L’incredibile anno vissuto dall’intelligenza artificiale ha avuto un’inaspettata protagonista finale: l’Unione europea, che dopo una lunghissima gestazione ha finalmente approvato l’Ai Act. È la prima normativa al mondo a regolamentare l’utilizzo degli algoritmi di deep learning (i sistemi alla base di tutto ciò che, oggi, definiamo intelligenza artificiale), al fine soprattutto di proteggere i cittadini europei dagli abusi della sorveglianza condotta tramite riconoscimento biometrico o emotivo, polizia predittiva e social scoring.

Oltre a questo, l’AI Act – che comunque non entrerà in vigore prima di un paio d’anni – obbliga le società produttrici di intelligenza artificiale generativa (come ChatGpt, per intenderci) a una maggiore trasparenza relativa alla fase di addestramento e fornisce ai cittadini strumenti per difendersi da eventuali soprusi o per ottenere chiarimenti rispetto alle decisioni automatizzate che potrebbero avere un impatto sui loro diritti.

Al di là dei limiti di questo regolamento (che offre numerose scappatoie alle forze dell’ordine per utilizzare comunque alcuni sistemi di sorveglianza), un merito indiretto dell’Ai Act è stato quello di aver costretto politici e mondo dell’informazione a discutere delle reali criticità degli strumenti di deep learning e dei rischi concreti che pone alla popolazione, dopo mesi in cui a dominare il dibattito erano stati temi di ben altro tipo.

E quanto questo sia il punto all’ordine del giorno lo si capisce anche per un’altra notizia che chiude l’anno: la causa che il New York Times ha intentato contro OpenAi, che si aggiunge a quella già proposta da scrittori come George R.R. Martin, Jonathan Franzen, John Grisham e Jodi Picault. Con la stessa accusa: ChatGpt violerebbe i diritti d’autore durante il suo addestramento.

Dubbi e timori

Oltre che dall’incredibile avanzata di ChatGpt, Bard di Google, Midjourney e gli altri sistemi generativi, il 2023 dell’intelligenza artificiale è stato infatti segnato anche da incredibili soap opera aziendali (come quella che ha coinvolto Sam Altman, cacciato e poi rientrato in OpenAi), da discutibili lettere aperte con cui si chiedeva la sospensione dell’intelligenza artificiale per il timore che potesse «sfuggire al controllo dell’essere umano», dal summit internazionale di Londra dello scorso ottobre, patrocinato dal premier britannico Rishi Sunak e in cui la Ai è stata definita «una minaccia esistenziale globale» dalle stesse persone che spesso sminuiscono il pericolo posto dalla crisi climatica (com’è il caso di Elon Musk, grande ospite dell’evento).

Polemiche, dibattiti e timori fantascientifici che hanno avuto l’effetto (voluto?) di distogliere l’attenzione dai veri pericoli di una tecnologia che pone inedite sfide in termini di disinformazione, automazione delle discriminazioni, impatto sul mondo del lavoro, la già citata sorveglianza e altro ancora.

Il lungo anno

Nonostante tutto ciò, è innegabile che il 2023 sia stato l’anno dell’intelligenza artificiale. Un anno lungo, visto che è in realtà cominciato il 30 novembre 2022, quando OpenAi ha presentato per la prima volta ChatGpt innescando una furiosa corsa allo sviluppo dei Large Language Model e degli altri sistemi generativi, in grado cioè di creare immagini, video e anche musica semplicemente rispondendo a un comando in linguaggio naturale.

Una corsa estremamente costosa (la gestione di ChatGpt costa a OpenAi qualcosa come 700mila dollari al giorno) sorretta da investitori desiderosi di partecipare a un mercato che, secondo Bloomberg, darà vita a un mercato da 1.300 miliardi di dollari entro il 2032, mentre, stando alle analisi di Goldman Sachs, ChatGpt e i suoi simili potrebbero, da soli, aumentare il prodotto interno lordo globale del 7 per cento (ma questi numeri sono sempre da prendere le pinze).

