«Senta, la Corte vorrebbe sapere se le sarebbe possibile reperire i documenti di cui ha appena parlato. Le basterebbe un’oretta, un’oretta e mezza, per andare a casa, prenderli e tornare qui? Per le 14 potrebbe farcela?». Era quasi l’ora di pranzo, il 12 febbraio scorso, quando le parole della giudice Stefania D’Errico sono risuonate nell’aula del Tribunale di Taranto dove si celebra Ambiente svenduto, il processo allo stato maggiore dell’Ilva targata Riva e a una pletora di politici, amministratori e consulenti.

Non sapevamo che il coronavirus avrebbe di lì a poco travolto il mondo e neppure che la vicenda dell’inquinamento tarantino avesse ancora dei segreti da custodire. Uno lo aveva appena rivelato in ogni suo particolare il teste Fernando Severini, ispettore del lavoro in pensione.

Il processo prende il nome dall’inchiesta, avviata nel 2008 dall’allora procuratore capo Franco Sebastio, sulle emissioni prodotte dall’acciaieria, un colosso da 1.500 ettari, il doppio dell’attigua città di Taranto.


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Malattia e morte S.p.A.

Nelle perizie consegnate dai tecnici alla gip Patrizia Todisco all’inizio del 2012 si legge che nel periodo dal 1998 al 2010 «sono attribuibili alle emissioni industriali 386 decessi (30 all’anno), ovvero l’1,4 per cento della mortalità totale». Sono altresì attribuibili all’acciaieria 237 casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero, 247 eventi coronarici con ricorso al ricovero, 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie. Forte l’incidenza sulla popolazione in età pediatrica, 638 casi totali. «Rilevante» la quantità di polveri rilasciate dagli impianti, anche dopo gli interventi di adeguamento.

Nello stesso periodo, secondo l’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa), «il contributo emissivo alla concentrazione di benzo(a)pirene rilevata nel Quartiere Tamburi di Taranto, derivante dallo stabilimento siderurgico, con presumibile riferimento all’impianto cokeria, (appare) preponderante e valutabile intorno al 90 per cento».

Imbottiti di veleni di ogni tipo – diossine, policlorobifenili (pcb), benzo(a)pirene – sono stati trovati anche i capi di bestiame allevati nei dintorni, i formaggi prodotti con il loro latte e le cozze coltivate nel Mar Piccolo, la laguna costiera a forma di otto rovesciato su cui si affacciano la città e l’Arsenale militare.

Sulla base di questi dati, oggi al centro della battaglia processuale, il 26 luglio 2012 la Procura ordinò il sequestro degli impianti, dando inizio alla complessa vicenda che dopo otto anni arriva in questi giorni all’ennesima soluzione provvisoria con il ritorno dello stato alla guida dello stabilimento chiave della siderurgia italiana.

Il cuore del procedimento

Oggi sono a processo 44 persone fisiche e tre società del gruppo Riva. Il fondatore Emilio Riva è scomparso nel 2014 a 88 anni, e alla sbarra ci sono i suoi figli Nicola e Fabio, e tre società. Agli imputati, che hanno posizioni molto diverse tra loro, sono stati contestati i reati più disparati: favoreggiamento, concussione, falso ideologico, abuso d’ufficio, lesioni colpose, omicidio colposo, danneggiamento, deturpamento e imbrattamento di cose altrui, violazione delle norme sulla tutela delle condizioni di lavoro, rimozione o omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro.

Ma il cuore del procedimento è l’associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale e l’avvelenamento di acque o sostanze alimentari, il tutto «cagionando eventi di malattia e morte nella popolazione residente», per l’intero periodo della gestione Riva, dal 1995 – quando acquistarono dallo stato a prezzi di saldo, 1.650 miliardi di lire, l’Ilva laminati piani – al 2013. Emilio Riva era già stato condannato due volte per reati ambientali con sentenza passata in giudicato: il 10 giugno 2004 e il 12 febbraio 2007. Anche allora tra i capi d’imputazione c’era il getto pericoloso di cose (articolo 674 c.p.).

Per quantità e qualità dei reati contestati, Ambiente svenduto è il processo al divorzio tra salute e lavoro e a un certo modo di fare industria in Italia. La testimonianza di Severini – già sentito come testimone dell’accusa e richiamato tre anni dopo come teste a prova contraria della difesa – si inserisce in questo contesto.

