All’apparire della parola impeachment di norma si sobbalza per la gravità del procedimento, mentre l’annuncio dello speaker della Camera, Kevin McCarthy, dell’avvio di un’indagine in questo senso verso il presidente Joe Biden è stata accolta da compassate analisi sulle dinamiche interne al Partito repubblicano e molti sbadigli. Un misero fatto di correnti e rendite di posizione, non un’emergenza nazionale.

Certo, in un paese in cui l’ex presidente è un pluri-imputato che usa la sua foto segnaletica come materiale per una campagna elettorale di primarie che sta ampiamente dominando, solo un attacco alieno con raggi laser e teletrasporto può generare stupore. Ma l’impeachment ha subito anche un effetto inflattivo per l’uso incredibilmente frequente che se n’è fatto in tempi recenti. 

I membri del Congresso avevano ragioni assai significative per intentare il primo impeachment contro Donald Trump e ragioni di monumentale gravità per avviare il secondo, entrambi finiti nel nulla per mancanza di voti (anche se le defezioni a destra sono state significative), ma anche in presenza di tutti gli elementi adeguati era inevitabile che la procedura stessa ne uscisse depotenziata e ridotta ad arma politica di uso comune.

McCarthy ha soltanto notificato l’avvenuta banalizzazione dell’impeachment. Lo speaker ha mantenuto ciò che aveva promesso prima di essere eletto alla guida della Camera e, anzi, ha spiegato che sta facendo semplicemente ciò che Nancy Pelosi aveva fatto prima di lui. Come dire: mi sto attenendo alle nuove regole del gioco.

I precedenti

Se sembrano lontani i tempi in cui l’impeachment era un fatto raro è perché effettivamente lo sono. Nella storia americana la Camera ha avviato un percorso di questo tipo contro pubblici ufficiali una sessantina di volta, arrivando a deporre otto giudici federali, ma per i presidenti la faccenda è molto diversa.

Prima di Trump era stato istruito formalmente soltanto contro due di loro: Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998. Richard Nixon aveva evitato l’inevitabile dimettendosi. In entrambi i casi la maggioranza del Congresso aveva votato per salvare i presidenti sotto accusa, ma non c’era dubbio che si fosse fatto ricorso a una disposizione che i Padri fondatori avevano inteso come un freno istituzionale da attivare soltanto in caso di una reale emergenza. 

È quel tipo di situazione in cui il legislatore accorto prevede una pena per l’uso improprio, capriccioso o strumentale, ma l’impeachment è per definizione una procedura politica, non giudiziaria, e dunque viene istruito per volontà della maggioranza della Camera. Anche in assenza di prove.

Insomma, dopo l’anomalia di due impeachment ravvicinati che il presidente, il suo elettorato, la stragrande maggioranza dei rappresentanti del suo partito, Vladimir Putin e il club degli autocrati globali più o meno al completo hanno vissuto come vili imboscate per fare fuori un avversario politico, non era difficile prevedere che l’impeachment sarebbe diventato un fatto ordinario nella vita politica americana.

Ed ecco materializzarsi quello che McCarthy ha definito – in un certo senso correttamente –  un «passo naturale».

Le differenze

Le differenze fra il percorso avviato dai repubblicani e quello intentato a Trump non devono però sfuggire.

Nelle rare occasioni recenti in cui si è arrivati all’impeachment si è stabilito per consuetudine qualcosa che assomiglia a una regola: la richiesta di impeachment è arrivata in seguito al materializzarsi di qualche prova a carico del presidente.

La procedura contro Clinton è scattata dopo il test del Dna sul famoso vestito blu di Monica Lewinsky. Nel 2019 la Camera ha messo sotto accusa Trump dopo un rapporto che lo accusava di avere fatto pressioni su Volodymyr Zelensky per fare indagini sugli affari della famiglia Biden. Nel 2021 c’era stato un assalto al Congresso pubblicamente incitato (o come minimo non ostacolato) dal presidente in diretta televisiva.

Al momento i repubblicani non hanno in mano nulla di analogo contro Biden. Dicono genericamente che il presidente ha mentito quando ha detto di non sapere nulla degli affari del figlio Hunter e che lo stato ha usato un trattamento di favore nei suoi confronti nei controlli fiscali.

La destra ha perfino esplicitato l’idea per cui l’impeachment è lo strumento legale che permette un’indagine più approfondita sugli affari sospetti della famiglia del presidente.

Quello che era un processo politico a valle di accuse sostenute da prove è diventato così il modo per avviare un’inchiesta. Strana metamorfosi, ma nel mondo in cui l’impeachment è stato declassato a ordinaria tattica di ostruzionismo politico la cosa non deve stupire.

Correnti

Il caso dell’impeachment di McCarthy è ulteriormente banalizzato dalle dinamiche interne al partito in cui emerge. McCarthy è il fragilissimo leader di una compagine repubblicana che alla Camera è dominata dagli oltranzisti trumpiani.

Questi non gli hanno perdonato la gestione del negoziato sul tetto del debito e si oppongono brutalmente alla soluzione di compromesso dello speaker per evitare lo shutdown dei servizi federali dopo la scadenza del 30 settembre.

Per questo minacciano di mettere in minoranza e deporre lo speaker, chiedendo come ulteriore contropartita politica un attacco frontale a Biden, nella forma dell’impeachment. Che a questo punto non è diventato solo un ordinario strumento della dialettica politica, ma addirittura l’oggetto di negoziati, pressioni e ricatti fra le correnti di partito.

Destino triste per quello che era stato concepito come mezzo di garanzia dell’ordine democratico al quale ricorrere in caso di necessità, non per banale animosità.

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