Il presidente sud-coreano Yoon Suk-yeol è stato arrestato, diventando così il primo leader della Corea del Sud a finire in manette nel corso del suo mandato.

Un nuovo capitolo

Yoon era già sotto impeachment dopo l’imposizione della legge marziale del 3 dicembre scorso, durata solo poche ore, e le sue funzioni erano già state sospese. Il mandato di arresto di Yoon, operato al secondo tentativo – dopo il primo, andato a vuoto, il 3 gennaio – è stato eseguito alle 10.33 del mattino, le 2.33 in Italia. Segna una nuovo capitolo della crisi politica del paese asiatico: il presidente deposto è stato sentito nella tarda mattina di mercoledì, ora di Seul, in un interrogatorio di due ore e mezzo condotto dai funzionari dell’Ufficio per le Indagini di Corruzione per gli alti funzionari (Cio). Interrogato nuovamente fino alle 21.40 (le 13.40 in Italia), Yoon ha rifiutato di rispondere a domande riguardanti la decisione di imporre la legge marziale, e l’interrogatorio non è stato videoregistrato per le obiezioni mosse dallo stesso Yoon.

In serata, il leader deposto è stato trasferito nel centro di detenzione di Uiwang, 22 chilometri a sud di Seul, dove avrebbe trascorso la notte, prima di essere nuovamente interrogato sulla legge marziale imposta il 3 dicembre scorso e ritirata dopo poche ore.

La versione di Yoon

In un videomessaggio registrato dopo il suo arresto, Yoon ha ribadito la propria linea. «Anche se si tratta di un’indagine illegale ho deciso di comparire per prevenire spargimenti di sangue», ha detto, difendendo come «un atto di governance» la sua decisione di imporre la legge marziale, il 3 dicembre scorso. La legge marziale, durata in tutto sei ore, «non è un crimine», ha scritto Yoon in una lettera vergata a mano, i cui contenuti sono stati diffusi dai media sud-coreani.

«La legge marziale è un esercizio dell’autorità presidenziale per superare una crisi nazionale», ha scritto Yoon. L’imposizione, aveva detto in un messaggio in tv, doveva servire a «proteggere la Corea del Sud liberale dalle minacce poste dalle forze comuniste della Corea del Nord» ed «eliminare elementi anti-Stato».

Pro e contro

Yoon Suk-yeol è sotto impeachment dal 14 dicembre scorso, dopo il voto favorevole dell’Assemblea Nazionale, il parlamento di Seul, e deve rispondere di insurrezione e di abuso di potere. La Corte Costituzionale sud-coreana dovrà decidere se Yoon dovrà essere rimosso dal suo incarico di presidente. Verrà rimosso dall’incarico solo se almeno sei degli otto membri della Corte Costituzionale voteranno a favore.

La crisi politica ha profondamente diviso la Corea del Sud, tra i sostenitori del presidente deposto e gli oppositori. La polizia ha schierato circa tremila agenti per accedere al complesso residenziale dove vive Yoon e si sono registrati scontri con i supporter del presidente deposto. Per settimane migliaia di manifestanti, pro e contro Yoon, hanno protestato davanti al complesso residenziale del presidente deposto sfidando il rigido inverno coreano. Un uomo è stato ricoverato in condizioni gravi dopo essersi auto-immolato davanti alla sede dell’ente anticorruzione.

Crinale geopolitico

L’arresto di Yoon arriva in un momento delicato per la Corea del Sud, reduce dal più grande disastro aereo della sua storia, e su cui pende la minaccia nord-coreana: Pyongyang sta testando nuovi missili e ha rinsaldato i rapporti con la Russia, inviando propri soldati a combattere a fianco dei soldati di Mosca nella guerra in Ucraina. Dall’inizio del 2025, la Corea del Nord ha già effettuato due serie di lanci, l’ultima martedì, con i missili balistici a corto raggio che hanno sorvolato il Mar del Giappone, mentre il 6 gennaio aveva testato un nuovo missile ipersonico.

L’economia, infine, è in fase di rallentamento e dovrà fare i conti con il rischio di dazi che il prossimo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, potrebbe imporre ai partner commerciali degli Usa.

Già all’indomani della vittoria alle presidenziali, il quotidiano Chosun Ilbo aveva messo in guardia sulle incertezze derivanti da un secondo mandato di Trump alla Casa Bianca. «Il protezionismo commerciale di Trump potrebbe porre significativi rischi all’economia coreana», avvertiva a novembre il giornale conservatore sud-coreano.

L’effetto Trump

Una guerra tariffaria tra Cina e Stati Uniti, i due principali mercati di sbocco per l’export sud-coreano, potrebbe costare fino a 44,8 miliardi di dollari a Seul, secondo le stime del Korea Institute for International Economic Policy, una cifra pari a circa il 7 per cento del totale delle esportazioni sud-coreane, e comportare un calo del prodotto interno lordo di circa lo 0,4.

Le future mosse di Donald Trump, come porre termine ai sussidi per i gruppi stranieri che investono nei semiconduttori, potrebbero colpire direttamente i grandi gruppi sud-coreani che investono nei semi-conduttori, come Samsung Electronics, SK Hynix e LG Energy Solutions, che hanno stabilimenti negli Stati Uniti, senza contare l’impatto per l’industria automobilistica derivante da eventuali tariffe al cento per cento sui veicoli prodotti al di fuori degli Usa.

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