Il ministro si vanta del calo dei tavoli e dei lavoratori a rischio, ma tra esodi senza licenziamenti formali, scorpori e la rinuncia di molte imprese a rivolgersi a Roma, la deindustrializzazione italiana prosegue nell'invisibilità. Il caso emblematico dell’ex Blutec. L’esperto Marco Bentivogli: «I posti di lavoro si volatilizzano, ma fuori dalle banche dati»
A leggere le note stampa del ministero delle Imprese e del Made in Italy sembra di trovarsi di fronte a un miracolo economico permanente. Il ministro Adolfo Urso festeggia a gran voce i successi della sua gestione: i tavoli di crisi sono scesi da 55 a 37 dall’inizio della legislatura (senza però specificare di quali si tratti) e le tute blu a rischio si sarebbero ridotte da 70mila a poco meno di 30mila. Tutto merito, fa sapere festante il dicastero, di un «metodo» vincente, capace di trasformare le macerie industriali in straordinarie opportunità di rilancio e di salvaguardare stabilimenti e occupazione. La realtà fuori dai saloni del Mimit racconta però una storia diversa.
Il caso ex Blutec e i dossier aperti
Il caso della ex Blutec di Termini Imerese rappresenta una delle ferite più emblematiche. Lo stabilimento è fermo dal 2011. L’accordo firmato dal Mimit è del 2024 e solo nel luglio 2025 i primi dieci operai sono rientrati. Quindici anni di vertenze, 21 milioni di euro pubblici erogati e sequestri giudiziari per oltre 16,5 milioni. Oggi la vertenza è dichiarata risolta. Dei 540 lavoratori 350 sono stati destinati al passaggio alla nuova società (gruppo Pelligra), mentre 190 sono rimasti in carico all’amministrazione straordinaria per accedere all’isopensione. Non risultano licenziati ma non tornano a produrre. È il cuore dell'invisibilità statistica.
A smentire il racconto idilliaco provvedono anche le cronache della manifattura sul campo. Sulla vertenza dell'ex Ilva di Taranto mentre la politica si abbandona allo scaricabarile, le aziende dell'indotto riunite in Aigi denunciano che è già stato avviato l'iter che porterà ai licenziamenti collettivi, partendo dall'area a caldo per poi estendersi a quella a freddo. Una vicenda paragonata a quella del Titanic.
Per cercare di tamponare l'esplosione della bomba sociale, il ministro Urso sbandiera l'ipotesi di una cordata tricolore guidata da Federacciai e Antonio Gozzi. Tuttavia la manifestazione d'interesse dei siderurgici nostrani è del tutto priva di vincoli finanziari, si limita a spezzatini e intende rilevare solo le parti profittevoli degli impianti, sfilandosi dall'area a caldo destinata allo spegnimento.
La medesima paralisi attraversa l'elettrodomestico con Electrolux, l'automotive con la Dumarey di Pisa (oltre ottocento famiglie sospese), la Portovesme nel Sulcis e The Italian Sea Group nella nautica. In questo panorama, persino l'incremento da 33 a 46 dei tavoli dedicati al "monitoraggio" post-crisi smonta i dati: la maggior parte delle vertenze considerate risolte sulla carta richiede la balia costante delle istituzioni perché gli investimenti privati non arrivano.
Il trucco del “numeratore”
Smentisce la narrazione del Governo anche l'esperto di politiche industriali e del lavoro Marco Bentivogli, per anni una delle figure di punta del sindacalismo italiano – dal 2014 al 2020 ha ricoperto il ruolo di segretario generale della Fim Cisl per poi fondare Base Italia ed è anche docente alla Graduate School of Management del Politecnico di Milano.
«Il numero delle vertenze si è ridotto semplicemente perché il Mimit spesso non ha gli strumenti giusti o non li ricerca affatto. La verità è che molte crisi non arrivano proprio più a Roma, soprattutto quelle che riguardano le piccole e medie imprese: nei casi migliori si affrontano a livello locale, in altri l'azienda e i lavoratori scelgono di sbrigarsela da soli senza più passare per Via Molise».
Il vanto di Urso, dunque, appare quantomeno discutibile. Il conteggio, sia chiaro, è esatto. Il problema è che misura la propria attività, non il fenomeno che dovrebbe descrivere e gestire.
Un tavolo di crisi si apre quando qualcuno lo chiede. Se il numero delle richieste cala, il “numeratore” cala, e non serve che sia successo nulla di buono negli stabilimenti. Negli ultimi anni sono cambiate tre cose, e nessuna delle tre riguarda la salute dell’industria italiana.
È cambiato il modo in cui le crisi vengono contate, il luogo in cui vengono trattate e la forma giuridica con cui si consumano. Come sottolinea ancora Bentivogli, l’emorragia occupazionale prosegue lungo strade invisibili alle statistiche dei tavoli ufficiali.
«Molte aziende utilizzano lo scivolo dell’uscita incentivata. Basti pensare a Stellantis, che tra il 2021 e il 2025 ha perso circa 13mila persone senza ricorrere a un solo licenziamento formale, ma attraverso dimissioni volontarie accompagnate. Senza contare altri strumenti come l’isopensione, prevista dall’articolo 4 della legge 92/2012, la riforma Fornero del mercato del lavoro: se sei a meno di sette anni dalla pensione si attiva uno strumento costosissimo per le imprese, che si “accollano” per tutto quel periodo l’intero onere di retribuzione e contribuzione. Il risultato è che quei lavoratori non compaiono nelle banche dati degli ammortizzatori e non pesano sull’Inps». Insomma, migliaia di posti di lavoro volatilizzati senza lasciare traccia nei verbali.
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