Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


Tradizionalmente, la mafia pugliese è stata identificata con la sacra corona unita (SCU). Le prime tracce della sua esistenza risalgono al 1983: nell’ottobre di quell’anno un uomo, Vittorio Curci, dichiarò ai magistrati della procura della Repubblica di Bari di aver assistito, in piena notte, alla cerimonia d’affiliazione a una mafia “nuova”, autoctona.

Le immediate indagini disvelarono l’esistenza, all’interno della casa di reclusione di Bari, e precisamente nella cella del detenuto Giuseppe Rogoli, di un manoscritto costituente lo statuto di una consorteria denominata sacra corona unita, e in cui si indicava persino la data di fondazione: “La SCU è stata fondata da G.R. il 1° maggio 1983 e con l’aiuto dei compari diritti”, dove G.R. sta per Giuseppe – detto Pino – Rogoli, un comune rapinatore di banche proveniente da Mesagne e i “compari diritti” devono identificarsi in appartenenti alla ‘ndrangheta calabrese.

Le ragioni sottese alla nascita di tale sodalizio apparvero sin da subito chiare: opporsi all’invasione dei camorristi appartenenti alla fazione di Raffaele Cutolo che, in cerca di nuovi territori da conquistare, già sul finire degli anni Settanta, si erano spinti in Puglia radicandosi sul territorio soggiogando o soffocando, le famiglie criminali locali dove non riuscivano a stringere redditizie alleanze. Tale originaria vocazione regionalista sarebbe rimasta inalterata anche dopo. Il processo celebratosi dinanzi al tribunale di Bari nel 1986, con l’escluderne la natura mafiosa, paradossalmente fornì nuova linfa al progetto iniziale. Infatti, nelle more, gli associati della prima ora, riacquistata la libertà, costituirono i primi nuclei mafiosi nei luoghi di origine: nel Foggiano, nel Barese e nel Tarantino, operando in piena autonomia.

Cosicché, sin da subito, la mafia pugliese palesò quella che sarebbe stata la sua principale caratteristica anche dopo la repressione da parte delle forze dell’ordine e della magistratura: la pluralità delle consorterie, tra loro paritarie e ciascuna, al suo interno, gerarchizzata e a vocazione monopolista. Il disegno di Rogoli trovò una sua parziale realizzazione più a sud avendo egli investito nella guida dei clan i suoi uomini più fidati. Tuttavia questo disegno unitario sarebbe fallito, e definitivamente tramontato, sotto i colpi della reazione dello Stato.

Ma se questa organizzazione mafiosa - che per oltre un ventennio ha instaurato in Puglia e, in particolare, nel Salento un vero soggiogamento mafioso - è venuta meno già nei primi anni del Ventunesimo secolo, ciò non vuol dire che il fenomeno mafioso sia scomparso.

Anzi! Scomparsi i capi storici, i gruppi malavitosi, ormai radicatisi sul territorio, del tutto slegati da una comune appartenenza e in assenza di vincoli verticistici, ormai operano ciascuno nei rispettivi “locali”, adottando, a seconda degli avvenimenti, un atteggiamento tra loro collaborativo o aggressivo, nel segno di una tradizione ormai trentennale, ottenendo sul territorio, dall’evocazione delle imprese della SCU., una maggiore carica criminale che perpetua quel clima di paura, omertà e soggiogamento tra la popolazione, clima tipico dell’esperienza sacrista. Il contesto pugliese non fa, insomma, eccezione al trend nazionale di disgregazione degli organismi mafiosi unitari, esclusa la ‘ndrangheta, e anzi ne rappresenta uno dei paradigmi se è vero che il territorio è segnato da tanti gruppi, grandi, medi o piccoli, che replicano moduli intimidatori e di assoggettamento tipici del metodo mafioso, che operano autonomamente e dunque con una violenza non controllata.

Appare evidente che lo sviluppo dell’intera regione, a vocazione turistica - ma non solo - risulta palesemente condizionato dalla massiccia presenza di gruppi criminali radicatisi a macchia di leopardo sull’intero territorio e il salto di qualità in atto mediante la trasformazione da una dimensione familiare e rurale a quella prevalentemente imprenditoriale preoccupa non poco.

La criminalità organizzata nella città di Bari e provincia

La criminalità organizzata nella città di Bari risulta particolarmente radicata e caratterizzata dalla presenza di clan che si contendono il territorio al fine di imporre la propria egemonia nel campo delle attività illecite maggiormente lucrose quali il traffico di stupefacenti e le estorsioni. Dunque una criminalità con struttura di tipo orizzontale, e non piramidale, in cui le varie organizzazioni hanno pari dignità sul territorio, tant’é che, talvolta, nei quartieri più popolosi, operano più organizzazioni contrapposte che danno luogo a momenti di contrapposizione che spesso sfociano in fatti di sangue.

Situazioni di fibrillazione appaiono essere all’ordine del giorno: recentemente, nel quartiere di San Girolamo, alla contrapposizione tra i clan Campanale e Lorusso sono seguiti due omicidi e negli anni precedenti tre persone innocenti, onesti lavoratori, sono state uccise a seguito dei conflitti tra organizzazioni criminali; nel quartiere Carrassi - San Pasquale il conflitto tra i clan Fiore e Caracciolese ha mietuto quattro vittime nei mesi di aprile e maggio 2014.

