Tutti hanno cominciato a sentire il bisogno di ripudiare la mafia senza tuttavia partire da una definizione concreta e reale del fenomeno e della cultura alla quale intendevano opporsi e l’antimafia è diventata sempre meno connotata, sempre meno specificata nei contenuti e sempre meno contestualizzata. È diventata più simbolica e rituale che sostanziale e spesso si è trasformata in una scatola vuota o uno strumento dialettico per giustificare scelte, posizioni e poteri
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
L’indagine ha fornito un quadro articolato e le audizioni di storici, studiosi e rappresentanti delle associazioni hanno permesso di ricostruire genesi e linee di sviluppo di un movimento che si afferma in tempi relativamente recenti, sull’onda dell’emozione e dell’indignazione provocati dalle stragi del ‘92-93 quando “robuste minoranze si fanno sentire perché in quel momento hanno la passione e la capacità di farsi sentire”.
Di fronte a un nemico feroce che in Sicilia aveva seminato morte in un’escalation che sembrava inarrestabile, l’antimafia si presentava come la sana ribellione della società civile e assumeva un carattere nazionale e popolare anche in ragione della forte repressione avviata dalle istituzioni: “Il movimento antimafia moderno è nato quando lo Stato ha reagito e la gente si è sentita incoraggiata perché, quando lo Stato non reagisce, nessun movimento antimafia può sopperire”.
Le robuste minoranze antimafia dalla Sicilia si sono rapidamente allargate anche al resto dell’Italia. Il 25 marzo del ‘95 nasce il primo coordinamento nazionale, Libera, che nel nome “Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” indica una chiara scelta di campo, sia nell’identificazione plurale delle organizzazioni mafiose – non più solo cosa nostra – sia nella molteplicità delle realtà associative culturali e sociali - oggi sono 1.600 - che vi confluiscono.
L’esperienza di Libera, ripercorsa dal suo fondatore don Luigi Ciotti in Commissione, corre lungo tre direttrici: la memoria, i beni confiscati, la formazione e l’informazione. In oltre vent’anni di attività Libera ha rappresentato uno straordinario catalizzatore di nuove energie soprattutto giovanili; ha sviluppato competenze e conoscenze sul fenomeno mafioso; ha dato vita a un prezioso lavoro di recupero delle storie e delle biografie delle vittime innocenti delle mafie che è ormai entrato nella coscienza civile del Paese con la Giornata nazionale della memoria e dell’impegno che si celebra il 21 marzo; ha promosso la nascita di numerose cooperative di lavoro con un percorso innovativo di riuso sociale dei beni confiscati alle mafie.
I nuovi strumenti legislativi messi in campo in quegli anni (dal 41-bis alle norme di sostegno alle vittime del racket, fino alla legge per il riuso sociale dei beni confiscati) hanno promosso politiche e iniziative delle pubbliche amministrazioni tese a incentivare le attività della cosiddetta “antimafia sociale” e hanno sostenuto e fatto sorgere un numero sempre crescente di associazioni, trasformando in realtà diffuse le esperienze pionieristiche dell’antiracket, dei progetti culturali di educazione alla legalità, della sensibilizzazione delle categorie professionali, imprenditoriali ed economiche.
La condivisione sociale sul fatto che la mafia esisteva e che andava contrastata ha progressivamente allargato l’ambito di partecipazione all’antimafia e al tempo stesso disincentivato gli atteggiamenti negazionisti rispetto al fenomeno mafioso e ha anzi orientato a un’adesione – almeno in apparenza – incondizionata e tendenzialmente di massa alle posizioni di chi si opponeva alla cultura e ai poteri mafiosi.
Tutti hanno cominciato a sentire il bisogno di ripudiare la mafia senza tuttavia partire da una definizione concreta e reale del fenomeno e della cultura alla quale intendevano opporsi e l’antimafia è diventata sempre meno connotata, sempre meno specificata nei contenuti e sempre meno contestualizzata.
È diventata più simbolica e rituale che sostanziale e spesso si è trasformata in una scatola vuota o uno strumento dialettico per giustificare scelte, posizioni e poteri. A fronte di associazioni di tradizione ed esperienza consolidata, come quelle riunite da Libera, che mostravano di avere acquisito conoscenze specifiche sul fenomeno mafioso del territorio e una metodologia consolidata di azioni e iniziative in grado di ostacolare e fronteggiare gli interessi criminali, si sono moltiplicate diverse realtà associative di più recente costituzione e dalle capacità operative più incerte.
Le associazioni con maggiore “storia” e con maggiore expertise erano così esposte al rischio di stimolare l’adesione di soggetti interessati solamente al brand o alle capacità relazionali dell’associazionismo. Le consapevolezze delle associazioni Criticità e profili di ambiguità sono stati riconosciuti dalle stesse associazioni che hanno dimostrato piena consapevolezza di questa delicata e difficile stagione.