Girone con sommergibile

Nel novembre 2005 il pubblico ministero Vincenzo Petrocelli indaga sulle condizioni di lavoro del personale dell’ex area imprese all’interno dell’Arsenale della Marina militare (si tratta delle imprese private che lavoravano per i militari, nda). A condurre le ispezioni – un anno e mezzo di sopralluoghi quotidiani – è Fernando Severini, che rileva una situazione da girone dantesco: «Amianto, terreni crudi contaminati impregnati di qualsiasi tipo di sostanza nociva, solventi, diluenti, oli sintetici».

È tutto sulla nuda terra, ma non è un problema di incuria: viene scoperto un sistema di tubazioni ben mimetizzate che scaricano le sostanze tossiche direttamente in mare. Le analisi condotte dall’Arpa e da un laboratorio di analisi di fiducia della Marina militare rilevano la presenza di solventi, diluenti e oli sintetici.

Quando i carabinieri del Noe di Lecce si immergono nel tratto di mare davanti alla banchina dell’Arsenale per verificare le condizioni del fondale, trovano trasformatori vuoti e con i tappi aperti, tutti della Marina. I carotaggi confermeranno che il fondale del primo seno del Mar Piccolo è intriso di veleni fino a otto metri di profondità.

Tra questi il pcb, un fluido dalle particolari proprietà elettriche usato proprio per i grandi trasformatori. In Italia veniva prodotto dalla Caffaro su licenza Monsanto. Altamente cancerogeno e vietato da tempo, il suo smaltimento in condizioni di sicurezza richiederebbe precise procedure che non sono state rispettate, visto dove è finito.

A quel punto l’ex area imprese – soprannominata “Shangai”, un nome un programma – viene sequestrata, alcuni reparti della Marina chiusi, le attività lavorative sospese. Ma i colpi di scena sono solo all’inizio: i controlli rilevano una situazione critica anche nel bacino Brin, dove è in sosta per manutenzione un sommergibile che di lì a poco deve partecipare a esercitazioni della Nato nel Mediterraneo.

Di una situazione così i militari non possono non essere al corrente, infatti il colonnello Marcello Pace, comandante del Genio della Marina, conferma tutto e fa avere a Severini una relazione, pronta già da due anni, in cui si legge che è «assolutamente impossibile» proseguire l’esercizio del bacino Brin «proprio per condizioni strutturali precarissime ed estreme condizioni di pericolosità».

Vorrei ma non posso

Severini dispone il fermo del bacino, ma quando chiama il magistrato per procedere al sequestro ormai è sera tardi e il magistrato preferisce dargli appuntamento per l’indomani mattina. Alle 8 l’ispettore è già lì, giusto in tempo per vedere Petrocelli uscire dalla stanza del procuratore capo: «Aspetta qualche minuto», gli dice il pm, «facciamo quello che dobbiamo fare». Dopo ore di attesa, il pm torna e gli dice poche parole imabarazzate: «Non se ne fa più nulla. Non posso…».

Da quel momento – ricorda Severini – tutto si blocca: il sequestro non si fa, il fascicolo gli viene tolto, l’accesso all’Arsenale vietato. Il giorno successivo Severini avrebbe dovuto estendere le ispezioni al bacino Ferrati, dove c’era una nave da guerra in manutenzione, e proseguire i sopralluoghi fino a coprire l’intera area dell’Arsenale. Invece le indagini non riprenderanno mai più.

All’ispettore non resterà che scrivere una corposa informativa di reato, accompagnata da venti scatoloni pieni zeppi di documenti, compresi i rilievi fotografici e i filmati in cd e dvd che attestano lo stato comatoso delle aree esaminate. Inserisce tutto nel fascicolo d’indagine, il numero 9395 del 2005, non prima però di averne fatto una copia. Prudenza quanto mai opportuna: qualche tempo dopo si accorgerà che l’informativa è sparita dal fascicolo originale conservato a palazzo di giustizia.

A ciascuno il suo

La questione del pcb dell’Arsenale è centrale per la strategia processuale delle difese. Durante la deposizione di Severini l’avvocato Pasquale Annicchiarico, difensore dei Riva, ha fatto notare che per i reati di disastro e avvelenamento, in relazione alle cozze del mar Piccolo, «la valutazione dei superamenti era “diossine più pcb”, e in tutti quanti i superamenti era il pcb ad essere fuori limite, non la diossina». La difesa dell’Ilva punta a dimostrare che a inquinare sono stati altri. Se fosse confermato che i limiti nel Mar Piccolo sono stati superati per il pcb dell’Arsenale e non per le emissioni dell’Ilva, uno dei capi di imputazione salterebbe e tutta la storia andrebbe riscritta.

