Interrogato sulle reazioni all’interno di Cosa nostra di fronte al fallimento di quella strategia, Cancemi replica con una frase sibillina che lascerebbe intendere come il filo del dialogo con esponenti delle istituzioni che già Riina aveva allacciato non si fosse spezzato
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa nuova serie sarà dedicata alla sentenza d’appello sulla “Trattativa”.
Nel compendio di fonti che concorrono a integrare la prova che RIINA avanzò specifiche richieste in risposta alla sollecitazione al dialogo pervenutagli attraverso il canale MORI-CIANCIMINO-CINA’ non potevano mancare le propalazioni di altri collaboratori di giustizia, oltre a Giovanni BRUSCA, che a vario titolo furono partecipi o testimoni di quella stagione di sangue.
E tra loro, anzitutto, CANCEMI Salvatore e GIUFFRÈ Antonino. Delle criticità che inficiano l’attendibilità complessiva del primo è detto e scritto ampiamente nella stessa sentenza appellata, e non serve ritornarvi. Ma sul terna qui in esame deve rilevarsi come restino affidabili le dichiarazioni consacrate nel verbale d’interrogatorio del 15 marzo 1994.
Ivi, per la prima volta e in epoca non sospetta, ossia molto prima che si avesse pubblica conoscenza dei contatti tra gli ufficiali del R.O.S. e CIANCIMINO e che irrompessero sulla scena le “rivelazioni” di Massimo CIANCIMINO, con il risalto mediatico che alla vicenda ne seguì, CANCEMI parla per la prima volta di una trattativa con lo Stato, annoverandola tra le finalità delle stragi.
In particolare, riferisce che, dopo le stragi di via Capaci e di via D’Amelio, RIINA era convinto, e condivideva tale convinzione con la cerchia dei capi a lui più fedeli, che lo Stato non avrebbe reagito, ma anzi sarebbe stato indotto proprio da quegli atti eclatanti a tentare di intavolare una trattativa con Cosa Nostra (“..in concreto, per quello che sentivo da Riina e Biondino si era certi che lo Stato non avrebbe reagito. In sostanza. Riina ed il suo cerchio ristretto erano convinti, a mio parere, che quegli atti eclatanti avrebbero indotto lo Stato alla trattativa. Ciò, come 110 detto a varie A. G., per effetto dei rapporti che loro avevano con persone esterne a cosa nostra, importanti. Ho più volte ribadito che si trattava, in questo caso, di persone che io non posso specificare, e dei cui contatti con Riina, mi aveva parlato il Ganci, quel famoso giorno in cui tornavamo da una riunione tenutasi a Capaci in preparazione dell’attentato a Falcone...”).
A dire di CANCEMI, la gran parte del popolo di Cosa Nostra paventava, al contrario, che la reazione dello Stato sarebbe stata molto dura e avrebbe potuto mettere in crisi l’intero assetto dell’organizzazione mafiosa.
Il dichiarante sul punto descrive con rara efficacia come si fosse scavato un solco, quanto a preoccupazioni e previsioni strategiche, tra RIINA e la cerchia ristretta di boss a lui più vicini e fedeli (tra i quali però inserisce anche PROVENZANO) e la gran parte degli affiliati mafiosi i quali erano indotti a più pessimistiche previsioni dal fatto che erano estranei a e ignari di quei contatti con personaggi importanti che invece RIINA intratteneva già prima della strage di Capaci e dai quali avrebbe tratto la rassicurazione che lo Stato non avrebbe reagito (“...ciò che io prima ho detto va riferito esclusivamente alle aspettative ed ai convincimenti di Riina, Provenzano, Biondino, Bagarella, Ganci, Aglieri, Greco Carlo, Tinnirello e dei Graviano, cioè quel nucleo dirigente sanguinario di cui ho già parlato. È chiaro invece che la grati parte degli affiliati a cosa nostra riteneva, al contrario, essendo estranea a quei contatti con persone importanti di Riina ed ai discorsi che all‘interno di quel nucleo si facevano, che la reazione dello Stato sarebbe stata molto dura e avrebbe potuto mettere in crisi l‘assetto stesso di cosa nostra”).
