«Come diceva Boskov, “rigore è quando l'arbitro fischia”, quindi l'arbitro ha deciso per il rigore. Si può essere d'accordo o no ma queste sono le regole del gioco». È il commento di Giancarlo Giorgetti, ministro dell’economia, che in conferenza stampa prende atto che l’Italia non uscirà dalla procedura di infrazione Ue.

E le regole del gioco prevedono per l’Italia un altro anno nel girone degli inadempienti. Il deficit italiano nel 2025 – infatti – è al -3,1% del Pil, in miglioramento, ma ancora sopra la soglia del 3% fissata dalle regole europee. Lo certifica Eurostat che ha diffuso i dati sui conti pubblici dei paesi dell'Ue.

Il disavanzo si riduce rispetto agli anni precedenti (-3,4% nel 2024), ma non centra ancora l'obiettivo di rientro nei parametri Ue. In valore assoluto, il deficit si attesta a circa 69 miliardi di euro, mentre il debito pubblico resta elevato al 137,1% del Pil, 2,4 punti percentuali in più del 2024. I disavanzi più elevati si registrano in Romania (-7,9%), Polonia (-7,3%), Belgio (-5,2%) e Francia (-5,1%). Con l'Italia, altri 10 i Paesi restano sopra la soglia del 3%.

«Non penso sia un fallimento del governo. Ricordo che la previsione per il 2025 era 3,3 noi abbiamo già fatto meglio delle nostre previsioni e siamo al di là del programma che avevamo presentato in Europa, addirittura abbiamo sovra-performato. Dopodiché, ribadisco, fino al 28 febbraio ho coltivato questo sogno, non nell’interesse del governo, ma dell’Italia e degli italiani», ha aggiunto Giorgetti, in conferenza stampa, dopo l’approvazione in Cdm del Documento di finanza pubblica che tra l’altro taglia le prospettive di crescita per l’Italia a 0,6% sia nel 2026 che nel 2027.

 Per il 2026 il rapporto deficit/Pil viene stimato al 2,9%, in calo nel 2027 al 2,8%. Il debito nel 2026 e 2027 si attesterà al 138% del Pil, con un calo al 137,9% nel 2028. Il ministro ha ricordato come sul debito pesi ancora la coda del costo del Superbonus, che quest'anno impegna 40 miliardi e il prossimo altri 20.

Il ministro chiarisce di non aver chiesto «di rompere il patto di stabilità, ma bisogna essere pronti e flessibili a rispondere alle situazioni».

Le opposizioni

I parlamentari M5S delle commissioni Bilancio e Finanze scrivono in una nota che «sembra quasi che per il ministro il deterioramento dei conti pubblici italiani, e dei fondamentali economici, arrivino solo adesso come effetto della guerra in Iran. Per la cronaca il deficit/Pil sopra il 3%, certificato oggi da Eurostat con la mancata uscita dell'Italia dalla procedura Ue, è relativo al 2025, anno non inciso dalla crisi di Hormuz. Ovviamente con questa crisi la situazione non può far altro che peggiorare. Come emerge anche dai numeri principali del Dfp, siamo a quattro anni di crescita zero, al record di pressione fiscale da 10 anni e a un debito pubblico in crescita dal 133,9% di fine 2023 al 138,6% stimato per il 2026». Secondo i pentastellati, Giorgetti ha applicato criteri di austerity sui conti pubblici per raggiungere un obiettivo che ha mancato e ora dovrebbe pensare alle dimissioni.

Per Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli di Avs «è evidente che la prima cosa da fare è rinunciare agli enormi aumenti previsti per la spesa militare per arrivare al 5% del Pil, come richiesto da Donald Trump. La procedura d'infrazione impedisce di scorporare queste spese dal computo del deficit, mettendo il governo di fronte a una scelta molto chiara: spendere miliardi per le armi o investire per rispondere ai bisogni dei cittadini, a cominciare da sanità e welfare».

«Una pessima notizia» per il responsabile economico nella segreteria del Pd Antonio Misiani.  «Più tasse agli italiani, meno servizi, deindustrializzazione, fuga dei giovani dall'Italia. Questa è la vera faccia dell'austerità della destra. E la crescita? Il Pil nel 2025 è cresciuto appena dello 0,5%. Siamo agli ultimi posti in Europa e nel G20. Senza gli investimenti del Pnrr, l'Italia avrebbe chiuso l'anno in recessione», ricordando che la procedura di disavanzo eccessivo comporta «costi concreti per il paese».

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