Quella minuscola scintilla accesa dai bazari, i commercianti che hanno cominciato a protestare il 28 dicembre per le strade di Teheran, è stata l’innesco di una spirale di fuoco e sangue che si è propagata fino ai mari mediorientali: tra le loro onde sta arrivando, imponente e ciclopica, la portaerei statunitense Abraham Lincoln.

Su ordine del Pentagono, anche altre forze e risorse a stelle e strisce arriveranno nei prossimi giorni nella regione per garantire la sicurezza delle basi americane minacciate dagli sciiti. Help is on the way, l’aiuto è in arrivo, ma Washington non ha specificato quale e nemmeno vuole farlo, mantenendo riservati i dettagli di carichi di armamenti per non rivelarne il possibile utilizzo nelle operazioni.

Una fonte di Fox, il canale più vicino ai trumpiani, ha rivelato che si prevede l’invio di sistemi di difesa missilistica, asset militari da aria, terra e mare per concedere a Donald Trump la scelta di effettuare attacchi in un’area dove sono già attive tre cacciatorpediniere e tre navi da combattimento Usa.

Attacco rimandato

Insomma, non è finito proprio niente: l’attacco americano contro Teheran è stato solo rimandato, l’escalation è solo sospesa, molte teste repubblicane vanno ripetendo ad ogni tavolo e riunione che «ogni opzione rimane sul tavolo». Secondo la Casa Bianca il risultato dell’intervento militare solo intimato ha finora già impedito 800 esecuzioni programmate a Teheran.

Ieri altri colpi si sono abbattuti contro i numeri uno della capitale iraniana: le sanzioni Usa hanno trafitto, tra gli altri, Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e vari “artefici della brutale repressione” ha detto il segretario al Tesoro Scott Bessent.

La gigantesca Lincoln sembra davvero il prolungamento plastico del potere militare americano in arrivo nella zona, un emblematico arto d’acciaio che la Guardia della Rivoluzione promette di amputare: «Trump ha detto che ha la mano sul grilletto. Gli taglieremo la mano e il dito», ha chiosato Mohsen Rezaei, generale pasdaran: «Fate un passo indietro, altrimenti nessuna delle vostre basi nella regione sarà al sicuro». Americani, aspettatevi «una dura vendetta».

Come il direttore di un’orchestra che scandisce il ritmo della violenza e del sangue, ieri l’ayatollah Ahmad Khatami ha invocato morte per i traditori, i manifestanti “maggiordomi” di Netanyahu, e morte per Trump.

Via radio, nel Venerdì di preghiera, il suo sermone si è propagato per le vie sciite dove è stata disintegrata ogni altra forma di comunicazione: il velo di censura che copre Teheran fino alla sua provincia più remota non verrà sollevato fino a Nowruz, il capodanno persiano, alla fine di marzo. Il blackout di internet non verrà alleviato dalle autorità, ha confermato il ministro delle Comunicazioni Issa Zarepour alla televisione di Stato: continuerà a tempo indeterminato per «ragioni di sicurezza».

Mentre Teheran ritrova un’immobilità irreale dopo giorni di maree umane – il capo della polizia iraniana, il generale Ahmad-Reza Radan, ha detto che l’ordine è stato ripristinato «per grazia di dio» – invece il dossier Iran si muove. Sotto braccio lo aveva ieri il direttore del Mossad Barnea arrivato a Miami per incontrare Steve Witkoff, l’emissario del tycoon, e forse anche lo stesso Trump.

Secondo indiscrezioni riferite al New York Times, è stato anche Bibi a convincere il repubblicano a rimandare l’attacco, non solo i suoi consiglieri che non potevano assicurargli la fine certa e rapida del regime dopo il lancio di un paio di missili.

Le condizioni per la pax americana con gli ayatollah le ha dettate il suo inviato speciale ieri: si tratta di vari stop all’arricchimento dell’arsenale nucleare e quello missilistico, la via diplomatica «sarebbe un’ottima soluzione, l’alternativa è pessima».

La situazione si risolverà perché al comando della Casa Bianca, ha detto Mike Waltz, ora c’è «un uomo d’azione, non di chiacchiere infinite come quelle a cui assistiamo alle Nazioni Unite». Lui, che di professione fa l’ambasciatore Onu, ne sembra certo.

La Cina ha chiesto agli Usa di «abbandonare l’idea di attaccare», ma ben più di Pechino è Mosca, regina di guerra in Ucraina, ad essere diventata il vero alfiere diplomatico accorso in aiuto dell’alleato iraniano sotto scacco.

Vladimir Putin è diventato la punta di congiunzione del triangolo che fa sponda a Teheran e Tel Aviv: ieri ha parlato con Netanyahu e poi con l’omologo iraniano Pezeshkian. Ad entrambi ha ribadito che il Cremlino è disponibile a fare da mediatore, facilitatore del dialogo ora che i canali sono spenti, per garantire la stabilità non solo in Iran, ma nell’intera polveriera mediorientale. Per il portavoce Peskov «la situazione nella regione è piuttosto tesa e il presidente sta continuando a impegnarsi per contribuire a disinnescarla».

Salme per soldi

Nella terra di un dio propagandato come invincibile e inviolabile, dove gli stadi rimarranno inaccessibili per paura che diventino arene di scontento collettivo, è in corso la compravendita delle salme.

Lo dice la Bbc: le forze di sicurezza «chiedono esorbitanti somme di denaro per la restituzione dei corpi per la sepoltura» ai parenti delle vittime delle proteste; riescono a rendere omaggio ai morti solo quelli che i dottori degli ospedali riescono ad avvertire in tempo, prima che si accorgano dei decessi le divise. «La Repubblica Islamica cadrà».

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