Con il maresciallo Felli veniva inizialmente approfondito l'argomento dei rapporti instaurati dal Centro C.S. di Padova con Giampietro Montavoci, un militante del gruppo di Ordine Nuovo di Venezia, e delle notizie acquisite sul ruolo svolto sempre a Venezia da Carlo Digilio. Infatti Montavoci risultava essere stato un informatore del Centro C.S. di Padova con il nome in codice "MAMBO", mentre Carlo Digilio risultava avere svolto il ruolo di quadro "coperto" del gruppo di Venezia...
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci dell’ordinanza del 18 Marzo 1995, “Azzi+25” di Guido Salvini, il giudice che a Milano provò, a più di vent’anni di distanza dai fatti avvenuti, a far condannare responsabili e complici di una stagione di sangue
Dopo qualche titubanza, il maresciallo Felli confermava che a Padova, oltre a Tritone, vi era un'altra fonte, denominata forse RODOLFO (un altro nome di copertura utilizzato, oltre a TURCO, per Gianni Casalini), curata prevalentemente da un altro sottufficiale e ad un certo momento abbandonata apparentemente per motivi legati alle condizioni di salute della fonte stessa.
L'incertezza e la cautela mostrata dal sottufficiale nel rispondere a tale domanda (motivata anche dagli stretti limiti imposti al personale del S.I.D. dai loro superiori in occasione di audizioni dinanzi all'A.G.) convinceva della necessità di approfondire l'argomento e il maresciallo veniva risentito in data 15.2.1993 in occasione di un accesso di questo Ufficio presso la sede del Centro C.S. di Padova, autorizzato dalla Direzione del Servizio e finalizzato anche all'esame di alcuni documenti.
Con il maresciallo Felli veniva inizialmente approfondito l'argomento dei rapporti instaurati dal Centro C.S. di Padova con Giampietro MONTAVOCI, un militante del gruppo di Ordine Nuovo di Venezia, e delle notizie acquisite sul ruolo svolto sempre a Venezia da Carlo DIGILIO.
Infatti Giampietro Montavoci risultava, dalla documentazione già acquisita presso l'Archivio del SISMI, essere stato un informatore del Centro C.S. di Padova a partire dalla fine degli anni '70 (e sino alla sua morte avvenuta nel 1982 a seguito di un incidente stradale), con il nome in codice "MAMBO", mentre Carlo Digilio risultava avere svolto il ruolo di quadro "coperto" del gruppo di Venezia, consulente di tale gruppo in materia di armi e, probabilmente, secondo i dati ancora iniziali raccolti sino all'inizio del 1993, anch'egli in contatto con Servizi di sicurezza.
Il maresciallo Felli confermava innanzitutto che Giampietro Montavoci era stato "fonte" del S.I.D., da lui curata personalmente a partire dal 1978, circostanza questa che dimostrava ulteriormente come nella struttura di Ordine Nuovo del Veneto ben pochi fossero i "rivoluzionari puri" e molti di più gli uomini disponibili, in varie forme, a essere utilizzati dai Servizi di sicurezza per attività lecite - come in questo caso - o, più spesso, illecite.
Proprio tramite le informazioni raccolte da Giampietro Montavoci erano stati acquisiti i primi elementi sul ruolo di quadro "coperto" di Carlo Digilio all'interno del gruppo di Venezia del dr. Carlo Maria Maggi, in quanto Carlo Digilio - come sarebbe stato confermato poi dal dibattimento svoltosi dinanzi alla Corte d'Assise di Venezia - non si esponeva in iniziative politiche pubbliche, ma era in realtà il "consulente" del gruppo per l'approvvigionamento di armi e l'addestramento all'uso delle stesse (cfr. dep. Felli, 15.2.1993, f.2).
Esaurito l'approfondimento di tali argomenti, il maresciallo Felli veniva nuovamente sollecitato dall'Ufficio a riferire, con completezza e senza "limiti" astrattamente riconducibili al suo ruolo di sottufficiale del SISMI ancora in servizio, quanto egli ricordava in merito ai rapporti con la fonte TURCO, facendogli presente che l'importanza dei fatti non giustificava alcun atteggiamento di cautela e che si trattava di "fonte" ormai ormai da lungo tempo dismessa e comunque già nota all'Ufficio.