Ma per ciò che qui interessa va anche detto che in quell’interrogatorio CANCEMI si limita a prefigurare l’instaurazione di una trattativa con lo Stato alla stregua di un obbiettivo perseguito da RIINA e dai suoi fedelissimi attraverso le stragi, confidando nella sua realizzazione, ma non come risultato effettivamente conseguito. Non se ne ricava però alcuna conferma del fatto che RIINA fosse stato informato che uomini dello Stato si erano già fatti sotto per trattare (poco importa se già prima o solo dopo la strage di via D’Amelio); e tanto meno una conferma del fatto che RIINA avesse risposto a quella sollecitazione.
Non va però trascurato che, interrogato sulle reazioni che potevano essersi verificate all’interno di Cosa Nostra di fronte al fallimento di quella strategia, posto che non era stato conseguito nessuno dei benefici attesi, CANCEMI replica con una frase sibillina (“vedremo, PROVENZANO è ancora libero”) che lascerebbe intendere come il filo del dialogo con esponenti delle Istituzioni che già RIINA aveva allacciato addirittura prima delle stragi non si fosse spezzato e potesse ancora dare i suoi frutti.
Di diverso tenore, le successive dichiarazioni di cui al verbale dell’interrogatorio congiunto (dinanzi le Procure di Caltanissetta e di Firenze) del 23 aprile 1998, parimenti in atti (anche nella trascrizione integrale).
Ivi, CANCEMI racconta che lo scopo delle stragi era quello di “sfiduciare” coloro che erano in quel momento al potere, ossia di sovvertire il quadro politico (“lui cercava con queste bombe di sfiduciare, diciamo, quelle che c’erano attuali, in sella… cercava di sfiduciare, per dire, quelli che erano in sella attuale...”) per favorire l’ascesa di Berlusconi e Dell’Utri (“lui parlava di Berlusconi e Dell’Utri portare… significa che erano quelle persone che dovevano portare nel futuro queste cose che lui aveva nelle mani, di portarli a comandare... di portare a comandare questi, significa al potere, lo diceva chiaro”) che per la prima volta indica come quei personaggi importanti con cui RIINA aveva avuto contatti ravvicinati anche poco prima della strage di Capaci (dei quali aveva fatto cenno in precedenza, dicendo però di non avere mai saputo chi fossero).
E riferisce poi di un foglio contenente appunti scritti che ebbe modo di vedere in mano a RIINA (“Sono sicuro che aveva questo pezzo di carta, perché le ho visti uno e due con i miei occhi, e c ‘erano degli appunti che già c‘erano scritti là”) in occasione di una delle solite riunioni tenutesi a casa di GUDDO (forse dopo la strage di Capaci, ma sul punto si esprime in termini dubitativi: “mi sembra”) in cui erano riportati vari punti che, come lo stesso RIINA spiegò ai presenti, rassicurandoli che tutto stava procedendo per il meglio, corrispondevano ad altrettante richieste che si accingeva ad inoltrare a BERLUSCONI e DELL’UTRI che si sarebbero fatti carico di appoggiarle a riprova del fatto che il rapporto con questi personaggi era “un bene per tutta Cosa Nostra”.
Tra queste richieste ne figurava una concernente i detenuti in carcere (“c‘era anche questo qua di fare uscire dei carcerati del carcere, mi ricordo benissimo”), o la possibilità di fare uscire dal carcere i detenuti in età più avanzata, ed ancora altri punti concernevano l’ergastolo, la legge sui pentiti e quella sul sequestro dei beni: con ciò profilandosi una trattativa che però non aveva nulla che vedere, con quella che nello stesso periodo di tempo si sarebbe instaurata per la restituzione di alcuni quadri o opere d’arte in cambio degli arresti domiciliari od ospedalieri per alcuni boss mafiosi (di cui s’era parlato al dibattimento del processo di Firenze sulle stragi in continente).
Di questa seconda presunta “trattativa”, però, egli nulla sapeva del coinvolgimento di Gioé e di tale Bellini (“..questo discorso per me è nuovo.. “). Salvo ritrovare miracolosamente la memoria perduta al processo di Capaci, quando dirà della vicenda dei quadri rubati sostanzialmente ciò che se ne era saputo dopo le deposizioni al processo di Firenze dei vari BELLINI, BRUSCA, DI MATTEO e LA BARBERA.
