Alcuni eventi succedutisi tra il 2014 e i giorni nostri hanno fatto riaffiorare un sentimento di diffidenza nei confronti del movimento antimafia da parte di diversi settori dell’opinione pubblica. In molti casi l’antimafia è stata rappresentata come moralmente inquinata, intossicata da ambizioni personali, da millanterie, dalla ricerca di vantaggi di potere, di status o addirittura economici, quando non da relazioni di connivenza e complicità con gli stessi ambienti mafiosi
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
Alcuni eventi succedutisi tra il 2014 e i giorni nostri hanno fatto riaffiorare un sentimento di diffidenza nei confronti del movimento antimafia da parte di diversi settori dell’opinione pubblica. In molti casi l’antimafia è stata rappresentata come moralmente inquinata, intossicata da ambizioni personali, da millanterie, dalla ricerca di vantaggi di potere, di status o addirittura economici, quando non da relazioni di connivenza e complicità con gli stessi ambienti mafiosi.
Le principali criticità La Commissione ha registrato i primi segnali di tali nuove diffidenze attivando subito una serie di accertamenti dopo che il presidente dell’ANAC Raffaele Cantone, in una intervista pubblicata dal quotidiano Il Mattino il 4 maggio 2014, ha denunciato il rischio che “l’antimafia sociale si trasformi in un lavoro qualsiasi, una sorta di antimafia a pagamento, magari anche ben remunerata con fondi pubblici”.
Peraltro, a fine 2013 si erano verificati due importanti episodi: il sindaco di Isola Capo Rizzuto, Carolina Girasole, era stata arrestata il 3 dicembre per voto di scambio politico-mafioso [in nota: Caterina Girasole è stata assolta dal tribunale di Crotone da tutte le accuse formulate nei suoi confronti (voto di scambio politico-mafioso, turbativa d’asta, abuso di ufficio). Sia la procura della Repubblica sia la procura generale hanno proposto appello], e il 12 dicembre dello stesso anno la fondatrice dell’associazione antimafia “movimento donne di San Luca”, Rosy Canale, era stata anch’ella arrestata per aver utilizzato finanziamenti pubblici destinati a sostenere il movimento e iniziative contro le cosche per fini personali.
Mentre già la Commissione era al lavoro procedendo alle audizioni dei principali esponenti del mondo dell’antiracket per verificare trasparenza nella gestione dei fondi e concretezza delle attività finanziate, anche al fine di distinguere le forme di associazionismo utile alle politiche sociali antimafia rispetto a quelle meramente strumentali, altri inquietanti episodi si susseguivano tra il 2015 e il 2016.
Nel mese di febbraio 2015 si aveva notizia dell’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa avviata dalla procura di Caltanissetta a carico di Antonello Montante presidente degli industriali siciliani e delegato per la legalità di Confindustria. Simbolo della nuova imprenditoria siciliana insofferente al pizzo e a ogni forma di acquiescenza verso cosa nostra, Montante è stato indagato per reati di mafia a causa delle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia.
[Antonello Montante, già presidente della Camera di commercio di Caltanissetta, presidente di Confindustria Sicilia e referente nazionale per la legalità di Confindustria, è stato iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa dalla procura di Caltanissetta a seguito dell’acquisizione delle dichiarazioni di più collaboratori di giustizia già appartenenti alle famiglie mafiose di cosa nostra di Serradifalco, di Caltanissetta e di Gela; si tratta in particolare di Pietro Riggio, Aldo Riggi, Salvatore Dario Di Francesco e Carmelo Barbieri.
Dell’indagine si è avuta notizia a seguito della pubblicazione di un articolo sul quotidiano La Repubblica a firma di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano del 9 febbraio 2015. I giornalisti rivelavano che le indagini erano già state avviate da alcuni mesi ma erano ancora in una prima fase. Da successive informazioni pubblicate dalla stampa si ricaverebbe che l’iscrizione nel registro degli indagati sarebbe avvenuta a giugno del 2014.
La notizia dell’indagine veniva successivamente confermata dalla procura nissena in occasione dell’audizione dinanzi alla Commissione Antimafia in missione a Caltanissetta senza tuttavia far filtrare altri particolari. Il 22 gennaio 2016 la procura di Caltanissetta disponeva perquisizioni presso le abitazioni e le sedi delle imprese di Montante, acquisendo ampia documentazione e notificandogli un avviso di garanzia.
