La caduta del regime di Assad è un serio colpo per il Cremlino. Mosca si credeva al sicuro con Ankara, invece Erdogan ha approfittato della situazione. Ora tutto il Medio Oriente è in attesa: dagli sviluppi in Siria dipendono molti dossier
Insufficienze russe: la vicenda siriana ci dice che nessuno può stare tranquillo nel mondo di oggi, nemmeno Vladimir Putin. Da un lato aggredisce l’Ucraina e minaccia l’Europa di usare l’arma nucleare. Dall’altro perde su altri fronti, in particolare in Siria (ma anche in Romania). Si tratta di un fallimento grave: la guerra con Damasco aveva rappresentato la svolta strategica russa. Dopo aver insistito con l’Occidente (i Friends of Syria come si diceva all’epoca) per un intervento coordinato che puntasse al compromesso tra le parti in guerra, nel settembre 2015 la Russia aveva optato per l’azione solitaria a difesa dei propri interessi, primo fra tutti il mantenimento della base navale mediterranea di Tartus.
L’azione russa era stata coronata di successo, costringendo jihadisti e islamisti vari ad indietreggiare fino a rinchiudersi nella sacca di Idlib sotto protezione turca e permettendo al regime di Assad di riprendere sostanzialmente il controllo del 70% del paese a fine 2018.
In aiuto a Damasco c’era stato anche il pesante tributo di sangue dei miliziani libanesi di Hezbollah e dei pasdaran iraniani, ma senza l’aeronautica militare russa non sarebbe stato possibile. La “vittoria” in Siria aveva fatto credere a Mosca di essere tornata grande, sensazione confermata dalla vergognosa fuga occidentale da Kabul dell’agosto 2021. L’impressione a Mosca era che fosse il buon momento per provare – almeno in parte – a riacquistare le posizioni perse dopo il crollo del muro di Berlino.
L’attacco a Kiev era basato su tali premesse, corroborato dalla non applicazione dell’accordo di Minsk 2 da entrambe le parti (ognuna pretendeva che fosse l’altra a fare il primo passo).
Così si è giunti al 22 febbraio 2022 con Putin convinto di aver davanti a sé un compito relativamente facile che avrebbe permesso di imporre un governo filo-russo in Ucraina. Da subito i piani si sono rivelati fasulli, innanzitutto grazie all’eroica resistenza del popolo ucraino ma anche per l’impreparazione militare russa.
La guerra di Siria era tutt’altra cosa rispetto a un conflitto ad alta intensità. I primi rovesci militari davanti a Kiev avevano obbligato i russi a indietreggiare e il conflitto si era trasformato in guerra di trincee. In possesso di più armi e uomini, i russi si erano tuttavia ripresi, iniziando la loro lenta e inesorabile campagna di conquista e di distruzione di tutte le infrastrutture ucraine per fiaccarne la resistenza.
La guerra si era rapidamente trasposta sul terreno della propaganda e della comunicazione, dove i russi abilmente sono riusciti a risultare più convincenti degli occidentali accorsi in aiuto a Kiev. Da parte occidentale si rispolverava l’antica paura dell’orso russo pronto ad invadere l’Europa, una narrazione solo euro-centrata. Dall’altra si giocava invece a tutto campo, sposando la tesi del global south, con i russi a farsi paladini (assieme ai cinesi) contro la logica colonialista e post colonialista degli europei e quella imperialista americana.
Così Mosca oscurava la sua brutta figura iniziale (e le sue vere intenzioni), costruendosi una nuova immagine di protettrice dei diritti globali contro le imposizioni arroganti dell’Occidente. Da aggressore cercava di passare per aggredita, in molti casi riuscendoci.
Ma il mondo è cambiato e questo ha conseguenze anche per i russi: non tutti abboccano facilmente alle propagande vittimistiche da qualunque parte provengano. Inoltre la guerra pesa sull’economia e sull’esercito russo, costretto a ritirare uomini e mezzi dalla Siria per concentrarli sull’Ucraina. Così il fronte si è sguarnito e la Turchia ha colto l’occasione per il balzo, permettendo ai suoi protetti (jihadisti di varia natura coalizzati in Hayat Tahrir a-Sham HTS) per attaccare.
Mosca si era fidata della sua relazione con Ankara, dimenticando che il modello di rapporto prescelto da Recep Erdogan è competitivo e cooperativo allo stesso tempo. Ora che la Russia è costretta da abbandonare l’alleato Assad al suo destino, ci sarà da vedere se i turchi permetteranno (come parrebbe logico) a Mosca di mantenere le sue basi oppure no. La lezione da trarne è che niente è sicuro nell’ambito delle odierne relazioni internazionali, instabili e senza regolatori.
Gli occidentali non devono ora commettere a loro volta l’errore di pensare di aver vinto: Ankara non permetterà certo un totale ribaltamento (lasciando appunto le basi a Mosca). Al sistema ibrido di governance mondiale si aggiunge così un ulteriore tassello.
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