«Non voglio essere frainteso, la violenza non deve essere un mezzo politico e se ci sono accuse è giusto che ci sia un processo. Ma che sia un processo equo e giusto, non una farsa». È su questo punto che vuole soffermarsi Wolfram Jarosch, il papà di Maja T., nel corso di una conferenza stampa organizzata a Roma sulla vicenda dell’antifascist* queer tedesc*. La condanna in primo grado a otto anni di reclusione, decisione contro cui è già stato presentato ricorso, arrivata dopo un processo fortemente politico ha riacceso il faro sull’erosione dello stato di diritto nell’Ungheria di Orbán. Un principio sempre più minacciato nelle democrazie occidentali. Italia inclusa.

Il racconto

Il calvario di Maja T., ricorda il padre, non inizia però con il processo e la detenzione a Budapest ma parte da un’estradizione illegale operata dalla Germania. «Sono venuti a prenderl* con un elicottero – ricorda – in un’operazione paramilitare che sembra un rapimento di stato». Un provvedimento che solo 50 minuti dopo venne criticato dalla Corte federale tedesca che sottolinea come «la ricorrente non ha avuto alcuna possibilità di esaminare i rimedi costituzionali e di avvalersene prima del trasferimento». Una pronuncia che è arrivata però quando ormai Maja era già a Budapest.

«Estradata in un paese - ricorda Wolfram - a cui l'Ue ha congelato fino a 22 miliardi di euro a causa della mancanza di uno stato di diritto». Un paese in cui il processo di Maja si è rapidamente trasformato in un processo farsa volto solamente a soddisfare il desiderio politico di Orbán. Una convinzione rafforzata dal fatto che, nel corso del procedimento, non sono emerse prove schiaccianti nei confronti dell’attivista tedesc*: «C’è solo un video di quel giorno portato dall’accusa – spiega il padre – Si vede una persona che potrebbe essere Maja che cammina. Non ha nulla in mano, non si vedono aggressioni, non colpisce nessuno». Eppure, secondo il giudice che l’ha condannata avrebbe preso parte ad un’aggressione ai danni di esponenti dell’estrema destra ungherese accorsi a Budapest per il giorno dell’onore.

Una ricorrenza che si svolge con il benestare del governo e che ogni anno raduna nella capitale ungherese migliaia di neonazisti da tutta Europa che sfilano per la città «indossando uniformi delle Ss e della Wehrmacht, fornite anche dal museo di Storia Militare di Budapest». Una situazione ben tollerata da Orbán e dalle forze dell’ordine che si ripete ogni anno a metà febbraio. «Quest’anno si sono riuniti il 14 febbraio – racconta Wolfram – ed era stata organizzata una contromanifestazione a cui avrebbe dovuto parlare l'86enne sopravvissuta all'Olocausto Katalin Sommer. È stata vietata. Questa è Budapest oggi: chi marcia con le svastiche non trova ostacoli, chi si oppone rischia conseguenze penali».

E in Maja T. il regime di Budapest sembra aver trovato l* nemic* pubblic* perfett*. «La storia di Maja non ci parla solo di antifascismo. - ricorda Luca Blasi, della rete A Pieno Regime – È una persona non binaria in un paese in cui sono vietati i Pride. Incarna tutto ciò che vuole distruggere Orbán». Da qui nasce la condanna a otto anni, contro cui Maja e il suo legale hanno già presentato un ricorso i cui tempi non saranno però brevi. «Ci vorranno dai sei mesi a un anno – spiega il padre – e nel frattempo resterà in isolamento. L’unica cosa che può aiutarla ora è la solidarietà, la sensazione di non essere dimenticata».

La solidarietà italiana

Una solidarietà che Maja, sottolinea il padre, sente forte dall’Italia. La sua vicenda, infatti, si lega a doppio filo al nostro paese, non solo per il coinvolgimento nello stesso processo dell’europarlamentare italiana Ilaria Salis, ma anche per i rischi a cui è esposto lo stato di diritto in nel nostro paese.

«A me non interessa il nome delle vittime perché qui quello che importa è l’assenza del diritto. - spiega Luigi Manconi - Schierarsi oggi al fianco di Maja significa sottolineare, denunciare ed enfatizzare le ragioni di uno stato di diritto che in Ungheria viene calpestato». Una situazione che oggi si verifica in molte democrazie occidentali e che dovrebbe preoccupare anche nel nostro paese. «Il governo Meloni – ricorda Arturo Scotto, deputato del Partito Democratico – ha introdotto 28 nuovi reati e un decreto sicurezza che mette in discussione alcune libertà fondamentali. Così l’Italia assomiglia sempre di più all’Ungheria di Orbán». Una situazione che genera, secondo Scotto, un paradosso: «Più i governi dei paesi invocano i valori della democrazia, più quegli stessi governi vogliono ridimensionarli in casa loro».

La situazione Italiana appare, dunque, preoccupante. «Stiamo assistendo ad una torsione autoritaria – spiega Manconi – che in Italia si manifesta sia con provvedimenti come i decreti sicurezza, sia con quella parte della destra che guarda sempre più con ammirazione alle politiche di Orbán». E proprio i rischi che corre anche in Italia lo stato di diritto, rendono necessaria la solidarietà a Maja e agli altri imputati in Ungheria. «Cosa ci vuole di più – conclude Manconi – per rendersi conto che questa mobilitazione non è solo sacrosanta ma anche necessaria?».

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