Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


Si è detto in precedenza, provocatoriamente, che la società italiana sta diventando “più mafiosa”. Nel senso che si allargano le aree geografiche e sociali di interlocuzione e di capacità di attrazione degli interessi mafiosi; e che aumentano le ragioni di compatibilità dei costumi quotidiani con la prassi mafiosa.

Si è anche sottolineato il paradosso che questo avvenga proprio mentre la mafia strettamente intesa è complessivamente più debole di prima. E tuttavia se questa affermazione è vera occorre anche saperne trarre una conclusione fondamentale. Ovvero che va crescendo la società economicamente interessata o culturalmente disponibile a fare proprie le motivazioni e le spinte che contrastano i princìpi di legalità.

La crescita della società illegale o che vive con fastidio ogni richiamo alla legalità costituisce senz’altro un problema fondamentale per la lotta contro la mafia. Perché circonda le organizzazioni criminali di una provvidenziale cintura di salvataggio, ne allarga le ramificazioni sociali, regalando loro folte truppe di complemento disposte a combattere o delegittimare le tante possibili azioni di bonifica della vita economica, politica e istituzionale.

Il fenomeno ha iniziato a manifestarsi visibilmente con l’ingresso della mafia nell’economia legale tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta.

Ma ha espresso progressivamente il suo peso nella vicenda italiana, producendo effetti di rigetto (allora sorprendenti in ambienti lontani dalla mafia) verso i magistrati in prima fila contro cosa nostra o verso i movimenti antimafia giovanili che per la prima volta denotavano una propria forza e continuità. Il tema è in definitiva semplice e preoccupante: gli ambienti che possono essere colpiti o danneggiati da strategie coerenti di contrasto alla criminalità mafiosa (che è poi il primo nemico della democrazia e delle leggi repubblicane) vanno in questo contesto ben al di là delle organizzazioni mafiose. Si pensi ai reati finanziari, societari, fiscali, corruttivi o concussivi, ambientali; si pensi alle false attestazioni professionali (collaudi, perizie, eccetera).

La conseguenza è che la lotta contro la mafia sarà socialmente autorizzata, e non sempre pacificamente, solo se non toccherà il sistema delle nervature e delle riserve di forza di cui la mafia stessa dispone nell’organismo sociale che intende assoggettare. E che gli interessi corporati illegali faranno regolarmente sentire il loro peso attraverso adeguate campagne di opinione per proteggere quelle stesse nervature e riserve, a cui attingono in comune con la mafia.

Né questi interessi e queste campagne mancheranno di cercare interpreti e rappresentanti in Parlamento e nelle istituzioni politiche. Si tratta di processi complessi, anche se storicamente ben leggibili. Che renderanno difficile riconoscere l’esatta matrice delle resistenze alla legalità. Dietro tali resistenze gli interessi mafiosi potranno ripararsi, e nel corso del conflitto più d’un osservatore imparziale potrà accusare gli schieramenti legalitari di coltivare sospetti inaccettabili verso ambienti per convenzione e convinzione inconciliabili con gli ambienti mafiosi.

Più di un’avvisaglia di questa intricata fenomenologia si è avuta d’altronde nella stessa produzione legislativa di determinati momenti storici. Una produzione incline ad autorizzare il contrasto diretto della mafia, in forza di quanto di irreversibile è pur accaduto nella storia nazionale. Ma ostile o diffidente verso il contrasto delle condotte direttamente funzionali allo sviluppo del capitale sociale mafioso. Ciò significa, però, precludersi la sconfitta del fenomeno mafioso.

Questo è quel che sta avvenendo su un versante sociale. Ma è importante notare che parallelamente si sta anche verificando, sul versante opposto, un poderoso allargamento del campo antimafioso, che questa Commissione ha certo potuto cogliere nel corso delle proprie audizioni.

Le storie esemplari delle vittime, i traumi inflitti al senso di giustizia e di libertà di gran parte della società italiana, gli estesi e sempre più incisivi processi di sensibilizzazione civile, l’ingresso nella contesa di sempre nuovi attori sociali, infatti, hanno esteso di molto anche le aree geografiche e sociali di interlocuzione e di capacità di attrazione degli ideali e delle motivazioni del movimento antimafia. Il quale anzi, secondo recenti ricerche, dimostra in alcune regioni del nord un livello di crescita perfino superiore a quello registrato in province a tradizionale insediamento mafioso.

E coinvolge ormai stabilmente e sempre di più università e professioni e anche amministrazioni pubbliche un giorno distaccate, per non parlare della Chiesa Cattolica nelle sue massime espressioni. Se la produzione artistica di un Paese ne riflette gli orientamenti civili, la produzione cinematografica fiorita sul fenomeno mafioso, assolutamente incomparabile con quella disponibile alla fine del Novecento, spiega plasticamente quanto questo processo di allargamento speculare sia esteso e profondo.

È naturalmente difficile stimare se sia più rilevante il primo o il secondo allargamento. Si può arguire, anche se solo sulla base di un intuito empirico, che in termini numerici sia maggiore (forse molto maggiore) l’allargamento del campo antimafioso e che però sul piano della forza economica e di strutturazione degli interessi sia più “pesante” il primo. Sta di fatto che nulla è scritto sull’andamento di questa partita. Perché determinati valori hanno dimostrato nel tempo una forza di orientamento pratico inaspettata, pur se dovendo passare per prezzi molto alti.

Quel che a questo punto si deve però cogliere, perché straordinariamente ricco di implicazioni culturali, civili, politiche, è che la grande area di neutralità che circondava mezzo secolo fa il fenomeno mafioso, perché lontano, folclorico, arcaico, si è straordinariamente ridotta e sempre di più si restringerà, disegnando il conflitto sulla legalità come uno dei principali conflitti interni alla società italiana.

Esso prenderà forme diverse, si vestirà, spontaneamente o per forza di cose, con fogge differenti, ma agirà dentro il corpo sociale e verosimilmente, e con tutte le mediazioni del caso, anche dentro i livelli istituzionali. La legalità: non più principio che lo Stato e la comunità rivendicano a propria difesa nei confronti dei fuorilegge, ma asse di divisione, criterio di classificazione/elaborazione di scelte e di linguaggi su un campo più vasto, in grado di attraversare la società “legale”. Rispetto alla precarietà riconosciuta dei costumi civili degli italiani (che però è humus di questo scenario) il salto di qualità appare evidente.

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