Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


Se da quanto finora evidenziato emerge un’associazione dinamica ma in crisi come organismo unitario, devono tuttavia considerarsi anche i punti di forza sui quali cosa nostra riesce ancora a contare. Nell’affrontare questa analisi non bisogna dimenticare, innanzitutto, che già più di mezzo secolo fa, subito dopo la strage di Ciaculli, nel giugno del 1963, la mafia era stata data per sconfitta, e anzi alcuni stessi uomini d’onore avevano proposto di sciogliere per sempre l’organizzazione, ma che, soltanto qualche anno dopo, iniziò l’inarrestabile scalata dei corleonesi.

È vero che il panorama generale di oggi è profondamente mutato, tanto nella società che nel sistema di prevenzione e repressione, ma non bisogna sottovalutare che ci si trova di fronte comunque a una associazione criminale segreta con più di due secoli di storia.

Deve dunque considerarsi, in primo luogo, che la mafia siciliana è un’organizzazione fondata su regole precise che le consentono di superare i momenti difficili e di sopravvivere anche in assenza dei vertici. Così si afferma, in proposito, nella relazione della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo per l’anno 2016: “L’organizzazione mafiosa continua in questa fase storica particolare a fare ricorso al suo patrimonio ‘costituzionale’ e, dunque, alle regole circa la propria struttura tradizionale di governo che - anche a prescindere dalla presenza sul territorio di capi liberi muniti di particolare carisma - le consente di affrontare e, purtroppo spesso, di superare momenti di crisi quale quello che indubbiamente sta ora attraversando.

Va ribadito ancora una volta anche in questa sede come cosa nostra appaia dotata di una sorta di ‘costituzione formale’ e di una sua ‘costituzione materiale’. In alcuni momenti storici ha contato di più la sua costituzione materiale, nel senso che il governo dell’organizzazione è stato retto secondo le scelte dei capi e a prescindere dal rispetto delle regole.

Nel momento in cui l’azione investigativa dello Stato ha portato alla cattura di tali capi, se la cosiddetta costituzione materiale dell’organizzazione è entrata in crisi, la costituzione formale di cosa nostra ha ripreso importanza e tuttora consente alla struttura di sopravvivere anche in assenza di importanti capi riconosciuti in stato di libertà”.

Altro punto di forza, segnalato alla Commissione dalle autorità giudiziarie che indagano sul fenomeno, è che l’associazione mafiosa ha dimostrato, negli ultimi anni, una impressionante “capacità di rigenerazione”, nel senso che, ai continui arresti di mafiosi di ogni livello, l’organizzazione criminale ha puntualmente risposto con la sostituzione immediata del sodale detenuto, dimostrando così non solo una operatività incessante ma anche di potere contare su un numero, sempre vasto, di affiliati talvolta, peraltro, di strato culturale medio-alto.

Anche per questo, nonostante tutto, la mafia, come visto nelle pagine precedenti, ha mantenuto il controllo del territorio nelle città e nei paesi siciliani, gode ancora di ampio consenso ed esercita tuttora largamente la sua capacità di intimidazione alla quale ancora corrisponde, di converso, il silenzio delle vittime.

Il mutamento di livello degli attuali uomini d’onore, meno esperti e meno carismatici rispetto a quelli del passato, a sua volta, può essere letto in un’altra ottica. Il procuratore Lo Voi affermava, infatti, che: “è vero che cosa nostra ha subito dei colpi rilevanti nel corso degli ultimi due decenni, ma è altrettanto vero che registriamo quotidianamente la sua capacità di autorigenerazione, che magari non raggiunge più i livelli qualitativi rappresentati dagli importanti uomini d'onore di una volta, ma che non per questo cessano di essere pericolosi o sono meno pericolosi; anzi, in mancanza di un rigido controllo nella procedura di selezione degli uomini d'onore e degli affiliati alla mafia, rischiano di essere addirittura più pericolosi.

Bisogna quindi stare attenti ai momenti di apparente silenzio sotto il profilo della sicurezza in generale, che riguardi gli uomini delle istituzioni come i semplici cittadini vittime delle varie attività illecite tipiche di cosa nostra”. Sempre a proposito dello spessore dei mafiosi siciliani, deve anche considerarsi con molta attenzione ciò che di cosa nostra ancora non si conosce.