E sempre al processo di Capaci dove venne sentito alle udienze del 17, 23, 24 e 29 giugno 1999. CANCEMI ha aggiunto che tra gli obbiettivi che più stavano a cuore di RIINA v’era la cancellazione della legge sui pentiti (“Si, come, si parlava più volte, più volte, si parlava tantissime volte che l’obiettivi erano quelli, diciamo, di... la prima cosa che lui ci pesava era i pentiti, i collaboratori di Giustizia, che li doveva eliminare perché erano loro che portavano questo danno, diciamo, a “Cosa Nostra”. Lui più volte io c‘ho sentito dire che si giocava i denti per fare cancellare questa legge sui pentiti, per non li fare credere, per farli screditare”); e che negli incontri che ebbero, anche alla presenza anche di altri capi mandamento, dopo la strage di via D’Amelio, RIINA li rassicurò dicendo che tutto stava procedendo bene, anche se ci voleva un po’ di pazienza prima di cogliere i frutti sperati (“..questo io le posso dire con assoluta certezza che io dopo la strage con Riina mi ci sono anche visto più volte e, quando si parlava andava.., andavamo nell’argomento, lui diceva che le cose andavano bene, dovevamo avere un po' di pazienza, ma che le cose andavano bene; diceva proprio queste parole: “Si, ci vuole un po' di pazienza; le cose camminano bene”. Poi posso aggiungere ancora.., però queste cose erano ogni volta che ci incontravamo con Riina, attenzione. non... non sono state una volta sola, fino a quando l‘hanno arrestato, un po' prima diciamo di quando l’hanno arrestato”).
E’ evidente come le dichiarazioni successive a quelle del marzo ‘94 soffi-ano di tulle quelle criticità che hanno indotto ad elevare a sospetto le propalazioni del CANCEMI e a vagliarle con estrema prudenza, come la stessa sentenza appellata non manca di ripetere. E nessuna adeguata spiegazione il dichiarante ha saputo fornire degli inopinati cambi di registro delle sue versioni sui medesimi fatti (valga per tutti l’esempio delle ragioni che lo avrebbero indotto a consegnarsi ai carabinieri: il timore di poter essere vittima di un’imboscata tesagli da PROVENZANO, che gli avrebbe dato appuntamento per quella stessa mattina del 22 luglio 1993, letteralmente evapora nelle dichiarazioni rese al processo di Capaci.
E gli esempi potrebbero moltiplicarsi); o del ritardo con cui ha riferito di nomi e fatti che in precedenza aveva detto addirittura di ignorare. Anche se, in parte, il ritardo può spiegarsi non già con improbabili mancanze di serenità o momentanee amnesie, o con la difficoltà, che pure può esserci stata, a liberarsi fino in fondo dei retaggi che lo legavano al mondo criminale di cui aveva fallo parte per tanti anni, od anche con il travaglio interiore che gli procurava il dover ammettere le proprie responsabilità in ordine a delitti che gli suscitavano un senso di vergogna, come pure ha detto; bensì con un’ostinata e strategica reticenza finalizzata a centellinare finché possibile l’ammissione del proprio coinvolgimento nei più gravi fatti delittuosi. per sottrarsi alle conseguenze sul piano giudiziario.
Insuperato resta sotto questo profilo il ritratto che della personalità del CANCEMI e delle luci e ombre che costellano il suo percorso collaborativo hanno fatto i giudici del BORSELLINO ter […].
Ma, per venire al tema ora in esame, ciò che può secernersi dalle richiamate dichiarazioni di cui al verbale d’interrogatorio del 23 aprile 1998 è solo quanto risulta in accordo con le altre risultanze acquisite sul medesimo tema e, al contempo, si lega in qualche modo - senza discrasie e senza inspiegabili e inspiegati revirement del dichiarante — alle pregresse dichiarazioni. In pratica, se ne può ricavare la conferma che RINA, dopo le stragi, o a cavallo della strage di via D’Amelio, si apprestava a redigere un pacchetto organico di richieste (a cominciare dai benefici ai carcerati e poi l’abolizione dell’ergastolo e la cancellazione della legge sui pentiti) da presentare nell’ambito di una trattativa che confidava si sarebbe presto instaurata perché — come gli era stato assicurato da importanti personaggi con cui era in contatto — quegli atti eclatanti, cioè le stragi, come CANCEMI aveva dichiarato già nel marzo ‘94, avrebbe indotto lo Stato a trattare con Cosa Nostra.
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