Tra le pieghe della storia dei 35 milioni di euro pagati da Eni alla misteriosa società Blue Power dell’imprenditore Francesco Nettis, c’è anche quella di un’azienda agricola dal nome francese ma con sede in Umbria, in provincia di Terni. Si tratta della Madeleine, l’impresa produttrice di vini della famiglia di Massimo D’Alema. Tra i cui soci fino al 2018 c’era proprio Nettis, il protagonista principale dell’affare tra Eni e Blue Power svelato lunedì 8 maggio da Domani.

D’Alema in un primo approccio telefonico ha negato che l’amico di famiglia fosse stato socio fino a pochi anni fa della srl che gestisce i 15 ettari dei suoi vitigni tra Otricoli e Narni, ma dai documenti societari si scopre facilmente come nel marzo del 2011 Nettis abbia acquistato il 30 per cento della Madeleine al costo totale di 530mila euro, e che sia rimasto socio forte della cantina per ben cinque anni. «Non me lo ricordavo», ha poi precisato D’Alema in una seconda telefonata.

Spulciando i bilanci e gli atti della compravendita, Nettis mette appena 30mila come valore delle quote, mentre il mezzo milione restante viene definito come un «rimborso finanziamento soci erogato alla società».

In pratica Nettis coprirebbe con i 500mila euro tondi tondi parte dei soldi che i giovani Giulia e Francesco D’Alema avrebbero investito nell’avventura vinicola. Per la cronaca, i figli dell’ex premier al tempo della cessione a Nettis possedevano il 98 per cento delle quote della cantina.

La collaborazione tra Eni e Blue Power inizia nel 2011 e prosegue fino a quando l’imprenditore, allora quarantenne, intenta una causa miliardaria al colosso petrolifero, poi transerà nel 2019 35 milioni per «i rischi legati alla violazione dell’esclusiva». Mentre l’avventura coi D’Alema finisce nel 2018, quando la Madeleine gli liquida 30mila euro per le sue quote.

La rabbia di Massimo

Nelle carte depositate alla camera di commercio e visibili online non c’è traccia di ulteriori passaggi di denaro.

Possibile che nei documenti consultati da Domani manchino altri bonifici a favore dell’imprenditore di Acquaviva che spieghino la discrasia delle cifre? Probabilmente sì. Abbiamo dunque contattato D’Alema per chiudere il giallo.

Il presidente della fondazione Italianieuropei ha chiarito che «quando Nettis uscì dalla Madeleine fu liquidato con un po’ più di quanto aveva messo. Abbiamo tutta la documentazione, è pronta, ma non le do un cazzo. Io spero che lei scriva che Nettis mi ha regalato mezzo milione in cambio della mia mediazione con Eni. Perché il suo giornale non lo legge nessuno, ma io vado in tribunale e mi faccio dare mezzo milione dal suo padrone».

Tra gli atti ufficiali depositati in camera di commercio esiste invece un altro documento del 2010. Evidenzia come pochi mesi prima dell’arrivo di Nettis e del suo investimento da mezzo milione, i figli dell’allora presidente del Copasir abbiano comprato quasi il 60 per cento della Madeleine da Filippo Vinci, un pugliese di Brindisi.

Al tempo unico socio insieme a Francesco D’Alema, che deteneva il resto delle quote. Prezzo complessivo sborsato dai D’Alema per una quota doppia rispetto a quella venduta a Nettis l’anno successivo? Appena 190mila euro, tra il valore quelle quote (27mila euro) e «rimborso del finanziamento soci erogato in precedenza alla società» dal signor Vinci.

«Sicuramente vi manca qualcosa. Poi nella società è entrato un altro investitore che può darsi abbia liquidato Nettis», dice D’Alema. «Non le so dire con esattezza. Una cosa è il valore della partecipazione, altra cosa sono quando uno fa dei prestiti da socio a una società e poi vengono liquidati, non sempre nel momento della cessione... Comunque faccio presente che non sono neanche socio della Madeleine».

In effetti negli atti del notaio, oltre ai nomi nome di Nettis e dei figli dell’ex leader della sinistra, D’Alema risulta procuratore dei suoi rampolli. «Procuratore de che? Procuratore della repubblica?», ironizza l’ex presidente del Consiglio. In realtà è lui in persona a firmare alcuni atti relativi all’ingresso di nuovi soci dopo l’addio di Nettis. Il 30 per cento delle quote nel 2019 vengono acquistate dal fondo lussemburghese Amana Investment Glass Fund, che in tutto ha investito circa 600mila euro per comprarsi in due tranches. Il fondo, come hanno rivelato alcuni giornali, farebbe capo a Massimo Tortorella, imprenditore di successo noto per la sua Consulcesi, società di consulenza per i professionisti della sanità e attivo anche nel campo tecnologico.

