Per la prima volta in vent’anni ci sono state le consultazioni intergovernative: il risultato, una cooperazione sulla difesa per la produzione di droni, contraerea e munizioni
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Una settimana dominata dalle notizie d’economia, anche in Germania. Il paese (e il governo) fa i conti con le conseguenze della guerra in Iran: per tutelare gli automobilisti, l’esecutivo ha deciso un taglio delle accise di 17 centesimi al litro per due mesi, un provvedimento che costerà 1,6 miliardi di euro. Parliamo anche delle grosse difficoltà tra il ministro socialdemocratico delle Finanze e la collega cristianodemomcratica dell’Economia. Sul tavolo resta anche la questione dell’Ucraina. Guardiamo però anche alle conseguenze della vittoria di Magyar in Ungheria per l’attivista Maja T., ancora in carcere.
Aiuti (quasi) subito
Come anche in Italia, il governo tedesco ha deciso di introdurre un sostegno agli automobilisti tagliando le accise sui carburanti di 17 centesimi al litro. Una misura che durerà due mesi, per un costo di 1,6 miliardi di euro. In più, l’esecutivo ha reso noto che i dipendenti potranno chiedere ai datori di lavoro un incentivo di mille euro che saranno scaricabili dalle tasse. Per finanziare la misura si metterà mano alla tassazione sui tabacchi, alzando l’imposta già quest’anno, prima delle attese.
Certo, anche se il cancelliere ha spiegato che spera che l’iniziativa migliorerà «molto presto» la situazione degli automobilisti, realisticamente la misura non arriverà a dama prima di inizio maggio, almeno stando alle anticipazioni che filtrano dai partiti. Certo, resta il fatto che si favoriscono ancora i motori termici, invece di spingere metodi alternativi e mezzi pubblici, c’è anche chi ironicamente segnala come si tratta di strumenti che erano tutti già stati messi in campo dal ministro delle Finanze del passato governo Semaforo, Christian Lindner. Il taglio delle accise l’aveva già proposto lui a estate 2022.
Il caso Reiche
La ministra dell’Economia è in piena rotta di collisione con il ministro delle Finanze. Katharina Reiche ha la copertura della corrente più a destra della Cdu, ma la lite ha provocato la rabbia di Friedrich Merz. Per Reiche, le proposte della Spd per contenere le conseguenze della guerra in Iran sono «costose, poco efficaci e di costituzionalità dubbia». Merz stesso è rimasto perplesso dello scontro pubblico e ha raccomandato alla sua collega di governo di trattenersi. L’indicazione a Reiche e Klingbeil era stata quella di elaborare insieme una proposta comune per gestire i prezzi dell’energia, possibilmente senza contrasti pubblici. Una raccomandazione che evidentemente non è arrivata del tutto ai destinatari.
L’atteggiamento di Reiche non è piaciuto neanche a una parte della Cdu: la corrente sociale, quella più a sinistra, ha chiesto di sostituire la ministra per la sua mancanza di disciplina nei confronti delle indicazioni del cancelliere. Al di là dell’emergenza carburanti, però, la coalizione deve trovare una quadra su un sacco di argomenti. C’è un problema di finanziamenti alla sanità, che può essere risolto con un taglio del welfare – una soluzione che non piace ai socialdemocratici. Secondo punto, la riforma delle pensioni: non è chiaro né il livello della pensione, né quale sarà l’età minima in futuro. O ancora, il carico lavorativo: Merz vorrebbe che i tedeschi lavorassero di più, la ministra Bärbel Bas, che è anche cosegretaria della Spd, non vuole cedere sui diritti dei lavoratori. Ci sarebbe anche bisogno di una riforma fiscale che prevede un taglio dell’Irpef, da compensare altrove. Ma chissà dove.
Il rapporto tra i partner di coalizione, poi, continua a non decollare. C’è un tema di consensi – sono pochi i tedeschi a cui Merz sta piacendo davvero – e un certo scetticismo da parte della Spd, che vorrebbe accelerare i tempi ma a patto di non perdere la propria identità. Combinazione pericolosa.
L’Ucraina è vicinissima
In un appuntamento storico, le prime consultazioni intergovernative tra Germania e Ucraina in vent’anni, sono stati firmati nuovi accordi per un ampliamento della cooperazione in ambito militare. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky parla di un deal sui droni: in futuro, Berlino e Kiev potrebbero infatti finire per produrne insieme, lo stesso vale anche per contraerea, armi a lungo raggio e munizioni. Si tratterebbe del più grande accordo di questo genere in Europa, secondo Zelensky.
C’è poi il capitolo dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Merz ha assicurato al presidente tutta il sostegno necessario nel percorso di avvicinamento. «La Germania sostiene questo obiettivo, anche se sappiamo entrambi che non riusciremo a raggiungerlo a breve». L’adesione di Kiev all’Ue sarebbe però «un passo di importanza strategica per maggiore sicurezza e benessere in Europa». L’incoraggiamento è però quello a continuare il ciclo di riforme, soprattutto nel campo della lotta alla corruzione e il rispetto di stato di diritto: l’impegno di Merz è anche quello di spingere per la messa a terra dell’ultimo pacchetto di aiuti deciso dall’Ue a fine anno, quando è saltata la possibilità di offrire un prestito di 90 miliardi in ragione di un veto di Ungheria e Slovacchia.
Scintilla di speranza
Torniamo a parlarvi anche del caso Maja T. L’attivista non binari* condannat* a otto anni per aver aggredito estremisti di destra nel “giorno dell’onore” di febbraio 2023 è stat* estradat* in Ungheria dalla Germania. Da allora non si sono fermati gli sforzi per permetterl* almeno di scontare la condanna in Germania. Tuttavia, procura e avvocato di Maja T. hanno fatto ricorso e un’eventuale ritrasferimento è sì concesso dal diritto europeo, ma soltanto a fronte di un pronunciamento definitivo.
Maja T. stess* aveva condiviso i suoi pensieri sul voto in Ungheria con la taz prima delle elezioni. A una vittoria di Orbán non voleva pensare, «sarebbe uno sguardo in un bicchiere senza fondo di assenzio: distopico». Contemporaneamente, anche la fiducia in Péter Magyar è fragile: «Più ragiono su questo voto del destino e la speranza dell’estero nella vittoria del giovane sfidante, più mi sento scomoda» ha scritto in una lettera. Vero è che il nuovo premier ha promesso di lavorare per mettere in piedi una «patria umana» e di sostituire le figure chiave del regime di Orbán, ma ci vorrà tempo. Lo sa anche T.: «Come possiamo escludere che quello che vediamo attorno a noi sia solo cementato sotto un volto nuovo?»
Anche suo padre, Wolfram Jarosch, si è pronunciato sul caso. «La speranza in un trattamento equo di mi* figli* e di un ritrasferimento in Germania a questo punto è molto forte». Certo, la giustizia ungherese resta indipendente e sovrana, ma intanto T. non sarà più la bandiera europea su cui si accanisce Orbán: ora la palla passa al ministro degli Esteri Johann Wadephul, che dovrà riaprire i canali con le autorità ungheresi per riprendere i colloqui e facilitare la riconsegna in Germania.
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