Forse la miglior definizione per Jerry Kaplan è quella di pioniere della Silicon Valley. Scienziato, imprenditore e innovatore, Kaplan ha lavorato con John McCarthy, uno dei padri dell'intelligenza artificiale, ha sviluppato la tecnologia su cui si basano gli smartphone e i tablet e oggi è professore presso il dipartimento di Computer Science di Stanford. A Roma per presentare il suo libro Generative Ia (Luiss University Press), dopo oltre quarant’anni di lavoro sul campo è ancora fermamente convinto che «la tecnologia renderà le nostre vite più lunghe e soprattutto più felici».

Ormai il dibattito pubblico intorno all’intelligenza artificiale è sempre più ampio. Ma quando pensiamo a questo campo, a cosa dobbiamo pensare?

L’intelligenza artificiale non è un campo definito in modo chiaro. Genericamente, possiamo dire che con Intelligenza artificiale si intende qualsiasi programma che svolge una mansione che prima richiedeva l’intelligenza umana. Negli ultimi cinquant’anni lo sviluppo ha avuto tre fasi: la prima si è concentrata su tecnologie che usavano la logica per risolvere alcuni problemi, come il gioco degli scacchi. La seconda, quella del Machine learning, si fondava su un modello computazionale basato sul cervello umano e il focus era sul riconoscimento delle immagini. La terza fase, che è quella che io tratto nel mio ultimo libro, è chiamata Generative Ai e si concentra sul prevedere cosa è possibile che accada, sulla base di dati storici o di contesto. Per esempio, ascoltando una conversazione, l’Ia è in grado di individuare le parole più probabili che un umano pronuncerà. Così funzionano i nuovi chatbots. Questa Ia è in grado di creare una immagine da una semplice descrizione, scrivere le bozze di ogni tipo di documento e anche suggerire miglioramenti.

Il titolo di uno dei suoi libri è Le persone non servono, si tratta di una prospettiva spaventosa o di una semplice osservazione di ciò che già sta accadendo?

Quel libro riguardava la fase del machine learning. Il mio ragionamento era, e rimane ancora oggi, che l’Ia è una nuova forma di automazione, che permette alle macchine di svolgere altri lavori al posto degli umani. Ma non è nulla di nuovo, tutta la storia dello sviluppo tecnologico si fonda sull’automazione di compiti che prima venivano svolti dagli uomini e questa, in fondo, è la ragione per cui usiamo la tecnologia. I principali effetti di questa automazione sono di renderci più ricchi a livello globale e di cambiare la natura del lavoro. La Generative Ai è ancora un passo avanti perché può automatizzare anche funzioni che riguardano il settore creativo. Questo cambierà il modo di lavorare di alcuni ma, se il passato insegna qualcosa, produrrà anche moltissimo nuovo lavoro. Non sono preoccupato del fatto che le macchine tolgano agli umani la capacità di guadagnarsi da vivere.

Possiamo comparare l’Ia alla rivoluzione industriale del Diciottesimo secolo, in termini dell’impatto sociale che produrrà?

Direi di sì e gli effetti saranno incredibili. Due secoli fa in America circa il 90 per cento della popolazione lavorava in fattorie, ora circa il 2 per cento è impiegato in agricoltura. E questo è uno dei settori in cui l’Ia avrà un forte impatto. Ma non è un effetto nuovo: basti pensare all’impatto che hanno avuto internet e gli smartphone sulle nostre vite. Le nuove tecnologie hanno creato moltissimi nuovi lavori e l’Ia farà lo stesso.

Questi cambiamenti sollevano questioni etiche? I governi o le autorità internazionali dovrebbero porsi questa domanda?

Sicuramente questa nuova tecnologia solleva quesiti etici, ma non quelli di cui mi sembra preoccupata la maggior parte delle persone. Non credo serva preoccuparsi del fatto che le macchine possano prendere il controllo del mondo o diventino ostili, potenzialmente spazzando via la razza umana. Questa è fantascienza, non scienza. I veri rischi riguardano invece le fake news generate dall’Ia, le distorsioni e le discriminazioni inserite ad arte in questi sistemi; voci e immagini che sembrano reali e che possono essere usate per ingannare. È anche possibile che la nuova tecnologia venga usata in modo sconsiderato per armi sempre più potenti, incluse le armi biologiche. I governi dovrebbero seguire da vicino questi sviluppi e regolare sulla base di questo l’uso dell’Ia. Tuttavia questa rivoluzione tecnologica è ancora agli albori, quindi potrebbe essere prematuro mettere in atto troppe restrizioni, almeno fino a quando non capiremo bene i veri rischi.

Lei ha visto crescere questa industria, crede che sia in grado di regolarsi in modo autonomo o sarebbe utile creare una legislazione?

È impossibile che gli ingegneri e le compagnie tecnologiche si autoregolino. E, in realtà, non è il loro lavoro. È compito della società fissare i limiti per lo sviluppo e la distribuzione delle nuove tecnologie, esattamente come avviene per il settore medico o quello finanziario. Servirà un grande sforzo ma lo abbiamo già fatto in passato e sono fiducioso del fatto che ci riusciremo ancora.

Lei mette in evidenza nei suoi libri che questi cambiamenti possono anche produrre enormi diseguaglianze, economiche e sociali. C’è un modo per prevenirlo?

Come ha scritto Karl Marx, l’automazione industriale sostituisce la forza lavoro umana e i benefici naturalmente  privilegiano chi ha il capitale. Il ruolo dei governi è di vigilare sul fatto che questi benefici siano invece il più possibile distribuiti in modo ampio ed equo. Abbiamo i mezzi per farlo – tassazione, partecipazione dei dipendenti ai profitti per esempio – ed è compito dei nostri politici decidere come utilizzare questi strumenti. Ma anche questo non è un problema nuovo, la mia opinione è che già ora esista troppa disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza.

La sicurezza internazionale è una questione che la preoccupa?

Dipende da cosa si intende. La tecnologia in sé è solo un software che è facilmente copiabile e sviluppabile in tutto il mondo; quindi non è possibile trattarlo come un segreto di stato. Detto questo, i singoli paesi possono fare un buon uso o un pessimo uso della nuova tecnologia nei campi della difesa e della sicurezza.

Percepisce un differente approccio all’Ia nei paesi occidentali, rispetto alle potenze orientali?

La tecnologia è sostanzialmente la stessa, ma viene usata diversamente. I regimi autoritari vedono l’Ia come un mezzo potente di monitorare e controllare la popolazione. All’opposto, i regolatori europei sono principalmente focalizzati sulla protezione della privacy e dei diritti dei cittadini. Negli Stati Uniti, l’attenzione è su come ridurre gli effetti negativi dell’Ia senza impedirne lo sviluppo e quindi come proteggere il progresso economico.

Nella premessa del suo libro, scrive che lei è un ottimista. Lo è ancora?

Sì, almeno per quanto riguarda il potenziale dell’Ia. I benefici nel campo della ricerca, dell’istruzione e delle arti saranno incredibili. Molto presto tutti avranno la stessa possibilità di accedere a conoscenze che ora invece sono a disposizione solo dei paesi ricchi. Questo certamente renderà tutti più ricchi, più saggi e, con un po’ di fortuna, renderà le nostre vite anche più lunghe e felici.

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