Giustizia. All’inchiesta madre sulla speculazione immobiliare del palazzo di Sloane Avenue a Londra (dove sono indagati per truffa, corruzione, riciclaggio una decina di persone tra monsignori, funzionari e raider come Raffaele Mincione e Gianluigi Torzi) se ne sono aggiunti altre, forse ancora più delicate.

In primis, le accuse al porporato Angelo Becciu, licenziato dal papa due settimane fa e indicato dai pm – che non lo hanno ancora ufficialmente incriminato – non solo tra i principali responsabili delle perdite causate dalla compravendita immobiliare, ma pure come colui che avrebbe aiutato le attività imprenditoriali dei fratelli usando i soldi della beneficenza dell'Obolo di San Pietro.

A queste ipotesi, s'è aggiunto ieri un nuovo capitolo: il cardinale degradato, hanno scritto alcuni quotidiani, sarebbe sospettato di aver pagato – attraverso bonifici effettuati da conti dello Ior verso Melbourne – alcune “finte” vittime per calunniare George Pell, l’ex prefetto della Segreteria dell’Economia accusato di aver commesso abusi sessuali su minori quando era in Australia. Pell è stato prosciolto quest'anno dalle accuse. Ora, se Becciu smentisce ogni addebito («mai comprato nessun testimone, ormai si inventano di tutto per distruggermi» dice il suo entourage), è un fatto che la teoria del complotto sia basata su alcune risultanze delle indagini difensive compiute dagli avvocati di Pell.

In attesa di evidenze su fatti ancora oscuri che – se provati – aprirebbero squarci su guerre senza precedenti, Domani ha letto nuove, inedite carte firmate dai magistrati di Francesco. Che non solo definiscono ogni dettaglio dell'affare londinese, ma anche le mosse segrete di personaggi finora solo sfiorati dall'inchiesta. Si tratta, in primis, dell'attuale Sostituto Edgar Peña Parra, dell'ex presidente di Snam Luca Dal Fabbro e del misterioso architetto Luciano Capaldo. I loro nomi vengono citati varie volte dagli inquirenti vaticani, che stanno tentando di stabilire le singole responsabilità nel business del palazzo di Londra e nella spoliazione dei fondi extrabilancio della Santa Sede.

Andiamo con ordine. Nel 2018 Becciu, con un classico promoveatur ut amoveatur, viene sostituito dopo otto anni di servizio. Come nuovo ministro dell'Interno della Santa Sede Francesco sceglie il venezuelano Peña Parra. Un nunzio quasi sconosciuto, che gode però di ottime entrature nel gruppo di cardinali che fa capo a un fedele consigliere del papa, Oscar Maradiaga. È l'agosto del 2018 quando Peña Parra entra per la prima volta nel suo nuovo ufficio. La Segreteria di Stato, attraverso gli investimenti nell'Athena Capital Global Opportunities Fund di Mincione, ha comprato il palazzo di Londra da ormai quattro anni. Il neo Sostituto nota nei conti un rosso milionario che lo preoccupa. Di quanto si tratta? «Al 30 settembre 2018 le quote del fondo avevano registrato una perdita di 18 milioni di euro», scrivono nella loro ricostruzione i promotori Gian Piero Milano e Alessandro Diddi.

Il buco dell’era Peña Parra

Una perdita notevole rispetto ai 200 milioni di dollari (155 milioni in euro) investiti inizialmente nel fondo gestito dal raider. Si tratta in media di circa il 2,5 per cento l'anno. Un segno meno che in Vaticano attribuiscono non tanto all'andamento del mercato immobiliare, ma alle decisioni sbagliate di Mincione, del banchiere ex Credit Suisse Enrico Crasso, di Becciu e dei suoi uomini, su tutti Perlasca (il monsignore che sta collaborando con gli inquirenti inguaiando Becciu) e dell'economo Fabrizio Tirabassi. Che avrebbero anche accettato di comprare la quota dell'immobile gravandosi di mutui (con la Cheyne, la Credit Suisse e la Banca svizzera italiana) troppo onerosi.

Secondo le stesse carte dell'accusa, però, il vero buco e la grande «depredazione» parte in una seconda fase. Nel novembre 2018 il nuovo Sostituto angosciato dalle perdite accumulate decide in fretta e furia di sfilarsi dall'affare voluto dal suo predecessore. L'idea è quella di comprarsi tutte le quote del palazzo, e uscire nel contempo dal fondo lussemburghese di Mincione.

