Polemiche arrivano anche da politica e sindacati: la ragione economica è chiara, dopo un 2025 in cui le spese aggiuntive provocate dai dazi di Trump hanno pesato parecchio sui conti aziendali. Ora, però, s è superata una linea rossa dice la capa del consiglio di fabbrica
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Nel 2027 Audi inizierà a costruire un impianto produttivo negli Stati Uniti. La data di inizio della produzione è fissata per i primi anni 2030 ed è un regalo che torna comodissimo alla campagna di Donald Trump per le elezioni midterm in Georgia. Talmente tanto il presidente ha gradito, che ha invitato sul palco l’ad di Audi, Gernot Döllner, che l’ha ringraziato per il suo aiuto. Una partecipazione equiparata a uno «show di propaganda» da Daniela Cavallo, capa del consiglio di fabbrica del gruppo Volkswagen che ha attaccato Döllner anche per aver fornito «sostegno elettorale attivo» a Trump, cosa che secondo le regole interne all’azienda sarebbe vietata, visto che non è accettata la partecipazione a eventi di campagna elettorale nei tre mesi che precedono le elezioni. «La vergogna è talmente tanta che si desidera scomparire» ha continuato Cavallo, definendo la scelta «politicamente inaccettabile, imbarazzante e non all’altezza della fama dei dipendenti della casa». La discussione si è infiammata anche sulla intranet interna all’azienda, tanto che il gestore ha dovuto bloccare la funzione dei commenti perché ne erano arrivati troppi di negativi.
Cavallo attacca anche Oliver Blume, ad del gruppo: «Si è fatto trasformare in marionetta da un personaggio politico molto questionabile, che contraddice ogni valore aziendale». Che immediatamente siano stati sollevati parallelismi con la storia di Volkswagen, nata ai tempi del regime nazista e azienda simbolo del dodicennio, oltre che strumento attivo della strategia di Adolf Hitler, per la sindacalista è prova di quanto sia grave la situazione. Sulla stessa lunghezza d’onda la capa di Ig Metall, il sindacato degli operai del settore: «È vero che incoraggiamo il gruppo ad aprirsi a nuovi mercati. Contemporaneamente abbiamo bisogno di una prospettiva sicura per i dipendenti negli impianti tedeschi.
Dal punto di vista economico, in realtà, anche i rappresentanti dei lavoratori riconoscono che la costruzione di un impianto oltreoceano abbia senso. Quello americano è un mercato premium importante per i tedeschi, in cui vogliono ancora crescere. In più, i dazi di Trump hanno zavorrato pesantemente i suv prodotti in Slovacchia e Messico e venduti negli States. La nuova fabbrica – per cui sono previsti investimenti da 4 miliardi di dollari – a regime dovrebbe arrivare a produrre 200mila automobili (i modelli previsti sono la Q7, la Q8 e la Q9) e impiegare 4.500 dipendenti. Non è detto che in cambio Volkswagen ottenga degli sconti sui dazi, in secondo luogo c’è preoccupazione per il fatto che gli impianti tedeschi, già in sofferenza, possano vedere la produzione ridursi ulteriormente.
Un timore che riguarda in particolare la fabbrica di Neckarsulm, che oggi impiega 15mila dipendenti, ma il rischio potrebbe allargarsi anche agli impianti Porsche. Sull’intervento di Döllner, poi, è intervenuta anche la politica: il capo della Linke Luigi Pantisano ha chiesto le sue dimissioni, ma anche la Spd si è detta critica sulle modalità dell’annuncio. Polemico anche il Verde Cem Özdemir: «Non ha dimostrato grande stile».
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