Tra i più importanti finanziatori del settore spicca il nome di Microsoft, che ha investito 10 miliardi di dollari in OpenAi in cambio del diritto esclusivo a utilizzarne i prodotti. Una mossa che, in un colpo solo, ha riportato sotto i riflettori la società guidata da Satya Nadella (dopo anni trascorsi all’ombra dei vari Google, Meta, Apple e Amazon), ha costretto Google – per anni leader del settore AI – a rincorrere e ha fatto rapidamente dimenticare il vagheggiato grande progetto di metaverso.

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Il lavoro che cambia

D’altra parte, la progressione compiuta dall’intelligenza artificiale generativa in soli 12 mesi è stata impressionante: secondo uno studio di Fishbowl, il 27 per cento dei professionisti e delle professioniste già oggi utilizza ChatGpt per svolgere o completare determinate mansioni; percentuale che sale al 35 per cento tra i lavoratori del settore tecnologico e al 37 per cento tra chi opera nei campi del marketing e della pubblicità.

Anche gli strumenti text-to-image come Midjourney o Dall-E (che consentono di creare immagini a partire da un comando testuale) stanno rapidamente cambiando il mondo dell’illustrazione, mettendo a repentaglio una grande quantità di posti di lavoro e sollevando accesissimi dibattiti sul diritto d’autore (visto che questi sistemi impiegano miliardi di immagini prelevate dal web per produrre le loro creazioni).

Contemporaneamente sono sorte professioni che fino a pochi mesi fa, letteralmente, non esistevano. È il caso per esempio del “prompt designer”: lo specialista in grado – semplificando – di fornire i comandi più adatti a ottenere i risultati migliori da ChatGpt e gli altri e che oggi è una delle figure maggiormente ricercate sul mercato del lavoro.

Il ritorno dell’innovazione

Più di ogni altra considerazione, c’è una cifra che aiuta a comprendere quanto l’intelligenza artificiale sia stata l’unica protagonista del mondo tecnologico nell’anno che sta per chiudersi. Nel solo terzo trimestre del 2023 sono stati infatti investiti quasi 18 miliardi di dollari nelle startup della Silicon Valley che si occupano di Ai, circa il 30 per cento dei finanziamenti complessivi, confermando una volta di più quanto le attenzioni degli investitori siano tornate a concentrarsi sull’intelligenza artificiale.

La parola chiave, in questo caso, è “tornate”: i sistemi di intelligenza artificiale basati su deep learning (come gli algoritmi che ci suggeriscono cosa acquistare su Amazon e vedere su Netflix, che selezionano i contenuti che compaiono su Instagram o impiegati per selezionare i curriculum, riconoscere le immagini o decidere a chi erogare un mutuo) sono infatti diffusi da circa dieci anni ed erano già stati al centro di una colossale gara a chi investe di più. Nel solo 2017 erano stati riversati sul settore oltre 44 miliardi di dollari a livello globale, più del doppio dell’anno precedente.

Col tempo, i “vecchi” algoritmi di deep learning sono diventati la normalità e hanno smesso di accendere le fantasie degli imprenditori e del grande pubblico, venendo sostituiti dai vari Nft, web3 e metaverso.

Che a loro volta sono stati rapidamente spazzati via dall’avvento delle intelligenze artificiali generative che hanno segnato il 2023. Per certi versi, è stato il cambiamento più importante introdotto da ChatGpt e dai suoi fratelli: restituire centralità a innovazioni realmente trasformative e dalle immense potenzialità, dopo anni trascorsi a discutere di promesse tecnologiche che si sono rivelate delle grandi illusioni e che hanno avuto lo scopo principale di riempire le tasche degli speculatori.

L’oligarchia

Ciò che invece non è cambiato è il ruolo di Big Tech. Con pochissime eccezioni, i protagonisti dell’intelligenza artificiale portano gli stessi nomi di sempre: Microsoft, Meta, Google, Amazon (vedremo se riuscirà a entrare nel novero anche Apple, l’azienda con la maggiore capitalizzazione di mercato al mondo).

Tutto il mondo dell'intelligenza artificiale è nelle mani – a livello di sviluppo, di big data o di infrastruttura cloud necessaria al funzionamento dei sistemi – dei soliti nomi. Ma possiamo davvero accettare che la tecnologia più importante della nostra epoca – che ha le potenzialità per plasmare il futuro – sia nelle mani di una piccola e potentissima oligarchia? Forse è questa la domanda a cui dovremo cercare di rispondere nel corso del 2024.

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