Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa nuova serie sarà dedicata alla sentenza d’appello sulla “Trattativa”.


Dalla viva voce di RIINA emergerebbe infatti la confessione di avere ordinato e organizzato la strage di via D’Amelio in tutta fretta, e addirittura nel giro di due giorni, a differenza della strage di Capaci che era stata pianificata con largo anticipo {cfr. pag. 1213, della sentenza in atti: «Ma, a prescindere dalle criticità della collaborazione del Cancemi ivi evidenziate, così come delle criticità della collaborazione di Brusca (v. Parte Prima di questa sentenza. Capitolo 4. paragrafo 4.4), qui deve dirsi che le predette risultanze probatorie ricavate dai racconti di Brusca e Cancemi, hanno trovato un inaspettato straordinario riscontro nelle parole dello stesso Salvatore Rima, allorché questi, come si vedrà meglio più avanti in un apposito Capitolo che approfondirà tale risultanza. è stato intercettato all'interno del carcere ove era detenuto».

Ad avviso di questa Corte, invece, i passaggi che la sentenza di primo grado estrapola dalle tre conversazioni richiamate, e cioè quella del 6 agosto 2013 (“..ma non era stato. non era studiato da mesi, studiato alla giornata...”), del 20 agosto 2013 (“..Arriva chidu... ma subitu,..subitu! Eh... Ma rici... macara u secunnu? E vabbè, poi ci pensu io... rammi un pocu ri tempu ca...”) e del 29 agosto 2013 (“...e chiddu... chiddu.,,dopudumani.. “dici... Mih, (inc.) ma... “Fai... fa (inc.)”) si prestano ad una lettura completamente diversa.

E’ proprio la straordinaria fulmineità dell’azione, di cui RIINA tanto si compiace con il suo interlocutore, e l’evidente scarto tra questa fulmineità e i tempi effettivi di svolgimento dell’iter esecutivo della strage desumibile dalle risultanze in proposito già rassegnate, per come emerse dai processi celebrati sul quel tragico evento delittuoso, a far pensare che quella rapidità di esecuzione si riferisca alla sequenza finale dell’iter attuativo della strage, di cui RIINA venne informato (mentre non è altrettanto certo che, dopo aver dato l’ordine di procedere, venisse informato quotidianamente degli sviluppi operativi del progetto).

E in effetti,la sequenza evocata da RIINA corrisponde esattamente alla ricostruzione che è stata fatta (v. BORSELLINO ter e quater, e dichiarazioni di SPATUZZA) della fase finale dell’iter attuativo: quando l’auto preventivamente imbottita di tritolo viene spostata in un garage nei pressi della Fiera del Mediterraneo e SPATUZZA riceve l’ordine di rubare le targhe da apporre alla Fiat 126 che nel pomeriggio di quello stesso giorno viene parcheggiata in via D’Amelio: e ciò si fece in quanto il giorno prima (o al più tardi quello stesso sabato mattina) ai killer incaricati dell’esecuzione era pervenuta la conferma che quella maledetta domenica il dott. BORSELLINO, come faceva abitualmente (ma non sempre, e non sempre di domenica), si sarebbe recato in via D’Amelio per fare visita a sua madre.

L’auto imbottita di tritolo, infatti, non poteva essere lasciata parcheggiata lì per più giorni, e quindi doveva essere piazzata (nel punto prescelto per farla esplodere) non prima del giorno precedente a quello in cui era previsto e stabilito che dovesse esplodere. E così fu, secondo il racconto di SPATUZZA.

Sotto questo aspetto, è vero quindi che l’attentato fu messo in atto in meno di 48 ore, non appena si ebbe la conferma che la vittima si sarebbe trovata nel luogo e nel momento prescelto (…) Ma ciò fu possibile perché già tutto era pronto, e la scelta del luogo e del momento erano frutto di un’accurata pianificazione che aveva richiesto, come s’é visto, diverse settimane.

Al contempo deve riconoscersi che non vi sono elementi che diano certezza del concreto avvio dell’operazione via D’Amelio prima di quel 4 luglio cui con tutta probabilità può farsi risalire — incrociando il racconto di SPATUZZA con la testimonianza di Pietrina VALENTI e del fratello, e con le dichiarazioni di Salvatore CANDURA — la materiale commissione del furto della Fiat 126 destinata a essere utilizzata come autobomba, che fu commissionato a SPATUZZA (e dato per provato che il furto fu commesso alcuni giorni prima della formale denuncia sporta dalla VALENTE che porta la data del 10 luglio 1992: v. supra). Fermo restando che deve collocarsi in epoca prossima ma anteriore — e verosimilmente in quell’ultima decade di giugno cui fa riferimento CANCEMI — il momento in cui RIINA diede disco verde per quell‘operazione.

