Non è un anniversario glorioso. Un anno fa i Talebani entravano a Kabul e in queste ore ancora brandiscono i kalashnikov contro le donne. Di fatto l’Afghanistan è un paese muto, imbavagliato, liberato e poi assediato dagli stessi liberatori. Capaci alla fine di sconfiggere il più grande esercito del mondo ma sempre divisi in fazioni, mentre i paesi stranieri mostrano grande cautela a riconoscerli politicamente.

L’Emirato di oggi è una costruzione statale dove l’islam più conservatore si mescola ai canoni del mondo tribale. Una formula aggravata dalle quattro sciagurate paginette dell’accordo di Doha firmato nel 2020. Dove per sedici volte veniva ripetuto che «L’Emirato islamico dell’Afghanistan non viene riconosciuto dagli Stati Uniti come stato» ma indicato sbrigativamente con la parola Talebani. E dove il governo in carica a Kabul, sostenuto dagli americani, non faceva parte dell’intesa. Come un testo scritto da autentici dilettanti.

Oggi nella vita quotidiana degli afghani intervengono i controlli del ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Istituzione apparsa in Iran quaranta anni fa al ritorno di Khomeini. Ma quello era il mondo sciita.

Gli studenti islamici sunniti che hanno conquistato Kabul si adeguano, non fanno distinzioni teologiche sulla difesa della virtù e la punizione del vizio. Settemila uomini con il camice bianco lungo e il logo rotondo sul petto hanno questo ruolo di “dottori spirituali”. Sono attivi dall’inizio dell’anno, ma le loro missioni non hanno allarmato il mondo esterno. Il portavoce di questa milizia poche settimane fa ha dichiarato con fierezza: «Siamo certamente il ministero più importante del governo, superiore a quello degli interni o della difesa».

L’oppressione delle donne

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Superiore per lo meno nell’inventiva. Sono loro che hanno regolato la frequentazione dei parchi, un giorno fisso per gli uomini, un altro solo per le donne, poi quello per le famiglie. Ma una donna vedova con i suoi figli per loro non rappresenta una famiglia. La separazione dei sessi resta un’ossessione che si ripercuote prima di tutto nelle scuole. Con il limite per le ragazze a dodici anni, oltre è impossibile studiare.

Le eccezioni concesse ad alcuni istituti privati si sono estinte. Rimane l’obbligo del velo e solo di color nero, con la divisione rigida tra classi maschili e femminili, che riguarda anche i professori. E poi è la libertà di movimento l’altro settore insidioso da controllare. Anche su un autobus la mescolanza tra i due sessi deve essere evitata, per un viaggio di oltre 72 chilometri un donna deve essere accompagnata da un parente maschio, e non può viaggiare sola su un aereo.

Questo stillicidio di restrizioni si aggiunge poi alla ostilità ben nota verso la musica, che deve accompagnare solo inni religiosi. Tutti gli studenti dell’Istituto nazionale di musica con i professori e i familiari sono riusciti a partire verso l’Europa, ospitati dalla compagnia aerea del Qatar, che forse prova a salvare qualcosa dell’accordo firmato a Doha. Uno degli studenti ha commentato: «Vogliono un mondo silenzioso». Contemporaneamente gli strumenti musicali rimasti nelle aule sono stati distrutti. Nella prima stagione del potere talebano, dal 1996 al 2001, i nastri delle cassette di musica venivano appesi, impiccati in strada ai fili della luce. Erano vietati anche gli aquiloni. La dimensione gioiosa della vita è sempre una colpa.

Già a marzo un vecchio amico afghano mi aggiornava, con mozziconi di telefonate, su queste nuove regole, e intanto altre direttive prendevano corpo. I funzionari del ministero degli esteri dovevano andare a lavorare con la barba. Ma soprattutto la tradizionale, grande festa del nuovo anno afghano, il primo giorno di primavera, veniva spostata sostituendo il calendario solare con quello lunare adottato dai sauditi, custodi de La Mecca e Medina. Anche gli afghani istruiti venivano sconvolti all’improvviso nel citare mesi e giorni. Nell’accordo di Doha i due calendari erano indicati alle prime righe, in condizione di parità.