Va chiarito che i trasformatori al pcb non erano utilizzati solo dall’Arsenale: li avevano anche l’Ilva, l’Enel, la Cementir, l’Ospedale Civile e diversi altri soggetti lì intorno, molti dei quali hanno nel frattempo cessato l’attività. Solo che i trasformatori rinvenuti nel tratto di mare antistante la banchina dell’ex area imprese dell’Arsenale sono tutti della Marina, come Severini ha detto rispondendo al breve controesame – cinque minuti – del pubblico ministero Mariano Buccoliero.

Inoltre, nei ricordi del teste, la Marina avrebbe sostenuto anche in via ufficiale di non aver mai avuto Askarel (denominazione commerciale del pcb).

Severini non ha una copia di quel documento, ma il fatto trova indirettamente riscontro in un articolo, ripreso dal sito dell’associazione Peacelink, secondo cui quando Mario Guadagnolo, assessore alla Sanità, ambiente e ecologia del comune di Taranto dal 1980 al 1985, inviò a tutte le aziende possibili utilizzatrici di Askarel una circolare per censire il pcb presente sul territorio, l’Arsenale negò di esserne in possesso. Inoltre, nel 2005 uscì la notizia che la Guardia di finanza aveva sequestrato all’interno dello stabilimento militare una vasca che conteneva proprio quella sostanza.

Severini nella sua testimonianza indica in 1.800 tonnellate la quantità di pcb presente sul territorio tarantino, Arsenale escluso. E Arsenale compreso? Secondo informazioni date all’ispettore da personale della direzione, tra cui il consulente giuridico dell’Ammiraglio, e basate gli inventari fatti dai detentori dei trasformatori, l’Arsenale era quello che ne aveva più di tutti. Vincenzo Petrocelli è scomparso nel 2012, senza mai rivelare nulla sulle circostanze che lo avevano portato, contro la sua volontà, a fermare le indagini.

Strada all’eternit

Severini ha riferito anche un altro episodio drammatico, che rende l’idea di quanto il territorio tarantino sia stato variamente utilizzato come discarica illegale di rifiuti tossici. Qualche anno dopo i fatti del Mar Piccolo, il Genio e la Direzione dell’Arsenale chiesero al pm Petrocelli di autorizzare la realizzazione di condotte fognarie lungo un tratto stradale che attraversa l’area dell’Arsenale.

A un certo punto l’impresa che stava eseguendo i lavori si fermò e chiese l’intervento della procura: gli operai si erano sentiti male, perché durante i lavori di scavo dal terreno veniva fuori di tutto. Durante il sopralluogo Severini scoprì che grandi quantità di eternit frammentato erano state utilizzate, insieme ad altre macerie, come riempimento stradale.

Sia la caratterizzazione (la ricostruzione dei fenomeni di contaminazione di un sito ambientale) fatta dall’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (Icram) che quella dell’Arpa rilevarono come «in tutta l’area» il terreno fosse contaminato da «materiali frammisti di qualsiasi natura, oltre sempre che di oli dielettrici».

Il fascicolo scomparso

L’anziano ispettore ha copia di gran parte della documentazione a cui ha fatto riferimento durante la sua testimonianza, e l’ha prodotta durante l’udienza del 12 febbraio dopo essere andato a casa a recuperarla. Ora questo materiale è agli atti del processo.

Quando invece gli avvocati difensori hanno chiesto alla procura di acquisire il fascicolo 9395 (scatoloni compresi), la risposta è stata sconcertante: c’è solo il fascicoletto n. 6, tutto il resto non si trova e «le ricerche potranno riprendere solo dopo aver sanificato l’area interessata».

Una sanificazione particolarmente laboriosa, considerato che nove mesi e tre reiterazioni della richiesta dopo, di quei documenti ancora non c’è traccia. L’ennesimo colpo di scena di una vicenda intricatissima di cui non sappiamo ancora tutto, se a dodici anni dall’avvio delle indagini e a quattro dall’inizio del processo – che secondo le previsioni di Sebastio sarebbe andato a sentenza in un anno – può ancora venire fuori una storia spiazzante come quella raccontata da Severini.

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