La nave era diretta dall’Artico verso l’Egitto quando, il 3 marzo, mentre era attraccata alle coste maltesi, è stata colpita da un drone marino. L'attacco ha danneggiato lo scafo, causando un'inclinazione dell'imbarcazione che, tuttavia, resta ancora a galla. Il fallimento del rimorchio e la posizione fantasma. Nella confusione di responsabilità, i governi restano alla finestra. Appello alla Commissione europea
C’è un relitto di 277 metri che da 37 giorni vaga alla deriva nelle acque del Mediterraneo. A bordo non ci sono passeggeri, ma tonnellate di Gnl e carburante. Si tratta della Arctic Metagaz, una metaniera della "flotta fantasma" russa: una bomba inesplosa. Nonostante il concreto rischio di un disastro ambientale, nessun Paese sta intervenendo per evitarlo.
I fatti e l'incidente
La Arctic Metagaz era diretta dall’Artico verso l’Egitto quando, il 3 marzo scorso, mentre era attraccata alle coste maltesi, è stata colpita da un drone marino. L'attacco ha danneggiato lo scafo, causando un'inclinazione dell'imbarcazione che, tuttavia, resta ancora a galla.
I 30 membri dell’equipaggio, per lo più russi e filippini, sono stati fatti sbarcare. Da quel momento il relitto, seguendo correnti e venti, si è spinto fino alle acque libiche. Putin ha accusato l’Ucraina dell’incidente; Kiev non ha rivendicato l’attacco, ma sui social ucraini si registra un clima di esultanza.
Alcune ricostruzioni suggeriscono che l’attacco alla Arctic Metagaz sia stato condotto con un drone navale Magura V5, sistema già impiegato con successo contro la petroliera Qendil nel Mar Nero.
Secondo un’indagine di Radio France Internationale (RFI), la presenza militare ucraina in Libia occidentale sarebbe ormai una realtà consolidata con oltre 200 unità dislocate in tre punti chiave: l’accademia aeronautica di Misurata, la base navale di Zawiya e un presidio costiero in fase di potenziamento.
L’operazione sarebbe frutto di un'intesa siglata ad ottobre con il governo di Tripoli di Abdul-Hamid Dbeibah. In cambio dell'accesso alle basi, Kiev avrebbe garantito supporto strategico attraverso addestramento avanzato (con focus sui droni e tattiche di guerra asimmetrica), forniture belliche, cooperazione militare e investimenti diretti nel settore energetico libico.
Il fallimento del rimorchio e la posizione fantasma
La National Oil Company (NOC), partecipata al 50% dal governo libico e da Eni, ha tentato un primo rimorchio con la “Maridive 701” quando il relitto si stava avvicinando a delle piattaforme petrolifere libiche. La procedura è però degenerata: nella notte del 29 marzo si è sfiorato il naufragio e il relitto è stato rispedito in acque internazionali.
Sebbene sia stata istituita una commissione ad hoc per monitorare gli sviluppi, l’ultima posizione rintracciabile tramite i sistemi AIS (Automatic Identification System) risale al 2 marzo. Al momento, il relitto si troverebbe a circa 166 km da Bengasi, in Libia: una "posizione fantasma".
La negligenza mediterranea
La metaniera è transitata vicino a Malta, Lampedusa e Linosa. Muovendosi in acque internazionali, si è innescato un meccanismo di “passaggio della patata bollente”: nella confusione su chi sia il reale responsabile, nessuno ha preso in carico il relitto.
La portavoce russa Zakharova ha chiarito che, sebbene Mosca mantenga la supervisione come Stato di bandiera, le normative internazionali attribuiscono agli Stati costieri il compito di scongiurare disastri ecologici. Tuttavia, nessun Paese si è attivato secondo i protocolli di salvaguardia del Mediterraneo.
Rimuovere il carico in sicurezza è tecnicamente possibile, ma ostacolato dall’instabilità della nave, dal rischio esplosione e dall’assenza di un operatore responsabile. La storia della nave infatti riflette l'opacità della "flotta fantasma": un tempo si chiamava Berge Everett e operava per la Bw norvegese, poi è passata sotto le bandiere di Singapore, Liberia e Palau. In altre parole, un’identità molto opaca.
Le autorità ucraine hanno inoltre informato che le 600 tonnellate di Gnl e petrolio a bordo provengono dall'impianto russo Arctic LNG-2, sanzionato da Unione Europea, Nuova Zelanda, Canada e Svizzera. Essere una flotta fantasma è ciò che ha permesso di evitare le sanzioni.
In ogni modo, secondo le convenzioni delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), la responsabilità ricade sull'armatore e lo Stato di bandiera (Russia) ha obblighi di vigilanza, mentre gli assicuratori dovrebbero coprire i danni. Nella pratica, la proprietà è oscura, l'assicurazione non è verificabile e ogni intervento assume un peso politico, creando uno stallo di governance ambientale.
I rischi ambientali e l'appello internazionale
Oltre alle 61.000 tonnellate di Gnl del carico originario, nel relitto restano circa 900 tonnellate di olio combustibile denso (bunker), 100 tonnellate di gasolio e quantità imprecisate di solventi e pitture. Gli ambientalisti definiscono la nave una «bomba a orologeria».
I rapporti russi segnalano una situazione critica: a bordo si sentono schiocchi, sono state registrate emissioni di gas, il rollio è aumentato e sono scoppiati incendi localizzati. Italia, Francia e altri sette Paesi Ue hanno inviato un appello congiunto alla Commissione europea segnalando un «pericolo immediato e grave».
La tutela del mare vincolerebbe tutti i firmatari della Convenzione di Barcellona, inclusi otto membri Ue e la Libia, ad agire con urgenza operativa. Se si vuole sventare un disastro ambientale, ogni minuto che passa è una pugnalata in più per il Mediterraneo, un ecosistema già fragile.
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