Scrivono i pm: «La Segreteria di Stato, anziché rilevare direttamente la 60 SA (la società proprietaria del palazzo, ndr) decide, per ragioni che non risultano chiarite, di avvalersi della Gutt Sa di Gianluigi Torzi come intermediario. L'operazione è disciplinata da una serie di contratti, tutti sottoscritti da monsignor Perlasca in qualità di procuratore del sostituto Edgar Peña Parra». Documenti capestro a solo vantaggio del finanziere Torzi, che – senza apparenti motivi – viene chiamato a sostituire Mincione nella gestione dell'immobile. «L'operazione “Gutt” ha generato una perdita di oltre 100 milioni», chiosano i magistrati. Perché «per portare sostanzialmente “a casa” un immobile già acquistato», i contratti firmati da Perlasca (a cui Peña Parra dà sempre il suo via libera) hanno costretto il Vaticano a pagare un conguaglio «da 45 milioni di euro a Mincione». Non solo: le fee a professionisti vari per intermediazioni arrivano a 22,8 milioni di euro. Soldi legati alla celta di imbarcare Torzi e dunque, almeno apparentemente, buttati al vento. Entrando nei dettagli, i magistrati segnalano che alla Sunset e alla Lighthouse di Torzi Peña Parra nel 2019 gira rispettivamente 5,9 e 10 milioni di euro (denaro secondo la Santa Sede «estorto» dal broker molisano), mentre tra il 1 dicembre 2018 al 29 aprile 2019 due milioni vanno alla WRM di Mincione (106 mila euro al mese per 18 mesi, come pagamento della consulenza «per il mutuo Cheyne»). Altri 381 mila euro sono per l'avvocato Nicola Squillace, vicino a Torzi, e a febbraio 2019 arrivano 2,8 milioni allo studio legale Mischon de Reya per «l'espulsione di Torzi e la creazione della London 60 sa». Cioè la società a totale controllo vaticano che si poteva e doveva fare subito e di cui ancora oggi – chissà perché – è unico direttore Luciano Capaldo che ha tuttora la fiducia della Segreteria di Stato nonostante l’ipotesi dei magistrati «è che lui e Torzi fossero d’accordo per truffare e costringere la Segreteria a non adire vie legali e liquidare i 15 milioni di euro a una società a loro riconducibile».

Arriva Mr Snam

Ma i magistrati raccontano anche alcune trattative segrete del Sostituto. «Il 24 febbraio 2019 nell'ufficio del sostituto Peña Parra si è svolto un incontro al quale partecipano Torzi, monsignor Carlino e un altro personaggio, Luca Dal Fabbro, presidente di Snam e in collegamento con Fabrizio Tirabassi». Che ci fa nell'ufficio del Palazzo apostolico un manager di una importante partecipata statale italiana? «Dalle indagini compiute Dal Fabbro risulta essere molto amico di Tirabassi. Da un memo di quest'ultimo, risulta anche amico di Luciano Capaldo», dicono i magistrati di Francesco. Non solo: «Peña Parra dal 24 febbraio presenta Dal Fabbro come suo referente per trovare il rifinanziamento del mutuo per circa 125 milioni di sterline». Se dai documenti vaticani alla fine non sembra che il manager ex Snam (si dimetterà a sopresa dalla società del gas pochi mesi dopo l'inizio dello scandalo) abbia «avuto parte attiva nella rinegoziazione del mutuo», per i pm è certo che in un contratto tra la Segreteria di Stato e una nuova spa inglese di Capaldo (la misteriosa Asset Advisory) Dal Fabbro viene nominato membro dell'advisory board, addirittura «con il fine di assistere e indirizzare l'attività di gestione del bene stabilendo che esso riferisca in modo diretto alla Segreteria di Stato». Tre mesi dopo, ad agosto 2019, l'ex presidente che lo scorso luglio veniva ancora intervistato a tutta pagina sull'Osservatore Romano finisce pure nel cda di un fondo d'investimento lussemburghese creato dal Vaticano «per mezzo di Enrico Crasso». Sia Dal Fabbro che Capaldo, entrambi nell’entourage di Peña Parra, che Tirabassi e Crasso sono ora oggetto di rogatorie internazionali: i magistrati della Santa Sede vogliono verificare i loro movimenti bancari a partire dal 2010.

Peña Parra, oggi uno degli uomini più potenti del Vaticano e scelto direttamente da Francesco, gestisce (o subisce) dunque tutta l'operazione Gutt. Lascia a Perlasca, uomo di Becciu, il compito di firmare i contratti. Permette lui a Torzi di «frapporsi strumentalmente e ingiustificatamente nella rilevazione dell'immobile di Londra», accetta i consigli di manager italiani e soci dello stesso finanziere, paga senza se e senza ma il conguaglio chiesto da Mincione per uscire dal merge (45 milioni) e quelli «estorti» da Torzi (attraverso una commessa da 15 milioni, girata allo studio Mishcon de Reya e poi al raider). I pm non lo accusano formalmente di nulla, ma la loro ricostruzione porta a pensare che il monsignore – forse ingannato, o a sua insaputa – ha aperto il cancello del pollaio a volpi fameliche. E nemmeno ben travestite.

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