La spesa di chi vive in Italia è assorbita per due terzi da beni e servizi essenziali, vale a dire prodotti alimentari, casa e trasporti. Diversamente da quanto accade nelle altre maggiori economie europee, dove, ad esempio, le famiglie francesi e tedesche concentrano una parte più rilevante dei loro consumi a ricreazione, spettacoli e cultura, servizi ricettivi e di ristorazione, mobili, articoli e servizi per la casa, abbigliamento e calzature.

In Spagna le spese per la casa, il cibo e i trasporti sono a quota 63 per cento, mentre in Francia e in Germania arrivano solo al 56 per cento, compendiando quote più ridotte per alimentari e abitazione e più consistenti per i trasporti.
È quanto emerge da dati Eurostat relativi al 2020 illustrati dall’Istituto nazionale di statistica nella Storia di dati "I consumi cambiano insieme al Paese”.

Per l’Italia, il divario nei consumi risalta non solo rispetto agli altri paesi europei, ma anche nelle disuguaglianze a livello territoriale. E così, se negli anni Cinquanta, le famiglie del Mezzogiorno spendevano il dodici per cento in meno della media nazionale, oggi, spendono il venti per cento in meno della media nazionale, e più di un quarto della loro spesa continua a essere destinato ad alimentari, bevande e tabacchi, contro circa il diciannove per cento nel Centro-Nord.

Composizione spesa media mensile familiare per principali aggregati. Francia, Germania, Spagna e Italia. Anno 2020. Fonte Eurostat, per la francia stima Eurostat su dati di spesa 2015
Composizione spesa media mensile familiare per principali aggregati. Francia, Germania, Spagna e Italia. Anno 2020. Fonte Eurostat, per la francia stima Eurostat su dati di spesa 2015
Composizione spesa media mensile familiare per principali aggregati. Francia, Germania, Spagna e Italia. Anno 2020. Fonte Eurostat, per la francia stima Eurostat su dati di spesa 2015

La storia dei consumi

Nei primi novanta anni dall’Unità, spiega l’Istat, i consumi privati pro capite sono raddoppiati, aumentando di quasi cinque volte nelle decadi successive, sebbene a un ritmo progressivamente meno intenso. Nell’ultimo decennio, dopo una fase iniziale di stagnazione, c’è stato un calo dei consumi con la pandemia da Covid-19 e poi un rapido recupero, frenato però negli anni più recenti dall’inflazione che ha eroso il potere d’acquisto dei consumatori.
Anche il Pil pro capite in termini reali dall’Unità al 2025 è aumentato di oltre dodici volte con una crescita non uniforme. Se fino alla metà del Novecento il suo valore è poco più che raddoppiato, tra il 1951 e oggi l’aumento è stato pari a circa sei volte, con una stagnazione negli ultimi venti anni.

Guardando alle politiche pubbliche di questi anni, anch’esse hanno lasciato un impatto sui consumi delle famiglie. E questo è altrettanto evidente se si considera la spesa per la salute che oggi è tornata ai livelli precedenti l’istituzione del Sistema sanitario nazionale: «Tra il 1978 e il 1980, con l’istituzione del Servizio sanitario nazionale (Ssn), le spese per la salute si riducono dal 3,9 all’1,3 per cento del totale. Tuttavia, nei decenni seguenti, per la progressiva introduzione dei ticket, l’invecchiamento della popolazione e la maggior attenzione alle cure, questa quota risalirà fino a circa il 4 per cento attuale».

Tra i consumi, a fare la parte del leone sono le spese per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili, che a partire dagli anni Ottanta sono diventate man mano la principale voce nel bilancio delle famiglie: con una quota che sale dal 15,9 per cento nel 1980 al 26,9 per cento nel 2000, raggiungendo il 35,7 per cento nel 2024. Il massimo storico del 38,8 per cento è stato toccato nel 2020, per effetto della contrazione delle altre spese dovuta alle restrizioni imposte dalla pandemia da Covid-19.

Composizione spesa media mensile familiare per principali aggregati. Nord, Centro, Mezzogiorno. Anni 1953/1954 e 2024 (fonte Istat)
Composizione spesa media mensile familiare per principali aggregati. Nord, Centro, Mezzogiorno. Anni 1953/1954 e 2024 (fonte Istat)
Composizione spesa media mensile familiare per principali aggregati. Nord, Centro, Mezzogiorno. Anni 1953/1954 e 2024 (fonte Istat)

Un presente sempre più complicato

D’altra parte, le prospettive non sembrano positive. Giovedì l’Istat ha confermato al rialzo le stime di marzo sull’inflazione, specificando che l’aumento dell’inflazione risente principalmente della risalita dei prezzi degli Energetici e dell’accelerazione di quelli degli Alimentari non lavorati.
Mentre la Banca d’Italia, nel Bollettino economico pubblicato venerdì 17 aprile, sostiene che il conflitto in Medio Oriente ha aggravato un contesto internazionale già fragile, determinando un forte rialzo dei prezzi energetici e una marcata volatilità sui mercati finanziari, con le prospettive di crescita e di inflazione che si sono deteriorate.

In un contesto politico poco attento alle dinamiche lavorative. L’Italia infatti registra il tasso di occupazione più basso tra i paesi dell’Ue, secondo i dati Eurostat pubblicati in mattinata. Ad aggravare il quadro è il gap di genere più ampio nell’Ue nel 2025, vale a dire il fatto che il nostro paese resta ultimo in Europa soprattutto per la scarsa partecipazione al mercato del lavoro delle donne. Il tasso di occupazione in Italia è di 8,5 punti inferiore a quello medio dell’Ue, salito al 71 per cento, ma se per gli uomini la differenza è di 4,2 punti per le donne supera i 13.

L’Italia mantiene tre regioni tra le cinque peggiori in Ue per tasso di occupazione, e cioè la Calabria, la Campania e la Sicilia. Se poi si guarda all'occupazione femminile sono in Italia le quattro regioni con l’occupazione delle donne più bassa in Ue: in Campania tra i 15 e i 64 anni lavorano solo il 33,9 per cento delle donne, in Sicilia il 34,6 per cento, in Calabria il 34,9 per cento e in Puglia il 37,9 per cento. A Bolzano nella stessa fascia di età lavorano il 68,5 per cento delle donne mentre in Emilia Romagna sono occupate il 64,7 per cento.

Eurostat
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