«Tutto dipende da come si scende dal cavallo», recita un proverbio latinoamericano. Dopo la corsa suscitata dalla pubblicazione della nota verbale con cui la Santa sede ha chiesto allo stato italiano di «trovare una diversa modulazione del testo» del ddl Zan, ora il Vaticano tenta la frenata perché teme la caduta che la nota potrebbe generare a livello diplomatico e, soprattutto, politico. Mentre in nome del basso profilo, tecnici da ambo le parti stanno avviando i negoziati, in Vaticano c’è chi è pronto a giurare che si tratti dell’ennesimo strappo tra alcuni ambienti della segreteria di Stato e un papa ignaro delle trame contro di lui. Ma le cose stanno davvero così?

Dentro o fuori

Le parole rilasciate dal segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, perplesso sulla diffusione del documento fuori dagli uffici della diplomazia, fanno eco a quanto ha ricordato Andrea Riccardi su Repubblica: «Questo passo è una vicenda un po’ particolare. Credo che provenga più che altro da ambienti italiani della segreteria di Stato» aveva detto, senza mezzi termini, il fondatore della comunità di Sant’Egidio. Nessuna operazione di sofisticata diplomazia, semmai un tentativo di contrastare la stessa linea di Francesco, il papa che per la prima volta ha ricordato che nessuno può giudicare un gay, e ha fatto redigere un documento sinodale preparatorio dove per la prima volta si menzionano «giovani Lgbt».

Questa versione viene confermata da alcune persone vicine al pontefice, ma non da tutte: «La segreteria di Stato normalmente agisce a nome del santo padre, non si dovrebbe parlare di divisioni. Ci vuole prudenza», precisa, invece, un alto prelato vicino al pontefice. Una divisione c’è stata, dunque, ma con un coup de thêatre il cardinale Parolin la proietta fuori dalle mura leonine: «Si trattava di un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni e non certo per essere pubblicato» ha detto il segretario di Stato di ritorno dal viaggio in Messico, proiettando gli scettici del papa fuori dal Vaticano, in seno ai partiti politici.

Doppia conferenza stampa

Parolin ha poi rivendicato il suo impegno nella discussione sui contenuti del disegno di legge: «Avevo approvato la Nota verbale trasmessa all’ambasciatore italiano e certamente avevo pensato che potevano esserci reazioni», ha dichiarato dalle colonne dell’Osservatore Romano, ritornando sul tema a margine del Festival dell’ecologia integrale di Montefiascone. Nei recenti casi vaticani, come quello di Giani e Becciu, Parolin non ha mai rilasciato direttamente dichiarazioni come rappresentante della Santa sede.

Quest’atteggiamento dà contezza della preoccupazione che in Vaticano sta riscuotendo l’eco della nota verbale consegnata da Paul Richard Gallagher: «Il cardinale Parolin è intervenuto perché la Santa sede non vuole bloccare la legge, ma piuttosto attirare l’attenzione sul rischio di criminalizzare un pensiero contrario tacciandolo come omofobo», riferisce un prelato che, in riferimento a un pontefice ignaro, risponde: «Non posso immaginare che il papa non fosse al corrente di una cosa del genere».

La pubblicazione

Il cardinale Parolin ha spiegato chiaramente che la nota non andava pubblicata. Ma è plausibile che la Santa sede non avesse valutato una conseguenza di questo tipo, considerando la sensibilità dei contenuti del ddl Zan in un momento di forte attrito fra le parti politiche? «Quando in Vaticano si vuole mantenere un documento segreto, lo si fa. Si sono aspettati ottant’anni per desecretare l’archivio di papa Pio XII e ora si vuole far credere che, per pubblicare alcune righe di una nota verbale, è bastata una manina?», spiega un esperto di affari vaticani.

È, al contrario, plausibile che una reazione la si poteva attendere, per ammissione dello stesso Parolin. Lo dimostrerebbe il fatto che, poche ore dopo la notizia lanciata dal Corriere della Sera, il portale Vatican News abbia pubblicato una dettagliata intervista al costituzionalista Cesare Mirabelli. Il presidente emerito della Corte costituzionale, oggi consigliere del Vaticano, ha rafforzato le perplessità su alcuni aspetti del ddl Zan, che andrebbero a limitare la libertà di educare ed esercitare il magistero nelle scuole cattoliche, contrastando così gli impegni garantiti dall’articolo 2 del Concordato revisionato nel 1984.

In quegli anni, Mirabelli fu proprio tra i protagonisti italiani della trattativa di Villa Madama, sottoscritta dagli allora presidente del Consiglio italiano, Bettino Craxi, e segretario di Stato vaticano, Agostino Casaroli. È interessante che la pensi diversamente il secondo giurista protagonista della trattativa, Francesco Margiotta Broglio, che dalle colonne di Repubblica ha dichiarato che «la chiesa non può chiedere allo stato di non fare leggi che essa, la chiesa, ritiene contrarie alla propria dottrina cattolica. I referendum su divorzio e aborto sembra non abbiano insegnato niente al Vaticano».

È, forse, possibile che il papa non abbia opportunamente valutato la portata della questione concordataria, eppure il nome di Mirabelli garantisce un lavoro di esperti vaticani, che il papa avrà sicuramente consultato: «Questa non è materia concordataria, riguarda il parlamento italiano – spiega una fonte interna – mentre tutti puntano il dito sull’omosessualità, Mario Draghi è finora l’unico che ha parlato di cittadini».

 

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