Emerge che sia le prassi intimidatorie che le prassi collusivo-corruttive alimentano un tessuto di cointeressenze in cui risiede il “capitale sociale delle mafie”, base della genesi e della riproduzione nelle aree di radicamento originario, ma anche della loro mobilità ed espansione in altri territori. Adottando questo vocabolario, una sfida futura per l’antimafia sarà pertanto approfondire i mutamenti in corso nel cosiddetto “metodo mafioso”
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
Nell’ultimo decennio il ricorso a reati associativi raggiunge il 45 per cento del totale delle sentenze della Corte di cassazione prese in considerazione (selezionando quelle che coinvolgono in vicende di corruzione detentori di cariche politiche dal 1995 al 2015). Circoscrivendo il dato ai soli reati di matrice mafiosa, la percentuale si riduce ma resta significativa, attestandosi infatti al 27 per cento.
Specialmente nelle aree del Paese a tradizionale presenza mafiosa, i fenomeni di corruzione possono risultare inglobati in reati associativi per effetto di una maggiore presenza di attori criminali strutturati.
Eppure questo dato va letto anche come conseguenza di specifiche strategie giudiziarie, che scelgono di contestare i reati associativi per rendere più efficaci le loro indagini.
La corruzione (o il modo in cui questa viene rappresentata e perseguita in sede giudiziaria) risulta dunque più connotata da un punto di vista “associativo”. Questo dibattito coinvolge il riconoscimento delle mafie storiche, ma non tralascia i fenomeni di “genesi” di gruppi di criminalità organizzata in aree non tradizionali, la cui connotazione ha recentemente spinto la magistratura requirente a contestare loro il reato di associazione mafiosa, anche se con esiti ambivalenti in sede giudicante.
Proprio su un caso di presunta genesi – il processo al “Mondo di mezzo” che ha coinvolto una rete affaristica e criminale interessata agli appalti per i servizi pubblici di Roma Capitale – si è palesato un primo grande banco di prova per misurare la sussistenza del reato di associazione mafiosa sul fronte della repressione degli intrecci tra criminalità politico amministrativa, criminalità economica e dei colletti bianchi, e criminalità organizzata.
La sentenza di primo grado, pronunciata dal tribunale di Roma nel luglio 2017, ha condannato diversi imputati – con pene molto severe – per reati di corruzione e per associazione a delinquere, senza tuttavia riconoscere né l’associazione di tipo mafioso di cui all’articolo 416-bis del codice penale né l’aggravante del metodo mafioso.
Il verdetto ha generato letture contrapposte tra opinionisti e addetti ai lavori, alimentando anche un acceso dibattito a livello politico. Proprio il nesso tra mafia e corruzione è stato sottolineato da molti osservatori come uno degli aspetti peculiari del caso. Tra le posizioni espresse, alcune sostengono che il metodo mafioso, proprio perché poggiato sull’intimidazione, sarebbe estraneo alle logiche della corruzione.
Mafia e corruzione sono certamente fenomeni diversi, che vanno opportunamente distinti, ma non si può negare che tra i due ci sia relazione. Anche nelle aree di insediamento tradizionale i mafiosi impiegano da sempre metodi corruttivi, mettendo a frutto l’altra specializzazione che li caratterizza, insieme a quella relativa all’uso della violenza: la capacità di accumulare e utilizzare capitale sociale, vale a dire di massimizzare risorse di tipo relazionale, che traggono da rapporti di contiguità, di collusione e anche, in senso proprio, di corruzione; da questo punto di vista, la riserva di violenza concorre in pari grado, anche al nord, a definire la matrice composita di quel capitale sociale, che evolve nella permanenza dell’atteggiamento collusivo e di quello violento, che si alimentano a vicenda.
Alla luce di recenti esperienze di ricerca e di filoni di studio specialmente in ambito sociologico, emerge che sia le prassi intimidatorie che le prassi collusivo-corruttive alimentano un tessuto di cointeressenze in cui risiede il “capitale sociale delle mafie”, base della genesi e della riproduzione nelle aree di radicamento originario, ma anche della loro mobilità ed espansione in altri territori.
Adottando questo vocabolario, una sfida futura per l’antimafia sarà pertanto approfondire i mutamenti in corso nel cosiddetto “metodo mafioso”, monitorando il peso relativo delle due componenti strutturali del fenomeno: da un lato, l’uso specialistico e organizzato della violenza, sia essa esplicita o minacciata; dall’altro, la capacità di costruire relazioni sociali, ovvero di gestire e mobilitare in modo informale reti e risorse relazionali in ambiti e contesti istituzionali differenti.