Nell’avviso di garanzia si ipotizzava il reato di concorso esterno in associazione mafiosa “per aver concorso nelle attività dell’associazione mafiosa denominata ‘cosa nostra’ e nel perseguimento dei suoi interessi, mettendo in modo continuativo a disposizione di esponenti di detto sodalizio, in particolare di Arnone Paolino, già appartenente alla ‘famiglia’ di Serradifalco e consigliere provinciale della predetta associazione mafiosa operante in provincia di Caltanissetta e di Arnone Vincenzo del pari appartenente alla ‘famiglia’ di Serradifalco anche col ruolo di reggente della stessa, nonché più in generale della famiglia mafiosa di Serradifalco, la propria attività imprenditoriale consentendo agli appartenenti alla organizzazione criminosa, avente natura armata, di ottenere l’affidamento di lavori e commesse a loro personale vantaggio, anche a scapito dì altri imprenditori operanti nello stesso settore, nonché assunzioni di persone dagli stessi segnalate, ricevendone in cambio il sostegno per il conseguimento di incarichi all’interno di enti ed associazioni di categoria, la garanzia in ordine allo svolgimento della sua attività imprenditoriale in condizioni di tranquillità, senza ricevere richiesta di dazioni di somme di danaro a titolo estorsivo e senza il timore di possibili ripercussioni negative per l’incolumità propria e dei beni aziendali, anche in relazione a lavori da svolgersi in territori governati da altre famiglie mafiose nonché analoghe garanzie per attività riconducibili a suoi familiari ed a terzi a lui legati da stretti rapporti. Commesso in Serradifalco ed altrove dal 1990”.
Montante ricorreva al tribunale del riesame che dichiarava inefficace il provvedimento di sequestro del materiale rinvenuto nei locali riconducibili a Montante perché generico e non accompagnato da una successiva convalida del PM. Per questo il materiale veniva restituito. Nel corso delle indagini che ad oggi sono giunte al termine massimo previsto dalla legge per i reati di cui è nota l’iscrizione (pari a due anni) sono stati sentiti anche diversi soggetti che hanno collaborato con Montante in tempi più recenti, come ad esempio l’imprenditore Marco Venturi (…)].
Subito a ruota nel mese di marzo di quell’anno è finito in prima pagina il caso di Roberto Helg, presidente della Camera di commercio e vicepresidente della GESAP, la società di gestione dell’aeroporto di Punta Raisi “Falcone-Borsellino”. Già conosciuto come esponente di spicco del movimento antiracket e anticorruzione, Helg è stato accusato di estorsione aggravata per avere preteso dal titolare di una pasticceria il versamento di un pizzo di 100 mila euro in cambio del rinnovo della concessione del punto vendita nello scalo di Punta Raisi.
Deflagrante nella sua gravità è stato quindi il caso della dottoressa Silvana Saguto , presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, sottoposta a perquisizione nel settembre 2015 e accusata di avere avvantaggiato professionisti amici nell’assegnazione degli incarichi di amministrazione dei patrimoni sequestrati, in un fitto giro di favori reciproci. Madrina della manifestazione “Le vele della legalità”, la presidente era diventata da tempo un punto di riferimento per l’antimafia istituzionale e sociale in tema di beni confiscati.
Nell’aprile del 2016 si è aperto clamorosamente il caso di Pino Maniaci, direttore della piccola emittente di Partinico Telejato. Maniaci era da molti anni un emblema dell’informazione d’assalto, dell’antimafia più coraggiosa, tanto che la sua televisione era diventata meta di viaggi e sede di stage da parte dei giovani desiderosi di imparare il giornalismo antimafia sul campo. Nei suoi confronti sono state mosse accuse di modeste ma egualmente significative estorsioni verso pubblici amministratori locali.
Si è trattato di una combinazione di vicende obiettivamente sconcertanti, che hanno messo in discussione beni e immagini altamente simbolici: la Sicilia del dopo-stragi, i patrimoni confiscati, l’imprenditoria antimafiosa, la stampa dalla schiena diritta. A essi se ne sono aggiunti, prima o dopo, diversi altri, e della natura più varia, spesso con seguito o per effetto di indagini giudiziarie. Sono venute a galla situazioni di sperperi clientelari nella gestione di fondi pubblici ottenuti da associazioni antimafia. O addirittura finanziamenti di attività inesistenti. O la ricerca e l’ottenimento di indebiti benefici personali da incarichi legati all’esercizio di ruoli antimafia.
Casi di eroismi millantati con simulazione di attentati o di minacce. L’uso di scorte permanenti di dubbia necessità. Collaboratori di giustizia pluriomicidi invitati nelle scuole come testimoni antimafia. E altro ancora.
Seguendo l’evoluzione di tutte queste vicende la presidente della Commissione, fin dalla missione svoltasi a Caltanissetta nel febbraio 2015, annunciò che l’indagine sulle strumentalizzazioni delle attività antimafia sarebbe stata ancora più estesa e approfondita, al fine di tutelare le realtà effettivamente impegnate sul fronte del contrasto alle culture e alle organizzazioni mafiose, in considerazione del fatto che le degenerazioni o le devianze che anche al loro interno potevano registrarsi nuocevano anzitutto a questa essenziale battaglia civile.
L’esito di tale indagine, che di seguito si illustrerà, ha consentito di raggiungere risultati univoci e soprattutto ha reso evidente che nessuna di queste pur inquietanti vicende e degenerazioni, che pure sembravano fiaccare la forza morale di molti movimenti collettivi, è riuscita a decretare la morte del movimento antimafia. Il quale invece continua a crescere.
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