Eccoci tornati con il primo risultato elettorale del Superwahljahr da discutere: in Baden-Württemberg si è votato e il risultato ha dato materiale di riflessione anche ai politici berlinesi. Le elezioni hanno dato il la alle quattro consultazioni cruciali di quest’anno che rischiano di cambiare le carte in tavola anche per Friedrich Merz: nel frattempo, si guarda con preoccupazione anche al risultato di AfD che ha performato particolarmente bene anche in un Land dell’ovest. 

Sudovest verde

Le elezioni regionale in un Land grande, popoloso e ricco hanno restituito nelle urne una conferma dello status quo: i Verdi governavano con il sostegno della Cdu e i Verdi continueranno a governare con il sostegno della Cdu. Cambia solo il governatore, il Minischderpräsidend, per dirla con l’accento tipico della zona, morbido e un po’ cantilenante.

A prendere il posto di Winfried Kretschmann sarà lo «svevo anatolico» Cem Özdemir: trovate qui la nostra analisi del voto e delle sue conseguenze sulla politica nazionale. A soffrire è soprattutto la Cdu, che è riuscita a perdere nonostante un grosso vantaggio nei sondaggi. 

Consigli sbagliati

Nessuno alla Konrad-Adenauer-Haus, la sede della Cdu, vuole sentirsi attribuire la responsabilità per la mancata vittoria in Baden-Württemberg. Piuttosto, Merz ha cercato di chiudere il discorso il prima possibile. E con l’occasione ha ribadito che non ha intenzione di fare cosa comune con AfD. Rivolgendosi a «tutti quelli che me lo chiedono, anche da qualche gruppo editoriale»: il riferimento è all’editoriale di Ulf Poschardt. Nei giorni scorsi, l’editore della Welt aveva incoraggiato la Cdu a cercare il dialogo con AfD in Baden-Württemberg per issare Manuel Hagel a governatore della regione nonostante il secondo posto. 

Non è la prima volta che la galassia di Axel Springer appare favorevole a una convergenza tra cristianodemocratici ed estrema destra: la reazione di Merz però dimostra quanto i vertici di partito siano però sensibili alla questione in questo periodo. È vero, Stoccarda avrebbe dovuto dare il via a un trionfo negli altri tre Land che vanno al voto, e nonostante il tentativo del cancelliere di minimizzare, ribadire il fatto che alla fine Verdi e Cdu avranno lo stesso numero di seggi nel parlamentino e sottolineare come l’elettorato abbia apprezzato politica estera e riforme del governo berlinese, anche dentro il partito non sono tutti soddisfatti. 

Axel Springer – che oltre a Welt edita anche Bild e Politico – è sotto la lente d’ingrandimento anche nel Regno Unito, dove la sua scalata al gruppo Telegraph è sotto la lente d’ingrandimento dell’autorità della ministra della Cultura. L’offerta è di quasi 665 milioni di euro e Lisa Nandy si è ripromessa di verificare che risponda alle norme che regolano il panorama mediatico britannico. La proposta del gruppo tedesco ha mandato in soffitta un’offerta concorrente del gruppo che edita il Daily Mail Dmgt. Non è la prima volta che Springer muove per conquistare il Telegraph: era già successo una ventina d’anni fa e ora il gruppo berlinese si propone di farne «il medium conservatore in lingua inglese più letto del mondo anglofono» ha spiegato il numero uno Matthias Döpfner. 

La cultura di domani

Prendiamo come spunto l’editoriale di Robert Misik pubblicato sulla Taz per tornare su un tema fondamentale come la discussione sul futuro della Berlinale. Dopo che il vincitore dell’edizione di quest’anno, Abdalla Alkhatib, ha accusato la Germania di essere complice nel genocidio di Gaza, la direttrice è stata messa in discussione nel dibattito pubblico per le dichiarazioni anti-israeliane del regista siriano-palestinese. Alla fine – a differenza di quanto era sembrato inizialmente – Tricia Tuttle rimarrà al suo posto, anche dopo la mobilitazione di un gran numero di intellettuali e artisti. Misik insiste però su quanto sia importante mettere dei paletti su cosa ancora “ci permettiamo” di dire: a fronte di un rischio sempre maggiore di ricevere attacchi da destra, sinistra, o anche dai moderati, intellettuali e artisti finiscono per autocensurarsi. E questa non è una scelta che può portare lontano. 

A rendere la prospettiva particolarmente preoccupante, si legge nella Taz, è il fatto che a fare da arbitro nelle dispute culturali attualmente c’è Wolfram Weimer, un sottosegretario alla Cultura che tende più verso il Kulturkampf che la creazione di un ambiente in cui tutti si sentano liberi di dire la propria. Lo scenario non è rassicurante, in Germania come in Italia: per Misik la strategia dell’evasione dal dibattito per non dover affrontare shit storm verbali e reputazionali rischia di essere però soltanto un’accelerazione verso il momento in cui «ci svegliamo in un mondo dei Trump o di nemici dell’arte antiliberali e autoritari come Weimer, che non esitano a dare alle fiamme anche il minimo sindacale di diritti civili». 

Il lusso non paga più

Volkswagen ha dato i numeri del 2025 e non sono per niente buoni. Il più grande gruppo automotive europei ha ridotto gli utili di quasi la metà l’anno passato rispetto a quello precedente. Il calo del 44 per cento consegna un utile netto di 6,9 miliardi di euro dai 12,4 del 2024. Stabile il fatturato, sui 322 miliardi di euro.

La ripresa in un anno nerissimo è arrivata solo nell’ultimo trimestre: a trascinare giù l’intero bilancio è stata soprattutto Porsche, che nel corso dell'anno ha dovuto rivedere la propria strategia dopo la decisione della Commissione europea di rinviare la dismissione del motore termico. Una modifica in corsa dell’azienda che da sola è valsa quasi 5 miliardi di euro. Il marchio di Stoccarda ha ridotto il proprio utile da 5,3 miliardi a 90 milioni di euro: un dato dovuto anche al calo delle vendite mondiali di circa il 10 per cento. Tradotto: i soldi si fanno con i marchi più popolari, mentre la domanda per le macchine di lusso è molto meno stabile di quanto non si pensasse, soprattutto di fronte a vincoli esterni come i dazi di Donald Trump. Ragione per cui Wolfsburg – epicentro della “macchina del popolo” – rivendica più spazio all’interno del gruppo che finora privilegiava le sorelle nobili Audi e Porsche. 

A pesare sui conti del gruppo anche le tensioni internazionali, i dazi americani e la concorrenza: soltanto le tariffe di Trump hanno provocato un tonfo di altri 3 miliardi di euro. Nel mondo Volkswagen ha continuato a vendere poco meno di 9 milioni di automobili, registrando anche un incremento in Europa che però non ha saputo compensare i cali in America e Cina. Il mercato cinese ha azzoppato in particolar modo Porsche: il marchio di lusso ha visto le proprie vendite calare del 26 per cento. 

La prospettiva è il ritorno a cifre migliori nel 2026, con un utile in crescita di una misura tra lo 0 e il 3 per cento. Contemporaneamente, il gruppo spera di tagliare i costi con un taglio di 50mila posti di lavoro entro il 2030: 35mila persone dovranno lasciare Volkswagen, Audi prevede una riduzione di 7.500 posti e Porsche 3.900. 

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