Mentre continua ad aggravarsi il bilancio delle devastanti alluvioni e frane che mercoledì 26 agosto hanno colpito l’area di confine tra Nepal e Tibet, con il numero delle vittime – a bilancio ancora provvisorio – che ha raggiunto quota 353 e quello dei dispersi che rimane sui 1.400 tra i due versanti della frontiera, iniziano a chiarirsi le cause che hanno scatenato questa immensa tragedia. 

L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, infatti, ha confermato ciò che già nella tarda serata di mercoledì era più che un sospetto: la frana non è stata provocata da un terremoto avvenuto immediatamente prima, bensì dal collasso di un ghiacciaio. L’enorme blocco di ghiaccio e roccia, precipitato per oltre un chilometro di altezza, ha provocato sia la scossa che la frana. 

I detriti hanno temporaneamente ostruito il fiume Lhende Khola e il successivo cedimento della diga naturale ha liberato una imponente colata di acqua, fango e detriti che ha colpito gli insediamenti a valle. Il fenomeno ha prodotto un segnale sismico classificato dall'United states geological survey (USGS) come terremoto di magnitudo 4.4. Le successive analisi hanno permesso di attribuire il segnale sismico al collasso del ghiacciaio e alla conseguente colata di detriti che ha liberato un'energia paragonabile a un terremoto di magnitudo 5.2.

Le vittime e i dispersi

In Nepal mancano ancora all’appello 644 persone, tra cui 517 turisti stranieri e 127 cittadini nepalesi. Sul versante cinese i dispersi sono invece 558, compresi 260 cittadini stranieri. Le squadre di soccorso stanno cercando eventuali superstiti tra fango e detriti, ma le operazioni sono rese difficili dalle strade interrotte e dal rischio di nuove frane. Tra i dispersi figurano cittadini di numerosi paesi, tra cui Australia, India, Regno Unito, Malaysia, Stati Uniti e Corea del Sud. Il governo malese ha fatto sapere che 55 suoi cittadini risultano irreperibili, mentre l’Australia ha segnalato almeno 34 dispersi. 

Resta inoltre il timore di una nuova piena: un accumulo di materiale continua infatti a ostruire il corso del fiume a monte lungo il confine. Le autorità cinesi hanno lanciato l’allarme per un lago di sbarramento naturale formatosi alla confluenza dei fiumi Tsogyal e Purupqiangzangbu, che sta tracimando e potrebbe cedere. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità almeno 10mila famiglie hanno bisogno di aiuti essenziali nell’immediato. 

La situazione degli italiani

Nella mattinata del 27 agosto le autorità nepalesi hanno diffuso un aggiornamento sul numero dei dispersi coinvolti nella vasta frana che ha colpito il confine con il Tibet in cui figurano tre italiani, come conferma la Farnesina la cui Unità di crisi sta effettuando verifiche con le autorità locali e con i tour operator.

Uno degli italiani sarebbe il 50enne Marco Ratto, orefice di Rapallo. Era partito da solo per unirsi a un gruppo con cui aveva programmato una serie di escursioni e visite. I familiari hanno informato la Farnesina. La speranza è che l'uomo si trovi in salvo in qualche luogo da cui al momento è impossibile telefonare. Il ministro Antonio Tajani ha anche detto che «è stato disposto l'invio di personale a Kathmandu dall’Ambasciata a New Delhi, per rafforzare la presenza sul posto e l'assistenza ai connazionali».

Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo, rispettivamente di 30 e 37 anni: sono stati tratti in salvo nelle aree di Timure e Bhote Koshi, nel distretto di Rasuwa.

Le cause

Le autorità hanno intanto chiarito che il disastro non sarebbe stato provocato da un terremoto, come ipotizzato inizialmente. Secondo lo United States Geological Survey, il segnale registrato dalle stazioni sismiche (di magnitudo 4.4) sarebbe stato prodotto dal collasso di un ghiacciaio e dalla successiva colata di acqua. Da una prima ricostruzione, i detriti hanno temporaneamente ostruito il fiume Lhende Khola e il successivo cedimento della diga naturale ha liberato una imponente colata di acqua, fango e detriti che ha colpito gli insediamenti a valle.

Sul versante cinese, Pechino ha mobilitato centinaia di soccorritori nell’area di Gyirong. Anche il Regno Unito ha fornito finanziamenti e supporti logistici per il Nepal. «Appresa con dolore la notizia delle vittime e della devastazione causate dalle improvvise inondazioni in Nepal», papa Leone XIV «affida le anime dei defunti alla misericordia dell'Onnipotente» ed «esprime il proprio sentito cordoglio ai familiari delle vittime, assicurando la sua vicinanza spirituale a quanti sono stati colpiti da questa tragedia», ha detto il cardinale Parolin.

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