Il commercio dei vini

La Madeleine è una società semplice, e non ha alcun obbligo di depositare bilanci pubblici. Dunque non sappiamo qual è il suo giro d’affari.

Tracce delle vendite sono poche: si ricorda l’acquisto da parte della cooperativa Cpl Concordia di duemila bottiglie di vino dei D’Alema, compravendita spuntata negli atti della vecchia inchiesta sulle presunte tangenti pagate dalla Cpl per accaparrarsi l’appalto per la metanizzazione di Ischia (gli imputati furono tutti assolti in Cassazione).

Il braccio commerciale dell’attività vinicola della famiglia D’Alema è però la Silk Road Wines, una srl che vende i vini dell’ex premier in mezzo mondo (molti in Cina) che ha fatturato 83mila euro nel 2020 (utile di 31mila euro) e 483mila euro nel 2019 (utile di 172mila euro). Se la società è partecipata come sempre dai figli e dal fondo lussemburghese, D’Alema stavolta appare come amministratore insieme all’enologo Riccardo Cotarella.

Anche Alessandro Casali, imprenditore della comunicazione e sentito dai pm di Perugia per via di alcune registrazioni che immortalano la sua voce mentre discetta di dieci milioni da spartirsi con Piero Amara e Giuseppe Calafiore come mediatori dell’affare Eni-Blue Power («stimo D’Alema, lo hanno messo in mezzo, e io parlavo a vanvera», ha detto), a Domani dice di aiutare D’Alema a vendere il vino prodotto dalla sua cantina. «Gli do una mano, ma in amicizia, gratis et amore Dei. Lui ci tiene tanto perché è la sua creatura, quando posso gli do una mano da un punto di vista relazionale, presentandogli qualche amico. Ma c’è tutta una logica perché sono stato presidente dell’associazione Vini nel mondo, a Spoleto».

Quando chiediamo a D’Alema se, nonostante non sapesse nemmeno che il suo amico Nettis fosse stato socio per cinque anni della società dei figli di cui è procuratore, è conferma che Casali lo aiuta a vendere le sue bottiglie, risponde: «Io mi occupo dei miei vini perché sono assolutamente buoni e cerco di promuoverli, ma Casali non vende i miei vini, non ha mai venduto un mio vino quindi non dica cazzate. Se lei riporta un’affermazione falsa su di me, chiunque l’abbia fatta, lei ne è responsabile!».

Blue Power dinasty

Attraverso D’Alema abbiamo provato a contattare Nettis per avere la sua versione in merito all’investimento sulla società agricola dell’ex amico e sulla transazione tra la sua Blue Power e l’Eni che gli ha fruttato 35 milioni per un brevetto mi usato, ma l’imprenditore ha preferito non rilasciare dichiarazioni. Sappiamo che a partire dal 2011 Nettis, mentre faceva affare coi D’Alema, è diventato «contrattista privilegiato di Eni», come ha spiegato Salvatore Carollo, ex manager Eni poi passato proprio in Blue Power.

Prima di essere londinese con propaggini lussemburghese, scopriamo però che l’azienda che si è accordata con il colosso petrolifero grazie a un brevetto che prometteva di rivoluzionare il trasporto del gas ha origini italianissime. La Blue Power srl esistita da noi fino al 2005. L’ultimo bilancio disponibile è del 2003: il valore del fatturato è zero, le perdite erano pari a 119 euro.

Nettis nel 2008 diventa direttore della Blue Mgmt di Londra. Una società che è stata azionista anche di Blue Power Group Sarl, holding lussemburghese, di cui si conosce poco. I nomi degli amministratori sono Roberto Vasta e Donata Lagioia, che compaiono con Nettis anche in Blue Wave e Blue Fin Sa, altre lussemburghesi. Un intreccio societario con al centro sempre lui, l’imprenditore che ha portato nell’azienda agricola dei D’Alema più di mezzo milione di euro, salvo uscire e lasciare il campo a un nuovo fondo. Sempre lussemburghese.

 

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