Il presidente in un briefing ha risposto alla sfida dell’ex ministro Fedorov, dicendo che le urne ora «spaccherebbero il paese». «Esiste una proposta di cessate il fuoco, una zona economica franca e il ritiro delle truppe». Arrivano a Kiev i Volenterosi
Volodymyr Zelensky è un uomo in attesa. Attende gli alleati, la pace, i Patriot. Ma soprattutto attende di capire come farà il paese a sopravvivere a un altro inverno di guerra. E attende anche che cessino le domande sulle ombre che continuano ad allungarsi attorno al suo potere, entrate all’interno delle stanze del suo staff.
Oggi i Volenterosi arrivano a Kiev per la riunione della coalizione. A celebrare il 35esimo compleanno dell’indipendenza dell’Ucraina ci saranno il presidente del Consiglio europeo António Costa, il presidente finlandese Alexander Stubb, la premier danese Mette Frederiksen e tutti i leader dei tre baltici oltre ad altri capi di Stato. Non è chiaro se arriveranno anche i due inviati speciali trumpiani, Steven Witkoff e Jared Kushner (domenica 23 agosto il Cremlino ha reso noto che il viaggio della coppia di negoziatori a Mosca è stato rinviato).
Zelensky non ha nascosto di essere diventato un uomo in attesa. «Stiamo aspettando» ha detto, che gli americani condividano con noi le loro idee su come porre fine al conflitto in questo preciso momento decisivo, per il «corridoio di opportunità» che si apre dal vertice del G20 – che si terrà il prossimo dicembre – fino all’estate del 2027, quando inizierà la stagione delle presidenziali americane e Washington sarà inevitabilmente ancora più distratta e concentrata sulla partita interna di quanto non lo sia oggi. L’urgenza aumenta, perché la finestra temporale che si apre rischia di richiudersi con la stessa rapidità e «oggi è la fase più attiva in cui la diplomazia può portare alla fine della guerra».
Un piano di pace esiste, prevede «un cessate il fuoco, una zona economica franca e il ritiro delle truppe», è stato elaborato da americani ed europei, ma è soprattutto il risultato «di colloqui conclusi tra gli americani, noi e i russi». Va tradotto, però, in un accordo.
Ma a perplimere sono soprattutto i passi indietro che entrambi gli eserciti dovrebbero compiere per creare una zona franca: un’idea già rigettata da Mosca in precedenza che i negoziatori vorrebbero rimettere sul tavolo con una terza parte chiamata a fare da arbitro. «Cosa faranno l’Ue e la Nato e cosa è disposta a fare l’Ucraina in questo senso?». Questa frase del presidente, però, è rimasta un interrogativo a cui ancora nessuno ha risposto.
Putinammetteladifficoltàeminacciadistruzione. AltriraidrussiIl no alle urne
Zelensky forse aspetta anche altro: che i giornalisti smettano di ricordargli quel nome – Iryna Mudra, la numero due del suo staff, solo l’ultima figura del suo cerchio più ristretto a comparire nei faldoni delle indagini dell’ufficio anticorruzione ucraino Nabu. L’ha licenziata ma come faceva a non sapere delle malefatte del suo entourage più ristretto? Finora ha replicato sostenendo che i vertici delle agenzie non gli pongono domande perché «capiscono perfettamente» che lui non fa «cose del genere».
Ma rimangono comunque delle «domande a cui deve rispondere» ha detto Mykhailo Fedorov – l’ex ministro della Difesa che il presidente ha allontanato a luglio scorso ed è diventato intanto la sua nemesi. Fedorov lo ha già sfidato alle urne con un video messaggio martedì scorso, ha rilanciato il guanto di sfida anche domenica ma il presidente non prevede di bandire votazioni: spaccherebbero il paese, sarebbero «un rischio enorme», provocherebbero uno «tsunami» che «frantumerebbe l’Ucraina».
Intanto, di successi del suo esercito ne ha da rivendicare con gli amici europei: domenica 23 un lanciatore russo Iskander è stato colpito; poiché non possono fermare i balistici che piovono ogni notte dalla Federazione, la brillante tattica escogitata dagli ucraini è provare a neutralizzarli prima ancora che partano.
Dopo aver disintegrato la logistica di Wildberries, l’Amazon russo – con l’obiettivo di far arenare l’economia della Federazione, spezzare la catena della logistica russa e portare il conflitto sempre più oltre il fronte – ora nei bersagli ucraini c’è Ozon, il secondo gigante dell’e-commerce russo. A fuoco sono finiti i suoi depositi a Orenburg, a circa mille chilometri dalla frontiera di guerra (si tratta del secondo centro logistico dell’azienda colpito in due giorni, dopo quello di Samara).
LetassediPutinsuglioligarchiIl «pacchetto invernale»
Zelensky vuole intanto non promesse, dagli alleati, non solo, ma anche 300 Patriot – un «pacchetto invernale» che Kiev è disposta a comprare mentre lavora per ottenere «accesso al 5, forse al 10 per cento delle riserve americane» – riserve che, però, più volte il Pentagono ha fatto capire essere ormai esaurite. La pace dei Patriot e quella dei “patrioti”: li sta cercando la Russia, per arruolarli dopo le elezioni. Secondo il Wall Street Journal, sono in corso esercitazioni in tutto il paese in vista di una nuova mobilitazione di massa prevista dopo le elezioni della Duma di settembre.
Zelensky l’ha chiamata «mobilitazione periferica»: risparmiata la Russia europea, Mosca e Pietroburgo con altre metropoli, il peso del conflitto verrà scaricato ancora una volta sulle periferie della Federazione. Il cui presidente, forse, incontrerà l’omologo americano solo grazie ai corridoi del potere cinese il prossimo novembre.
È quando è previsto il vertice Apec in Cina, in programma a Shenzhen. Ma è ancora presto per decidere, ha avvertito l’assistente di Putin, Yuri Ushakov. Invece Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, oggi arriva in Russia per rimanerci quattro giorni. Mentre si rimane in attesa dei prossimi passi della diplomazia delle cancellerie, quella di Dio si muove già. E in fretta.
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