Il servizio postale afghano non risale a Maometto ma resta disintegrato da decenni. Le comunicazioni interne ormai sono affidate solo a una rete di ripetitori che i seguaci del Mullah Omar, se pure questa discendenza significa ancora qualcosa, da tempo hanno imparato a gestire come uno strumento militare. Disattivato durante le operazioni più delicate, intercettato dai loro consulenti pachistani e non solo, riattivato in provincia con la regolarità di una altalena, quando non sono la neve, le frane o i pezzi di ricambio mancanti a interrompere il servizio. E usato sempre più raramente, per contatti brevi, da una popolazione ignara, impoverita, che non ha soldi per collegarsi, né elettricità regolare. Non certo aiutata da radio e tv malmenate dalla censura.

I matrimoni

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Un altro settore in cui il confine tra virtù e vizio viene messo in pericolo sono le grandi sale per i matrimoni, che hanno conosciuto uno sviluppo forsennato nel paese ai tempi della occupazione straniera. Trascinando, in una esibizione di ricchezza indebitata, famiglie normali verso il disastro economico. Contrariamente a quanto è stato raccontato con serena superficialità, la corruzione non è un contagio trasmesso dagli afghani agli occupanti stranieri. Sono stati i grandi contratti del Pentagono con i suoi fornitori internazionali, le consulenze milionarie di studi privati occidentali, le banche che fingevano di controllare i bilanci della spericolata Kabul bank a travasare poi ricchezza sui mediatori locali.

I matrimoni che arrivavano attorno a 1.500 invitati oggi ne hanno persi due su tre, per l’impoverimento generale. Anche in questa missione educativa alla parsimonia si mescolano i timori per la promiscuità e la musica.

Nel paese imbavagliato un episodio recente indica che i talebani nella loro attività di controllo sociale forse hanno nuovi suggeritori, estranei alle leggi islamiche. La giornalista Lynne O’Donnell, capo dell’agenzia Ap e poi Afp a Kabul dal 2009 al 17, è tornata recentemente in città. I Talebani le hanno imposto questa dichiarazione, o diversamente sarebbe finita in prigione. «Mi scuso per tre o quattro testi scritti da me dove accuso le autorità attuali di aver costretto al matrimonio ragazzine adolescenti e di avere usato adolescenti come schiave sessuali di comandanti talebani. Questo è stato un tentativo premeditato di screditare e un affronto alla cultura afghana».

L’autrice da oltre confine ha aggiunto: loro hanno dettato, io ho scritto, non gli andava bene, cancellato, rivisto, riscritto, fatto un video dove dicevo di non essere costretta, rifatto anche quello. Senza lo stesso clamore le dichiarazioni forzate adesso sono una consuetudine anche per gli afgani che vengono fermati, prima di tornare in libertà.

Testi di questo tipo richiamano immediatamente il rituale cinese prima di liberare qualcuno, come avvenne con Tiziano Terzani incappucciato notte tempo a Pechino, o con il famoso professor Fang Li Zhi, il Sakharov cinese, che aveva chiesto ospitalità nella ambasciata americana. E anche dopo il recente attentato con il drone ad al Zawahri l’edificio colpito è stato avvolto da teli verdi come avvenne con i veicoli militari incendiati nella notte di Tienanmen. Forse nel silenzio i cinesi non si interessano solo della grande miniera di Mes Aynak, considerata come il secondo giacimento mondiale di rame, a quaranta chilometri da Kabul, comprata per sette miliardi di euro cinque anni fa.

Ha vinto l’oppio

Il rigore teologico si scontra anche con la coltivazione dell’oppio, in un periodo economicamente tragico per il paese. La produzione afghana ha superato negli ultimi anni oltre l’ottanta per cento del mercato mondiale. In primavera i Talebani avevano messo fuori legge questa coltura ma i pannelli solari hanno sconvolto la produzione, riescono a estrarre più acqua dai pozzi senza pagare l’energia, ad allargare le aree verdi ma anche a impoverire più velocemente le falde.

Attorno alla provincia di Kandahar la terra improvvisamente fertile per i papaveri arricchisce contadini, contrabbandieri e comandanti talebani. La proposta di coltivare melograni e mandorle è più nobile, ecologica, ma meno redditizia. Ha vinto l’oppio.

L’alternativa della provincia di Nimruz era il contrabbando crescente di afghani in fuga verso l’Iran. Mentre in altre province è aumentato il saccheggio di materiale archeologico, di cui l’Afghanistan è ricchissimo. Un’altra attività rischiosa e disperata è la corsa clandestina alle miniere che nessuno ha mai controllato dopo la caduta della monarchia. Come è rischioso il recupero di metallo da proiettili inesplosi. Il confine tra virtù e vizio non è rettilineo.

E il nuovo calendario celebra solo date e nomi del passato.

 

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