Il maresciallo Felli, avendo pienamente compreso che si trattava di una situazione in cui non vi era più alcuna ragione di tutelare la segretezza dell'attività di servizio, iniziava allora un racconto che, per la sua importanza, deve essere riportato integralmente:
"Poichè l'Ufficio mi chiede di nuovo se esistessero altre fonti di destra a Padova negli anni '70 con specifico riferimento ad Ordine Nuovo, posso dire che, come ho già accennato nella precedente deposizione, c'era TURCO che era seguito sopratutto dal mio collega NICO. Turco si rivolgeva a noi con il nome di RODOLFO, che era stato convenuto e con il quale si presentava quando ci telefonava, cioè telefonava al nostro ufficio. Ho compreso benissimo che l'Ufficio è perfettamente al corrente che Turco altri non è che Gianni Casalini di cui oggi ha chiesto il fascicolo.
Mi rendo conto che questo soggetto interessa molto l'Ufficio e mi sento di dover dire innanzitutto che Nico, il mio collega, è morto un mese fa in seguito ad un ictus mentre era ancora in servizio.
Io avevo visto Casalini solo una volta insieme a Nico. Posso precisare che Casalini era stato però reclutato dall'altro mio collega che mi viene indicato con il nome di NIEVO. In seguito Nievo venne trasferito e la gestione di Turco venne affidata a Nico.
Devo dire che la fonte Turco è collegata ad una situazione di rilievo che posso così descrivere.
Ricordo che una sera il Direttore mi chiese di affiancare Nico in un contatto che doveva avere con Turco. Il Direttore segnalò anche a me la delicatezza della situazione anche in relazione allo stato della fonte. Non saprei collocare nel tempo con esattezza questo incontro, comunque, anche alla luce della relazione di cui in seguito dirò, dovrebbe collocarsi intorno al 1974.
Ci incontrammo con Turco prima vicino alla stazione ferroviaria, che credo fosse un costante punto di incontro per loro due, e poi andammo a Campo San Piero. Il ristorante si chiamava PINO VERDE. Casalini mi apparve come una persona veramente depressa, molto agitata, tanto da avere difficoltà a mangiare e anche ad articolare i movimenti semplici.
Sembrava che volesse scaricarsi la coscienza come se avesse qualcosa che lo tormentava. Mi pare che fu proprio lui a parlare spontaneamente degli eventi più gravi. Non ho un ricordo preciso, ma evidentemente di questa situazione il mio collega doveva avere avuto qualche avvisaglia in un precedente incontro.
Casalini mostrava un rimorso in relazione agli attentati che erano avvenuti negli anni precedenti ad opera di gruppi di destra. Iniziò a dirci qualcosa su questi avvenimenti.
Disse che era stato a Milano con TONIOLO e che costui aveva portato con sè una borsa con dell'esplosivo. Si erano fermati in un ristorante e Toniolo aveva posato la borsa in un angolo vicino ad un vaso con una pianta.
Ricordo che le parole gli venivano fuori con molta fatica e chiaramente si traeva la sensazione che egli fosse angosciato dalla catena di avvenimenti che si erano conclusi con la strage di Piazza Fontana. La sensazione non era quella di una diretta partecipazione a quest'ultimo evento, ma di un coinvolgimento marginale negli avvenimenti precedenti e l'angoscia per quello che era avvenuto alla fine. Parlava di riunioni a casa di TRINCO nelle quali pareva che avvenissero le decisioni.
Non sono in grado di ricordare di più perchè fu per me un incontro unico, mentre Nico trattava da tempo la fonte. Trassi comunque la sensazione che fosse una persona che poteva dare un importante contributo e che tuttavia andava trattata con estrema delicatezza.
Ebbi l'impressione che Nico avesse già raccolto, in incontri precedenti, confidenze analoghe.
Io non feci alcuna relazione. Non fu ufficializzato niente nel senso che in ufficio ci chiedemmo comunque cosa fare. In seguito, però, posso affermare che fu ufficiosamente informata la polizia giudiziaria che seguiva da vicino le indagini. Comunque, dopo avere investito la polizia giudiziaria, una relazione fu elaborata utilizzando tutte le notizie che Nico aveva ricevuto.