Più nello specifico, l’attenzione va indirizzata sulle trasformazioni del metodo mafioso che sembrano poggiare, sempre più rispetto al passato, sulle cosiddette “risorse di capitale sociale”, vale a dire su risorse di tipo relazionale, che derivano da rapporti di collusione, scambi corruttivi e “alleanze nell’ombra”. In questa ottica è importante affrontare come prendono forma reti di relazioni e di affari nell’”area grigia”, che – come anticipato sopra – presentano configurazioni variabili a seconda degli attori coinvolti, dei settori di attività, dei contesti e della posta in gioco.
L’area grigia non è semplicemente, come spesso si descrive, la zona di contiguità che si estende all’esterno della mafia. Essa assume la forma di una “nebulosa”, con confini mobili e assai variabili: i mafiosi si muovono al suo interno, instaurando una varietà di rapporti di scambio, sono a loro agio in questo ambiente ma non ne sono necessariamente gli attori più importanti, quindi non sono neppure quelli che ne ricavano sempre i maggiori benefici. Il suo funzionamento si basa su “giochi a somma positiva”, quelli per cui tutti i partecipanti al gioco hanno qualcosa da guadagnare, quindi molto diversi dai “giochi a somma zero”, quelli per cui chi vince piglia tutto.
I mafiosi sono spesso rappresentati come impegnati in giochi a somma zero, che riuscirebbero a vincere proprio grazie alla loro peculiare capacità di intimidazione.
Una ricerca scientifica sul tema mostra una gran mole di evidenze empiriche in cui i mafiosi “mettono al servizio di altri questa capacità (nella forma di servizi di protezione, mediazione e regolazione); al tempo stesso, essi preferiscono optare per giochi a somma positiva, per i quali diventa rilevante stabilire chi è incluso e può partecipare agli scambi collusivi, e chi invece ne è escluso, mentre i costi vengono ovviamente scaricati in vario modo sulla collettività”. Come si diceva, l’area grigia tende ad assumere configurazioni diverse a seconda dei contesti, degli attori
coinvolti, dei settori di attività interessati, quindi risulta estremamente difficile da individuare. A ciò si aggiunga il fatto che, una volta che si è strutturata, essa acquisisce una sua autonomia e funziona per forza propria, quella che deriva dalle reti di relazioni che la costituiscono. In questo quadro, la futura impostazione delle politiche antimafia dovrebbe tener conto dei mutamenti in corso nel metodo mafioso approfondendo non solo le caratteristiche e l’operatività dei “mafiosi”, ma anche i contesti territoriali e di azione entro cui essi si muovono, individuando in tal modo elementi utili per eliminare o contenere le loro connessioni con la società, la politica e l’economia.
Si tratta di agire sui reticoli del loro sostegno esterno, intaccando il “capitale sociale mafioso” con intervenenti e proposte che disincentivino i meccanismi che sono alla base della genesi e della riproduzione del consenso sociale delle mafie.
Il problema fondamentale è che queste reti di relazioni non si esauriscono con il “fermo” dei mafiosi, ma rappresentano una forma di capitale sociale che viene utilizzata da altri attori sociali, risultando una risorsa preziosa e un vantaggio competitivo per affermarsi sul piano economico e politico. Per aggredire questa forma di capitale non basta, dunque, contrastare il nucleo organizzativo interno dei gruppi mafiosi, su cui peraltro l’azione giudiziaria ha conseguito negli ultimi anni indubitabili successi, ma bisogna agire anche sui contesti esterni di sostegno.
Bisogna quindi colpire l’area grigia, recidendo i rapporti di complicità, gli scambi collusivi-corruttivi e le alleanze nell’ombra che la tengono insieme. In conclusione, le politiche antimafia devono tenere maggiormente conto della dimensione economica e relazionale del fenomeno e, oltre a promuovere interventi di pertinenza dello Stato (normative, incentivi, repressione eccetera), devono chiamare in causa variabili connesse alla sfera del mercato (regolazione istituzionale, trasparenza contabile e fiscale, diritti del lavoro, eccetera) e alla sfera socio-culturale (responsabilità sociale d’impresa, modelli di sviluppo, stili di consumo, eccetera).
In questo modo, accanto all’azione giudiziaria, che punta a indebolire le organizzazioni criminali attraverso la repressione soggettiva e patrimoniale, l’azione politica potrà puntare a indebolire le condizioni di radicamento e di riproduzione delle mafie.
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