Ma come lo dovremo chiamare se il 25 settembre diventerà governatore della Sicilia? Renato Schifani o “Mastro”, come veniva citato in codice nel diario di un agente dei servizi segreti coinvolto nell'indecente vicenda Montante? Renato Schifani o “Professore Scaglione”, come lo menzionavano alcuni personaggi di un maleodorante sottobosco politico e spionistico sempre finiti nell'inchiesta giudiziaria sulle criminali scorribande dell'ex vicepresidente di Confindustria?

Mai menzionato con il suo nome, mai una volta. In versione più o meno criptata, è possibile che Renato Schifani (così è registrato all'anagrafe) ce lo ritroveremo sulla poltrona più alta di Palazzo d'Orléans, la sontuosa settecentesca sede della regione siciliana. Almeno se il centrodestra resisterà all'annunciata valanga di Cateno De Luca, l’ex sindaco di Messina, il Masaniello siculo che sta raccogliendo promesse di voto e candidati in ogni comune dell'isola.

La riconquista della Sicilia

Come era ampiamente previsto, in questa primavera-estate del 2022 i vecchi padroni si stanno riprendendo la “loro” Sicilia. A Palermo governa da due mesi l'ex magnifico rettore Roberto Lagalla, creatura politica dell'ex governatore Totò Cuffaro che - insieme al senatore Marcello Dell'Utri - gli ha consegnato le chiavi del Comune. Per sponsor due condannati per reati di mafia. La regione finirà nelle mani di questo ex sconosciuto avvocato con un passato di frequentazioni davvero poco raccomandabili e che, grazie a Berlusconi è diventato presidente del Senato nel XVI legislatura.

Sembra che i giochi siano fatti anche in Sicilia. Sino all'ultimo, il suo compagno di partito Gianfranco Micciché aveva puntato sull’ex ministra Stefania Prestigiacomo, sua amica da sempre. Ma alla fine, nella rissa che si stava scatenando con Fratelli d'Italia e Lega, Micciché ha preferito cedere su Schifani pur di non rivedere a Palazzo d'Orlèans l’odiatissimo governatore uscente Nello Musumeci.

Tutti contenti o quasi nel centrodestra in Sicilia, tutti zitti (come sempre) nel centrosinistra. E, insieme, fanno finta di niente sull'accusa per associazione a delinquere e violazione di segreto che pesa sulla testa del "professore Scaglione”. E' uno degli imputati a Caltanissetta del processo Montante, sospettato con l'ex capo dei servizi segreti Arturo Esposito e con il tributarista Angelo Cuva di avere veicolato informazioni riservate proprio su Calogero Antonio Montante detto Antonello. L'inchiesta sull'ex vicepresidente di Confindustria era appena all'inizio e c'era un “mondo” che si dava gran da fare per cattura notizie sull'indagine, in quel "mondo” c'era anche l'ex presidente del Senato che oggi si vuole fare incoronare governatore della Sicilia.

Recupero crediti

Fedelissimo di Berlusconi fin dalla prima ora, un paio d'anni con Angelino Alfano nel Nuovo Centro Destra e poi il ritorno ad Arcore. Prima della sua straordinaria avventura politica era “Il Principe del Foro dei recuperi crediti” (battuta velenosissima di Filippo Mancuso, ex procuratore generale della Cassazione e ministro della Giustizia nel governo di Lamberto Dini nel 1995) per la sua attività palermitana di civilista esperto in diritto amministrativo, attività che Schifani era costretto a svolgere in un ambiente assai difficile che lo portava ad avere pericolosi contatti. E, proprio per queste relazioni sul confine, fu iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno. Anche in quell'occasione, destino beffardo, i magistrati non usarono il suo nome ma un altro per iniziare le indagini nei suoi confronti: “Schioperatu”.

L’archiviazione per mafia

Due anni di investigazioni e poi l'archiviazione: «Sono emerse talune relazioni con personaggi inseriti nell’ambiente mafioso o vicini a detto ambiente nel periodo in cui lo Schifani era attivamente impegnato nella sua attività di avvocato» che però “non assumono un livello probatorio minimo per sostenere un’accusa in giudizio tanto più che, a prescindere dalla consapevolezza dell’indagato dell’effettiva caratura mafiosa dei suoi interlocutori, tali condotte si collocano per lo più in un periodo ormai lontano nel tempo fatti per i quali opererebbe, in ogni caso, la prescrizione”.

I rapporti c’erano ma troppo lontani nel tempo: l'inizio degli Anni Novanta, appena prima della fondazione di Forza Italia. Il profilo del personaggio è questo, né più né meno. Se n'è accorto persino il vecchio Totò Riina. In uno dei suoi sproloqui nel carcere di Opera intercettati da una microspia, il capo dei capi ha manifestato la sua stima: «Renato Schifani è una mente». E se l'ha detto lui, significherà pur qualcosa o no?

 

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