Ben Gvir e Smotrich non vogliono la resa e minacciano il governo. Manifestanti di estrema destra marciano verso l’ufficio del premier per protestare contro l’accordo. Il segretario Blinken: «Israele accetti un calendario per uno stato palestinese»
«Stiamo aspettando. Tutti speriamo che l’accordo si raggiunga il prima possibile, anche perché fa molto freddo», racconta Majed, un giovane palestinese rimasto bloccato a Gaza dall’inizio della guerra senza possibilità di tornare in Italia. Da mesi si trova a Khan Younis e vive in una tenda insieme a sua moglie. Ora aspetta di uscire dal primo valico di frontiera che verrà aperto durante la tregua. Tra i gazawi c’è ottimismo ma nella Striscia le ore si sono fatte lunghissime, c’è attesa per il grande annuncio, quello che porrà fine a oltre un anno di devastazione.
Tutti sperano che il boato dei caccia dell’Idf e i tonfi delle bombe di questi giorni siano gli ultimi. Che non vengano più versate lacrime per morti innocenti e che i bambini torneranno a scuola o a giocare in spiaggia. Ma per ora la realtà ha ancora il volto della morte e della distruzione. Nella giornata di ieri si sono aggiunte altre 38 vittime alla lunga lista di palestinesi uccisi dall’inizio del conflitto che ha raggiunto quota: 46.584. Secondo al Jazeera l’aviazione israeliana ha condotto raid aerei «senza precedenti». Sono le ultime cartucce.
«Sono pronto per un cessate il fuoco prolungato, a condizione che tutti i rapiti vengano rilasciati. È questione di giorni o ore. Aspettiamo la risposta di Hamas e poi può iniziare subito», ha detto ieri sera il premier Benjamin Netanyahu in silenzio da giorni. A meno di sorprese la guerra tra Israele e Hamas iniziata il 7 ottobre del 2023 è ai titoli di coda. Hamas avrebbe sciolto le sue riserve.
Una fonte informata delle trattative ha detto al Financial Times che la tregua entrerà in vigore a partire da 48-72 ore dalla firma: «Restano ancora da discutere solo questioni minori e logistiche».
A Doha è arrivata nella serata di ieri anche una delegazione della Jihad islamica, l’altra organizzazione terroristica che ha sostenuto Hamas partecipando prima agli attacchi del 7 ottobre e poi detenendo gli ostaggi israeliani. La delegazione è chiamata a fornire la lista dei prigionieri ancora vivi nelle sue mani. Al netto degli scambi, dei blitz dell’Idf e dei morti, a Gaza ci sono ancora 98 rapiti. Quanti di questi siano vivi e quali verranno rilasciati prima non è ancora chiaro. Si parte dagli anziani, dalle donne e dai feriti. Per ogni soldatessa consegnata, Tel Aviv libererà cinquanta prigionieri. Una vita per cinquanta. Sarà soltanto una coincidenza ma si avvicina molto al rapporto ufficiale dei morti di questa guerra (1200 a 46mila). Hamas consegnerà gradualmente nella prima fase 33 ostaggi, sia vivi che morti.
Mustafa Barghouti, fratello del più noto prigioniero politico palestinese Marwan, ha detto alla Bbc che Hamas ha «accettato tutte le condizioni, e non è la prima volta... questo accordo è quasi identico a quello proposto a luglio, ed è stato Netanyahu a minarlo». Nella serata di ieri il primo ministro israeliano ha tenuto una consultazione urgente con il gabinetto di guerra per discutere i dettagli più delicati. Dovrà fare i conti con l’ala più estremista del suo governo, composta dal ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir e da quello delle Finanze Bezalel Smotrich. Entrambi sono contrari alla «resa».
Ben Gvir ha chiesto di fare fronte comune e minacciato di far cadere il governo. In serata centinaia di manifestanti di destra hanno marciato verso verso l’ufficio del premier per protestare contro l’accordo. L’imprevedibilità è dietro l’angolo soprattutto per le trattative della seconda e terza fase dell’accordo, che prevede un ritiro completo delle truppe israeliane da Gaza. Tel Aviv non sta lavorando a un «accordo graduale», ha detto il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar mentre incontrava Antonio Tajani a Roma. «È molto difficile» dare una tempistica ha spiegato invece il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar. «Siamo il più vicino possibile rispetto a qualsiasi momento precedente al raggiungimento di un cessate il fuoco. È molto importante», però, «non aumentare le aspettative a un livello che non sia in linea con quanto sta accadendo sul campo in questo momento». E sul campo stanno ancora cadendo le bombe.
Il piano americano
Mentre a Doha i mediatori cercano l’equilibrio, a Washington il segretario di stato Antony Blinken è stato accolto da un sit-in di protesta al momento di entrare all’Atlantic Council per annunciare il suo piano per Gaza. «Sarai per sempre ricordato come il “segretario del genocidio”, hai sulle mani il sangue di centinaia di migliaia di innocenti», ha gridato una manifestante.
Blinken ha detto che siamo difronte a «un’occasione storica che non va sprecata», con un nuovo ordine geopolitico in Medio Oriente. Hamas e Hezbollah sono decimati, l’Iran è indebolito e la Siria non è più territorio delle milizie sciite. «Abbiamo la responsabilità di garantire che le conquiste strategiche degli ultimi 15 mesi durino e gettino le basi per un futuro migliore. Troppo spesso, in Medio Oriente, abbiamo visto come le scarpe di un dittatore possono essere sostituite da quelle di un altro, o dare origine a conflitti e caos», ha detto. «La palla è ora nel campo di Hamas. Se Hamas accetta, l'accordo è pronto per essere concluso e attuato», ha aggiunto specificando che è giunto il momento di uno stato palestinese. Israele deve accettare un percorso «legato ad un calendario e basato su condizioni». Lo chiedono non solo i palestinesi ma anche gli stati arabi che insieme alle Nazioni unite dovranno gestire la fase del dopoguerra affidata nelle mani dell’Autorità nazionale palestinese. Sul futuro c’è ancora vaghezza.
Blinken ha fatto riferimento a «un'amministrazione provvisoria con responsabilità per i settori civili chiave a Gaza», in attesa di un controllo più definito in futuro. Intanto l’Egitto ha annunciato che una volta raggiunto l’accordo ospiterà al Cairo una conferenza internazionale per la ricostruzione della Striscia. Appena le armi cesseranno di strillare, la vera sfida sarà quella di garantire un futuro economico, politico e sociale ai gazawi. Troppo sangue è stato versato per tornare allo status quo precedente al 7 ottobre 2023. Prendendo in prestito le parole di Blinken, bisogna evitare di «portare indietro le lancette dell'orologio».
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