Bisognerebbe comprendere che fine abbiano fatto quei rapporti e quegli interlocutori della stagione dei delitti politico-mafiosi. Sarebbe, infatti, molto importante sapere se quei complici eccellenti ci siano ancora e con chi si confrontino; se interloquissero allora, direttamente o indirettamente, con i “viddani”, sicché, dopo l’uscita di scena di questi ultimi, i pregressi rapporti siano caduti nel nulla, o se ci fosse un sistema di contatto a un livello diverso che tuttora è capace di funzionare.

Occorre inoltre domandarsi che fine abbiano fatto quegli ingenti patrimoni che la vecchia mafia era riuscita ad accumulare e che non sono stati ancora del tutto individuati. Per fare un mero esempio, le indagini volte alla cattura di Provenzano hanno dimostrato che questi, insieme agli altri due storici corleonesi, Leoluca Bagarella e Salvatore Riina, avevano acquistato beni, negli anni Settanta, che spaziavano nei settori turistici e farmaceutici oltre quelli, più tradizionali, dell’edilizia.

Si ricorderà che al latitante Provenzano venivano inviati i ritagli dei giornali contenenti l’andamento delle borse e che, negli anni Novanta, secondo quanto appreso dalle intercettazioni, la alienazione di un ignoto immobile dei tre corleonesi avrebbe comportato, soltanto per gli oneri notarili, una spesa per oltre 200 milioni di lire.

Oppure, si consideri il cosiddetto tesoro di Ciancimino, solo in parte ricostruito, i cui proventi sono stati investiti nel territorio nazionale ma, soprattutto, all’estero. Si pensi, ancora, al più giovane Matteo Messina Denaro inserito nelle catene di distribuzione alimentare e, più di recente, nel sistema delle energie alternative.

Occorre pertanto chiedersi se, accanto alla manovalanza mafiosa che si accontenta degli spiccioli o solo dell’onore dell’appartenenza, vi sia ancora, come del resto è sempre avvenuto, un grado superiore, una élite mafiosa che gestisce questi enormi e sconosciuti patrimoni che, ripuliti nel tempo da investimenti su investimenti, hanno prodotto, nel frattempo, posti di lavoro e, dunque, consenso, e, soprattutto, legami con il mondo delle professioni, della politica, della grande imprenditoria e, dunque, l’ingresso a pieno titolo nel sistema democratico.

Una tale riflessione si rivela ancora più opportuna se si guarda al contesto della mafia trapanese, catanese, messinese, dove il connubio con l’imprenditoria ha finito per rendere la stessa cosa nostra imprenditrice, e al modo di essere capo di Matteo Messina Denaro, esempio di modello evolutivo in cui i vertici si allontanano dagli affari della base per avvicinarsi a quelli dell’apice.

Altro elemento di forza dell’associazione mafiosa siciliana è attualmente rappresentata proprio dalla morte di Totò Riina e dalla definitiva chiusura dell’ingombrante stagione corleonese.

Cosa nostra, cioè è libera di ridarsi un organismo decisionale centrale, e quindi una strategia comune, finora ostacolata dall’esistenza di un capo che, ristretto al 41-bis, né poteva comandare né poteva essere sostituito. In questo peculiare contesto si considerino anche sia la recente scarcerazione di soggetti di particolare spessore e storia criminale sia il rientro, a Palermo, dei cosiddetti “scappati”, cioè i sopravvissuti dell’aristocrazia mafiosa alla guerra di mafia dei primi anni Ottanta, che possono vantare importanti legami dall’altra parte dell’Atlantico.

Non si dimentichi inoltre la coesistenza delle due anime di cosa nostra. Innanzitutto, quella conservatrice dei paesi della provincia che assicurano la forza della tradizione (e, del resto, il primo tentativo di rifondare la commissione provinciale veniva mediato proprio dagli uomini d’onore di Bagheria e di Corleone). Inoltre, quella più “moderna”, delle città come Catania, Trapani e Messina che rappresentano un modello più avanzato in linea con le mafie moderne. Due anime, dunque, che consentono il ritorno al rassicurante e solido passato per stare al passo con il futuro. Certamente qualunque cosa accadrà è e sarà una cosa nostra diversa da quella che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.

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