Mentre il presidente degli Stati Uniti invita diversi altri leader a entrare nel Comitato che gestirà l’attuazione del piano di pace nella Striscia, una fonte avrebbe detto al Financial Times che il tycoon vorrebbe estendere questo modello di gestione delle crisi anche a Ucraina e Venezuela
Turchia, Egitto e Qatar. Dunque, i presidenti Erdogan e Al Sisi, insieme all’emiro Tamim bin Hamad al-Thani. Questa è la troika che ieri ha ricevuto l’invito del presidente statunitense per entrare a far parte del Board of Peace, l’organismo chiamato ad attuare i venti punti del piano di pace di Trump per la Striscia. Il repubblicano ha tirato dritto, senza curarsi di richieste e malcontenti del premier Netanyahu, che aveva più volte manifestato di essere contrario al coinvolgimento di Ankara (non la vuole né in squadra, né a Gaza).
I toni con cui il tycoon ha annunciato i nomi che siederanno ai tavoli dove si deciderà il futuro dell’enclave, sono stati i soliti, consuetamente tronfi: «Posso dire con certezza che è il Consiglio più grande e prestigioso mai riunito in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo».
Con un motto che sarebbe andato bene anche per una pubblicità di un immobiliarista rampante – quale pure lui è – Trump ha scritto nella lettera di invito ai leader che questo «è il momento di trasformare i sogni in realtà», di compiere «lo sforzo storico e grandioso per consolidare la pace in Medio Oriente».
Una missiva che è stato il presidente argentino Javier Milei a far rimbalzare sui social: anche lui l’ha ricevuta. Da Tokyo Giorgia Meloni ha invece fatto sapere di essere in attesa: «Per quello che riguarda il Board of Peace stiamo ancora attendendo le decisioni definitive», «quello che posso dire è che abbiamo sempre dato e stiamo dando la nostra disponibilità ad avere un ruolo di primo piano nella realizzazione e la costruzione del piano di pace per il Medio Oriente».
Gli altri nomi
Gli statunitensi – impegnati ultimamente a tirare calci e minacce all’Artico fino all’America Latina – hanno proposto Caracas come area di mediazione futura del comitato, nel quale Nickolay Mladenov. Ex ministro della Difesa bulgaro e poi inviato Onu, ha ottenuto la poltrona da Alto Rappresentante per Gaza: diventerà l’uomo-ponte che farà da collegamento tra il direttivo e il governo tecnico palestinese, che gestirà l’enclave sotto la guida di Ali Shaath.
Lui, nel golden team di politici e businessman messo su dal presidente, è l’unico nato nella Striscia. Nel resto della squadra ci saranno, oltre all’onnipresente Marco Rubio, segretario di Stato, gli immancabili inviati speciali già dispiegati per i negoziati russo-ucraini, Steve Witkoff e Jared Kushner. Oltre all’ex leader britannico Tony Blair, il generale ed ex capo del Comando Operazioni Speciali dell’esercito statunitense Jasper Jeffer, che «guiderà le operazioni di sicurezza, sosterrà la completa smilitarizzazione e consentirà la consegna sicura di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione» ha reso noto la Casa Bianca.
Poi il ministro degli esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico qatarino Ali Al-Thawadi, il numero uno dell’intelligence egiziana Hassan Rashad, il ministro emiratino Reem Al-Hashimy, il presidente della Banca mondiale Ajay Banga. Tra i miliardari, il fondatore della Apollo Global Managment Marc Rowan e Yakir Gabayche, oggi a capo di un colosso mondiale dell’immobiliare, ieri amministratore delegato della più grande banca israeliana. E ancora l’ex premier norvegese Sigrid Kaag, il consigliere di Trump (durante il suo primo mandato) Robert Gabriel.
Le rivelazioni del Financial Times
Il futuro di Gaza è finito nelle mani di un presidente che non le tiene mai ferme. E poiché Trump si sente il presidente del mondo, il mandato lo vuole mondiale. Una fonte del Financial Times ha confessato che questo Board il tycoon della Casa Bianca lo vede già come «un potenziale sostituto delle Nazioni Unite», «una sorta di organismo parallelo non ufficiale per gestire altri conflitti oltre Gaza» e sogna di estenderne il mandato dall’Ucraina al Venezuela.
Un’ambizione prematura, avventata e troppo auto-referenziale che non piace, al momento, davvero a nessuno: «Diplomatici occidentali e arabi hanno espresso preoccupazione per l’idea di conferire al nascente organismo un mandato più ampio per mediare ben oltre il Medio Oriente».
È un’idea che però seduce Kiev, che non è contraria a un Consiglio tutto per sé: «Attualmente, si suggerisce che un comitato specifico venga istituito specificamente per il caso Ucraina-Russia» con rappresentanti di Ucraina, Europa, Nato e Russia – ha detto un alto funzionario ucraino alla testata americana – «per monitorare e garantire l’attuazione della proposta di pace in 20 punti che il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha descritto come pronta al 90 per cento».
Non è chiaro con quale mandato legale il Board del presidente potrebbe operare al di fuori dei terreni mediorientali, perché non è ancora stato nemmeno chiarito nel dettaglio come funzionerà il meccanismo che dovrebbe guidare la transizione postbellica dell’enclave che, dopo due anni di bombardamenti e massacri, rimane ancora in macerie. In ogni caso, questa che arriva è la settimana in cui le carte verranno messe sul tavolo: il progetto verrà presentato al World Economic Forum di Davos.
© Riproduzione riservata