In sostanza fu scritto tutto quello che era necessario, pur senza protocollarlo nei nostri atti.
Quando fu fatta questa relazione era Direttore il maggiore BOTTALLO e per ordinare gli elementi raccolti da Nico vennero anche uno o due sottufficiali dell'Arma di Milano con funzioni di polizia giudiziaria. Non sono al corrente degli sviluppi della questione in sede di Autorità Giudiziaria e di polizia giudiziaria. Era un momento difficile e non escludo che la nostra azione sia stata vista con sospetto da qualcuno."
Nel corso della successiva deposizione, il maresciallo Felli precisava che l'ufficiale di polizia giudiziaria giunto al Centro C.S. di Padova per acquisire la relazione elaborata utilizzando tutte le notizie raccolte da Nico era un sottufficiale della Divisione Pastrengo dei Carabinieri che aveva sede a Milano (cfr. dep. 27.2.1993, f.1).
Non riusciva tuttavia a ricordare se si trattasse del maresciallo Fanciulli o del brigadiere Cristanziani in quanto entrambi, in quel periodo, si erano recati presso il Centro C.S. in relazione a indagini concernenti fatti eversivi. Il maresciallo Felli concludeva il suo racconto riconoscendo che, dopo le confidenze di Gianni Casalini, il personale del Centro C.S. di Padova si era trovato "un po' in difficoltà nel gestire questa situazione" anche se egli personalmente , dopo quell'unico incontro con Casalini, non aveva più avuto un ruolo nella vicenda. Effettivamente il personale del Centro C.S. di Padova, nonostante l'impegno dimostrato nel tentativo di acquisire dalla "fonte" notizie su episodi così gravi, aveva commesso la leggerezza di non trattenere copia e non protocollare la relazione conclusiva elaborata da Nico, relazione che, come si vedrà, è sparita nel nulla dopo essere pervenuta al Comando della Divisione Pastrengo.
Del resto la ricostruzione ora esposta del Caso Padova e della chiusura pilotata della fonte Gianni Casalini, ricostruzione iniziata dal Giudice Istruttore di Venezia e proseguita da questo Ufficio, ha già trovato un positivo vaglio dibattimentale nella sentenza emessa il 28.10.1993 dal Tribunale di Venezia.
Il Tribunale, giudicando con rito abbreviato, dopo il rinvio a giudizio del G.I. di Venezia, alcuni funzionari di polizia, che si erano resi responsabili dei depistaggi relativi all'attentato di Peteano, e il perito Marco Morin, responsabile della falsa perizia sull'esplosivo usato per l'attentato, ha condannato per il reato di falsa testimonianza dinanzi al G.I. di Venezia anche il capitano Manlio Del Gaudio, la cui posizione era ricompresa nell'ordinanza di rinvio a giudizio c.d. Peteano-bis.
Il capitano Manlio Del Gaudio, giudicato responsabile di falsa testimonianza per avere taciuto quanto sapeva in merito all'appunto del generale Maletti e all'incarico da questi ricevuto di "procedere" nei confronti della "fonte" Casalini, è stato condannato alla pena di un anno di reclusione (cfr. vol.23, fasc.7).
Al capitano Del Gaudio, condannato anche al risarcimento del danno in favore del Ministero di Grazia e Giustizia che si era costituito parte civile, è stato negata la concessione delle attenuanti generiche. Si legge infatti, assai significativamente, nella motivazione della sentenza che è "immeritevole" di tali attenuanti "chi ancor oggi non ha ritenuto di aiutarel'Autorità Giudiziaria a disvelare trame e disegni che hanno messo in serio pericolo le Istituzioni e che ha dimostrato con il suo silenzio di non accettare queste Istituzioni" (cfr. vol.23, fasc.8, f.173).
Un giudizio che può condividersi e che dovrebbe estendersi a tutti coloro, il generale Maletti ed altri rimasti ignoti all'interno dei vertici del S.I.D. e della Divisione Pastrengo dei Carabinieri, che hanno ideato e attuato un'azione di depistaggio - tramite la sottrazione di prove o della possibilità di acquisirle - così grave come quella ricostruita in questo capitolo.
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