Sicché è vero pure che la strage BORSELLINO fu organizzata ed attuata in un tempo decisamente inferiore a quello speso per la pianificazione e l’esecuzione della strage di Capaci, che richiese diversi mesi (dai primi marzo, quando FERRANTE fece ritorno dalla trasferta romana, cui aveva partecipato per verificare la fattibilità in loco dell’attentato a FALCONE, perché RIJNA aveva optato per la soluzione più cruenta, da attuarsi in Sicilia, fino al 23 maggio 1992).

E anche sotto questo profilo aveva ragione RIINA a decantare la rapidità con cui era stato organizzata ed attuata la strage di via D’Amelio, a confronto del tempo impiegato per quella di Capaci, sebbene fossero occorsi molto più che non i due giorni della sequenza finale.

Detto questo, deve però concedersi che, nei giorni e nelle settimane successive alla strage di Capaci, e fino a quell’ultima decade di giugno-primi di luglio cui può farsi risalire l’avvio sul piano operativo dell’iter esecutivo della strage di via D’Amelio, sono certamente avvenuti fatti e maturate circostanze che potrebbero avere vieppiù corroborato il convincimento di Riina e dei capi corleonesi a lui più vicini che non vi fossero motivi validi per procrastinare ancora la concreta esecuzione di una deliberazione di morte che era stata da tempo adottata nei riguardi del dott. Borsellino; e che anzi fosse il caso di procedervi senza ulteriore indugio.

S’è detto delle ripetute esternazioni, sia pure in ambienti ristretti e legati al circuito delle sue relazioni professionali, del suo interesse per l’indagine mafia e appalti, culminato con l’incontro del 25 giugno 1992 alla caserma Carini con Mori e De Donno (per organizzare il quale s’era adoperato il suo più stretto collaboratore dell’epoca, l’allora M.llo Canale, che poi sarà processato — e assolto — per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa).

Ma già era stato motivo di allarme per Cosa nostra il trasferimento del dott. Borsellino alla procura di Palermo, a partire da gennaio, con l’incarico di procuratore Aggiunto e l’immediato inserimento — che ne aveva costituito la ragione principale della domanda di trasferimento — nella Dda che era stata istituita con D.L: 20 novembre 1991, n. 367, conv. con modificazioni in L. 20 gennaio 1992, n. 8 (“norme di coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata”): essendo le Direzioni Distrettuali Antimafia una sorta di pool di magistrati, previsto dalla legge e istituito presso le Procure della Repubblica aventi sede nei capoluoghi di distretto cui veniva attribuita in va esclusiva la competenza per i reati di c.o., dei quali quindi il dott. Borsellino non avrebbe più potuto occuparsi restando alla procura di Marsala.

E sebbene dal procuratore Giammanco egli avesse ricevuto la delega ad occuparsi solo dei procedimenti per reati di mafia commessi nei territori di Trapani e Marsala, competenza poi estesa anche al territorio di Agrigento e Sciacca (che meglio conosceva in ragione della sua pregressa attività come procuratore capo a Marsala) egli non aveva tardato ad imporsi come punto di riferimento per le indagini nel settore della criminalità organizzata, in ragione del prestigio e della competenza e delle conoscenze acquisite già come componente del pool che aveva istruito il maxi processo, sia all’interno dell’ufficio – soprattutto per i colleghi più giovani – che all’esterno.

La morte di Falcone, come già accennato, lo aveva automaticamente caricato, anche nell’immaginario collettivo, del ruolo di suo naturale erede nella lotta alla mafia. E lui stesso non aveva fatto mistero della sua determinazione a proseguirne l’opera, e a venire a capo della causale della sua uccisione, partendo proprio dai filoni d’indagine che avevano maggiormente assorbito l’attenzione e l’impegno di Giovanni Falcone negli ultimi periodi di servizio alla procura di Palermo, prima di trasferirsi al ministero di Grazia e Giustizia a Roma per andare a dirigere l’ufficio della direzione generale Affari penali.

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