Lo ha ribadito il presidente onorario di Libera (“La spinta propulsiva che ha accompagnato noi e tanti altri in questi anni si è in gran parte esaurita”), che non ha nascosto i rischi di strumentalizzazione e di infiltrazioni criminali anche nelle attività delle cooperative di lavoro che Libera sottopone a un rigoroso e costante percorso di verifica di precisi requisiti etici e sociali, ma anche tecnici e qualitativi e che hanno la loro autonomia: “questo rischio c’è. Sapete che ci sono 1.600 associazioni.
Alcune sono grandi associazioni nazionali, a cui noi chiediamo conto e che al loro interno devono rispondere. Questi tentativi, questi ammiccamenti a volte ci sono stati e noi abbiamo chiesto conto”. Don Ciotti ha riferito di cooperative che per mancanza di requisiti non sono state ammesse alla rete di Libera Terra e che per questo hanno poi tentato di gettare fango sull’associazione.
Significative indicazioni al riguardo sono state raccolte anche nel corso degli approfondimenti sul tema della lotta all’usura e al racket e sulle proposte per rendere il sistema di prevenzione antiracket più efficiente e trasparente, avviati dalla Commissione già a partire dal 2014.
Daniele Marannano, presidente di Addiopizzo, l’associazione spontaneamente sorta a Palermo nel giugno 2004 che per dieci anni aveva svolto effettiva attività di sensibilizzazione e di denuncia contro le estorsioni praticate nei confronti degli esercenti, segnalava nella sua audizione la difficoltà di raccogliere attorno al progetto di “consumo critico” tutti gli operatori economici o almeno la maggioranza (gli aderenti erano 900 operatori economici, ben poca cosa rispetto all’estensione del fenomeno estorsivo e alle diverse migliaia di operatori economici con attività in Sicilia) mentre gli albi prefettizi pullulavano di associazioni antiracket che però sul territorio non risultavano svolgere alcuna attività né promosso alcuna denuncia di fatti estorsivi.
La conseguenza era stata “una vera e propria carovana di costituzioni di parte civile nei processi di mafia e di estorsione da parte delle medesime associazioni, che sul territorio non svolgono alcuna attività e che si costituiscono nei processi in ragione di una legittimazione statutaria e non sostanziale, cioè non definita dalle attività svolte sul territorio in cui operano; probabilmente perché la costituzione di parte civile consente agli avvocati di avere rifuse le spese legali attraverso il fondo previsto dalla legge n. 512 del 1999”. Anche nel corso delle diverse missioni svolte dalla Commissione nelle regioni a forte radicamento mafioso e dove operano anche associazioni antimafia sono emerse diverse criticità. In particolare le iniziative di alcuni prefetti volte a verificare la sussistenza dei requisiti delle associazioni iscritte negli appositi albi e provvedimenti dei giudici che con maggiore rigore valutavano la legittimazione delle associazioni che si costituivano parti civili, evidenziavano anche un profilo critico relativo alle pubblicità dei bilanci e delle prassi di rendiconto.
L’accesso a questi dati era garantito al pubblico da un numero davvero esiguo di associazioni antimafia o più in genere antiracket, anche quando disponevano di cospicue risorse provenienti da finanziamento pubblico, erogato a fronte del mero accredito statutario delle associazioni stesse. Mancavano altresì meccanismi trasparenti di verifica del conseguimento degli obiettivi per i quali ogni singola associazione era stata costituita o per i quali aveva percepito un finanziamento pubblico. Dalle indagini giudiziarie emergevano inoltre episodi che disvelavano la capacità mimetica dei clan mafiosi che in alcuni casi erano riusciti ad accreditare presso associazioni antimafia soggetti appartenenti o vicini alle cosche, al fine di occultare i loro affari sotto il manto dell’apparente opposizione alla mafia o di allontanare le attenzioni investigative fruendo del “marchio” della lotta all’illegalità.
Ma le associazioni più strutturate hanno saputo attivare gli anticorpi necessari anche grazie allo stretto rapporto con le istituzioni, come ha riferito il presidente onorario del FAI, Tano Grasso: “Un’associazione antiracket che non abbia un rapporto forte con il prefetto, con il questore, con il comandante provinciale dei Carabinieri non è un’associazione antiracket, perché non può fare il suo lavoro di mediazione fra le vittime e i soggetti istituzionali, e noi questo facciamo, questa è la nostra funzione e in questo svolgiamo un ruolo paraistituzionale, mettere insieme le vittime con le istituzioni, e per farlo dobbiamo avere questo rapporto”.
Un ruolo paraistituzionale o, anche meglio, di supplenza che ha colmato un vuoto e al tempo stesso è servito come alibi civile per delegare all’antimafia la responsabilità di promuovere una forte cultura della legalità. Delega che, come si dirà più avanti, costituisce una responsabilità complessiva della comunità nazionale nell’approccio culturale riservato per lungo tempo alla questione della lotta ai poteri mafiosi.
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