Difficile pensare a un’accusa giudiziaria che ancora non fosse stata rivolta all’ex presidente Donald Trump, anche se sono ormai molti anni che si favoleggia, sin da quando si indagò sull’interferenza russa nella struttura che curava la sua campagna elettorale alle presidenziali del 2016.

Un report presentato dal gruppo dem della Commissione Controlli e Trasparenza della Camera dei Rappresentanti, lungo 156 pagine e intitolato “La Casa Bianca in vendita” porta diversi indizi che proverebbero il fatto che Trump, durante gli anni dal 2017 al 2021, ha ricevuto pagamenti da governi stranieri o entità a essi riconducibili per circa 7 milioni e 800mila dollari.

Per un presidente, secondo la Costituzione americana, è illegale se non c’è l’approvazione del Congresso per ricevere qualsiasi importo di origine estera. Le rivelazioni provengono da una documentazione fornita nello scorso biennio da Mazars, una società di consulenza che ha curato la contabilità di alcune società controllate dalla Trump Organization, la struttura che gestisce la quasi totalità degli affari dell’ex presidente.

Dalle carte risulta quindi che ben 5 milioni e 600 mila dollari sono stati spesi da soggetti legati alla Repubblica popolare cinese in tre alberghi: la Trump Tower di New York e i Trump International Hotel di Washington Dc e Las Vegas. Altri governi stranieri che hanno versato del denaro nelle tasche dell’ex inquilino della Casa Bianca sono quello saudita, con 615mila dollari, seguito dal Qatar con 466 mila e dal Kuwait con 303 mila.

Anche il governo afghano, all’epoca ancora quello filoccidentale di Ashraf Ghani, ha speso 155mila dollari nel strutture alberghiere dell’ex presidente, presumibilmente quando la delegazione governativa era impegnata in colloqui di pace con i talebani, che poi non hanno avuto l’esito desiderato.

I democratici

Ad ogni modo l’ombra dell’influenza straniera non è un’accusa che preoccupa il solo Trump, per il quale queste somme controverse non provocheranno nessuna seria conseguenza politica. Anche per il figlio del suo successore Hunter Biden, che a breve dovrà affrontare un processo per evasione fiscale, è stato accusato di aver svolto delle attività economiche improprie in Cina e in Ucraina anche grazie all’uso disinvolto del nome di suo padre e secondo i repubblicani della Camera il ruolo del presidente non è stato del tutto chiarito e potrebbe portare a un suo futuro impeachment.

Ci sono però anche degli eletti nelle file dei dem che stanno affrontando delle simili indagini, a cominciare da uno dei più chiacchierati membri del Senato, Bob Menendez del New Jersey, già sopravvissuto nel 2015 a un processo per corruzione, a fine 2023 è stato dapprima accusato di aver agito come intermediario per conto del governo egiziano.

Secondo le indagini, Menendez avrebbe fornito informazioni sensibili ai vertici del Cairo in cambio non solo di denaro, ma persino di preziosi come alcuni lingotti d’oro che sono stati rinvenuti all’interno del suo mobilio di casa.

Più di recente, lo stesso esponente politico ha ricevuto un’altra imputazione, questa volta di aver agito segretamente a favore del Qatar. Nonostante trenta suoi colleghi dem gli abbiano chiesto di dimettersi, Menendez spera di sopravvivere politicamente semplicemente in virtù di tattiche dilatorie e con la speranza nemmeno troppo nascosta che cali l’interesse mediatico per le vicende giudiziarie che riguardano un misconosciuto esponente politico.

Stessa strategia quella scelta dal sindaco di New York Eric Adams: nel suo caso a essere coinvolto è il governo turco, che potrebbe aver versato illegalmente del denaro nelle casse dell’organizzazione della sua campagna elettorale durante le elezioni cittadine del 2021.

Dimenticatoio

C’è un trend che unisce queste quattro vicende giudiziarie: dopo un primissimo interesse del pubblico, scivolano in basso nei siti e nelle ricerche fatte dagli utenti su Google, rimanendo interessanti solo per gli avversari strenui degli esponenti politici interessati dalle inchieste, segnale quindi che per tutti gli altri causano uno sbadiglio.

Uno dei pochi elementi che unisce gli ultimi due presidenti è appunto la resistenza agli scandali: se la strafottenza di Trump è arcinota, è meno conosciuto il soprannome di “Teflon Joe” che indicava la capacità dell’ex senatore di piegarsi come l’omonimo materiale plastico e di ritornare come nuovo dopo ogni accusa.

E dopo anni di questo duopolio, la politica americana tutta sembra ormai andare sulla via della trumpizzazione e approcciarsi alle accuse provenienti dai tribunali con spirito combattivo e fazioso, per affermare che le imputazioni o le indagini sono sempre “politicamente motivate”.

E anziché difendersi abbandonando gli incarichi, si cerca qualche elemento che dimostri l’indiscutibile appartenenza politica del procuratore di turno. Oppure, come nel caso di Menendez e Adams, si cerca di far finta di niente. Tanto al pubblico interessa poco, perché curarsene?

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