Ma è il quartiere San Paolo a far registrare le maggiori problematiche sotto il profilo della sicurezza pubblica a causa della contrapposizione fra il clan Montani-Telegrafo e una componente dei Misceo contro il clan Mercante.

Nell’intera provincia il quadro non è dei migliori: nei soli mesi di aprile, maggio e giugno 2017, sono stati commessi cinque omicidi tre dei quali sicuramente riconducibili, per modalità di esecuzione e per lo spessore criminale delle vittime, al crimine organizzato. Due di tali fatti di sangue si sono verificati nel capoluogo.

Attualmente nella città di Bari sono operanti nove clan (Parisi - in cui va ricompreso anche il cosiddetto gruppo Palermiti; Strisciuglio; Capriati - in cui va ricompreso anche il cosiddetto gruppo Lorusso); Di Cosola; Telegrafo; Mercante - Diomede, Montani; Anemolo; Misceo) che manifestano una particolare capacità di rigenerarsi anche all’indomani della loro decimazione a seguito dell’incisivo intervento repressivo delle forze di polizia e della magistratura, grazie all’intervento delle seconde linee, all’impiego di soggetti spesso incensurati, all’utilizzo di persone minorenni a cui vengono affidati i ruoli di detentori della sostanza stupefacente, di pusher, di “ragazzi fondina”, detentori, per conto terzi, delle armi “scomode” e di esecutori di reati predatori.

La diversificazione degli interessi delle cosche, che vanno al di là delle tradizionali attività criminali, emerge, invece, dall’azione di contrasto ai patrimoni illeciti: buona parte dei beni sequestrati sono infatti costituiti da società di gestione di slot machine, società che rappresentano per i clan una forma di introiti e di riciclaggio, conti correnti bancari e ancora bar, pizzerie, immobili vari, ristoranti e resort, un centro scommesse, imprese individuali e una cartolibreria, persino un centro ippico ubicato ad Aversa, terra dei casalesi.

La contiguità dell’area urbana con quella “metropolitana” sembra favorire l’interazione criminale tra il capoluogo e i comuni della provincia, come peraltro pienamente confermato dalle evidenze acquisite nell’ambito delle indagini portate a termine dalla magistratura inquirente:

l’area murgiana, e in particolare Altamura, si conferma un importante canale di collegamento con la Basilicata, territorio di espansione per il traffico di droga e per la commissione di reati predatori;

il contesto criminale nel comprensorio di Monopoli, dopo la disarticolazione dei sodalizi avvenuta negli anni Novanta, appare condizionato dalle organizzazioni criminali operanti nei confinanti comuni di Conversano, Fasano e Mesagne, nonché del capoluogo;

la città di Putignano, dove ha avuto origine la prima associazione mafiosa barese, denominata clan la Rosa appare sempre più condizionata dai circuiti della criminalità del capoluogo e, in particolare, dal clan Parisi;

la provincia BAT (Barletta - Andria - Trani) è caratterizzata dalla presenza di organizzazioni malavitose aventi una spiccata autonomia operativa nonostante l’influenza esercitata dai sodalizi dei territori confinanti, in primis di Cerignola, con cui sono state avviate sinergie criminali per la gestione delle attività illecite;

la situazione dell’ordine e della sicurezza pubblica a Bitonto, caratterizzata dall’incidenza dei reati contro il patrimonio e soprattutto in materia di stupefacenti, si attesta su livelli che destano viva preoccupazione atteso che il tentativo di esercitare il monopolio delle attività delinquenziali, in particolare, della gestione delle varie piazze di spaccio da parte dei gruppi malavitosi bitontini genera la commissione di reati contro la persona particolarmente gravi, spesso commessi con l’uso delle armi, che determinano, come nell’ultimo efferato fatto di sangue del 30 dicembre 2017, un elevato allarme sociale. Nell’occasione ignoti esplodevano vari colpi d’arma da fuoco contro un pregiudicato che causavano il decesso di un’anziana donna colpita verosimilmente da una pallottola vagante;

nella città di Andria la locale criminalità organizzata appare essere di assoluto spessore: i clan “Pesce-Pistillo” e “Pastore”, pur ridimensionati da numerosi arresti, mantengono il controllo del territorio. Dunque: pluralità di sodalizi, mancanza di un vertice aggregante e assoluta incapacità di elaborare strategie a lungo termine, di mantenere stabili alleanze o anche perduranti assetti organizzativi interni appaiono essere le principali caratteristiche della mafia barese.

Ciò che appare connotare le organizzazioni mafiose del capoluogo di regione e della sua provincia è la vocazione commerciale e l’intraprendenza della popolazione che ha trasformato il territorio in una realtà economica e sociale particolarmente vivace, sicuramente tra le più avanzate del Sud Italia; dall’applicazione del metodo mafioso a tale duttilità affaristica ne è derivata una criminalità organizzata più incline a realizzare immediati vantaggi economici che ad elaborare complesse strategie di lungo termine, che utilizza i metodi violenti sia a difesa dei propri interessi che per espandere il proprio dominio affaristico e territoriale, ma anche per eliminare dal proprio interno coloro che rappresentano un ostacolo al perseguimento degli obiettivi del sodalizio foss’anche, solo per sete di affermazione personale, piuttosto che per cercare accordi e/o alleanze.

© Riproduzione riservata