Le stesse università, ancora poco tempo fa quasi estranee al movimento, sono entrate in gioco direttamente, moltiplicando corsi e seminari, progettando profili professionali per la lotta al crimine con specifici curricula di laurea, diventando sedi di mobilitazione, di riflessione e di produzione di nuove leve di giovani disponibili all’impegno
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
Le scuole italiane vedono infatti continui sviluppi, quantitativi e qualitativi, della speciale didattica indirizzata alle nuove generazioni, sempre meno condizionata dall’obiettivo di realizzare il classico “evento di successo” e sempre più ispirata da progetti e percorsi continuativi. La formazione degli insegnanti è sempre più profonda e meno contingente o avventurosa dei decenni passati.
Le stesse università, ancora poco tempo fa quasi estranee al movimento, sono entrate in gioco direttamente, moltiplicando corsi e seminari, progettando profili professionali per la lotta al crimine con specifici curricula di laurea, diventando sedi di mobilitazione, di riflessione e di produzione di nuove leve di giovani disponibili all’impegno. È nato, incoraggiato anche da questa Commissione, il primo dottorato di ricerca in materia di criminalità organizzata.
Non solo. Proprio sospinti da questo clima effervescente i giovani italiani che giungono in università straniere attraverso gli scambi Erasmus o come giovani ricercatori danno vita a sempre nuove forme di impegno antimafia: a Berlino, Parigi, Bruxelles, Londra, Madrid, in molte capitali europee, sta crescendo una inedita esperienza di sensibilizzazione antimafiosa, talora incoraggiata dagli stessi istituti italiani di cultura.
Si può anzi dire che attraverso le nuove generazioni l’Italia stia finalmente diventando esportatrice, oltre che di mafia, anche di antimafia. In questa prospettiva appare giusto sottolineare come, a dispetto delle critiche di cui è stata talvolta oggetto, l’associazione Libera produca forme di impegno e di mobilitazione sempre più estese, in grado di coinvolgere come nessun’altra forma di movimento collettivo le giovani e giovanissime generazioni. Giusto ricordare come le esperienze di lavoro e formazione estive da essa realizzate sui beni confiscati siano sempre più costrette ad abbreviare la propria durata per potere rispondere a una domanda di partecipazione crescente.
O come la medesima associazione costituisca oggi il “brand” italiano incluso tra i primi cento al mondo nel campo del volontariato sociale e civile. Insieme con Libera, d’altronde, operano molte altre associazioni e fondazioni capaci di fungere da poli di attrazione culturale e morale sul piano nazionale o regionale. Vi è cioè oggi un associazionismo antimafia multiforme, vivace, che – diversamente da quanto è a lungo accaduto – non ha bisogno di traumi e di lutti per mobilitarsi, esprimendo piuttosto una ormai radicata coscienza civile.
È un associazionismo che si è sviluppato anche nella pubblica amministrazione. Qui opera e raccoglie adesioni l’associazione Avviso Pubblico, impegnata nella promozione dei valori della legalità negli enti locali di ogni livello, ove affluiscono ormai consiglieri, assessori e sindaci mediamente (ma significativamente) più sensibili dei loro predecessori alla questione mafiosa. Altrettanto si assiste a una fioritura dei valori dell’antimafia nel campo dell’arte: nel teatro prima di tutto, ma anche nel cinema, nelle altre arti visive e nella musica, sia a livello professionale sia a livello dilettantistico e ricreativo. E contemporaneamente aumenta il ruolo dell’informazione di frontiera, con la moltiplicazione di siti, di blogger specializzati, di giornali associativi. Se a questo si aggiungono le differenti, anche se embrionali, esperienze di sensibilizzazione in corso presso alcuni ordini professionali e associazioni imprenditoriali, o in altri mondi particolari (lo sport, per esempio), il panorama che ci si staglia davanti non ha davvero paragoni con quello che si sarebbe potuto delineare venti anni fa, pur sotto la spinta emotiva della stagione delle stragi.
Tanto più che vi sono tre dati di contesto generale e grande valore storico che meglio inquadrano e danno maggior forza alla sintetica rassegna che qui si è fatta. Si tratta di tre novità fondamentali:
a) la straordinaria legittimazione data alle grandi scelte etiche antimafia da parte del pontificato di Francesco I, che ha prodotto la rottura storica non solo delle relazioni di buon vicinato tra mafia e Chiesa di cui ancora si hanno alcuni echi locali, ma anche della indifferenza della dimensione religiosa rispetto alla presenza mafiosa;
b) lo sviluppo del movimento antimafia anche nel nord, e forse soprattutto nel nord, che ha segnato la fine sia di una lunga rimozione sia della visione generosa (ma miope) dell’antimafia come movimento di sostegno alla causa del sud;
c) la incipiente trasformazione (auspicata con forza da questa Commissione) della lotta alla mafia in un dovere patriottico e civile anziché in una risorsa strumentalizzabile nella contesa tra i partiti politici. Se questa è la realtà, perché mai in tanti si sono affrettati a decretare “la fine dell’antimafia”, finendo per essere smentiti dai fatti?
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