Durante il governo Meloni l’Italia perde sovranità industriale. Con la cessione progressiva di importanti asset industriali nazionali a gruppi esteri. Mentre calano gli investimenti delle imprese italiane nell’automotive e nel settore manifatturiero.

Tra novembre 2022 e gennaio 2026 sono state 255 le acquisizioni di maggioranza di imprese italiane metalmeccaniche. Tra le imprese acquisite dall’estero è in via di completamento l’operazione relativa a Iveco in favore di Tata Motors, mentre è stata completata l’acquisizione di Piaggio Aero da parte dell’azienda turca Baykar Makina.

Tra le altre acquisizioni figurano quelle della Costampress, passata al fondo di private equity tedesco Accursia Capital GmbH, della Fimer alla MA Solar Italy Limited, società controllata da McLaren Applied Group e via dicendo.

Le preoccupazioni che emergono dallo studio del centro studi della Fiom-Cgil nazionale sullo stato dell’industria metalmeccanica italiana, presentato mercoledì a Roma, sono legate alle debolezze strutturali dell’industria italiana, e vale a dire la piccola dimensione d’impresa, l’incompletezza delle filiere industriali, la forte dipendenza dall’estero e i bassi investimenti.

«Lo stato dell’industria italiana, - sostiene Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil - a partire da quella metalmeccanica manifatturiera, contrariamente a chi dice che va tutto bene, è critico, escludendo settori come aerospazio navalmeccanica e difesa. I numeri ci dicono che tra il 2008 e il 2024 abbiamo perso circa 103 mila posti di lavoro. Tra il 2024 e il 2025 sono aumentate il numero di ore di cassa integrazione, siamo passati da 260 mila ore a un consolidato di 308 mila ore di cassa integrazione».

Debolezze che l’attuale caos geopolitico rischiano di rendere irreversibili. «L’instabilità geopolitica rischia di aggravare ulteriormente il quadro, l’aumento dei costi di energia, petrolio e del gas avranno un impatto negativo sulle famiglie e sull’inflazione, per questo occorre destinare risorse pubbliche alla tutela dell’occupazione e alla riduzione del costo dell’energia contro l’inflazione e il caro vita», dice De Palma.

Gli investimenti delle imprese manifatturiere italiane in macchinari e impianti si sono ridotti, segnando meno 6,1 punti in rapporto al Pil rispetto al 2000, nonostante incentivi pubblici di stimolo agli investimenti come il Pnrr e Transizione 4.0.

Una realtà che, in un confronto a livello internazionale, posiziona l’Italia dopo l’Ungheria, la Turchia, la Spagna e la Germania. L’Italia è in fondo alla classifica con il 2,65 per cento rispetto al 4,69 per cento dell’Ungheria, in top alla lista.

C’era una volta l’automobile

Nell’autotomotive, le imprese italiane stanno investendo pochissimo in Italia, preferendo sempre di più l’estero. Nel periodo 2015-2024 gli investimenti dall’estero verso l’Italia hanno registrato un dato negativo pari -9,153 miliardi di euro, aprendo le porte a un processo di disinvestimento. Mentre al contrario gli investimenti dall’Italia verso l’estero sono stati pari 8,251 miliardi di euro.

D’altro canto, la debolezza della capacità produttiva domestica e quindi la dipendenza dall’estero nelle produzioni dei trasformatori e degli apparati per la distribuzione e il controllo dell’energia elettrica rendono le imprese italiane inadeguate e impreparate ad affrontare la transizione energetica e digitale.

A riprova che vale ben poca cosa per il governo più sovranista di sempre tirare in ballo presunte colpe dell’Unione europea.

L’industria italiana oggi è in grado di produrre soltanto il 60 per cento dei trasformatori necessari al nostro fabbisogno economico e meno dell’80 per cento degli apparati per la distribuzione e il controllo dell’energia elettrica.

La situazione è ancora più drammatica se guardiamo alla transizione digitale: la produzione domestica copre soltanto il 21,7 per cento del fabbisogno di apparati per le telecomunicazioni, mentre nel caso di apparati per l’informatica - computer, server, infrastrutture per i data center, unità di storage e via dicendo - solo l’11,7 per cento. Vale a dire che dipendiamo dall’estero per il 90 per cento.

Per De Palma, «È necessario che la presidenza del Consiglio definisca insieme al sistema delle imprese e alle organizzazioni sindacali un piano straordinario di investimenti per sostenere la ricerca, lo sviluppo e produzione a partire da un intervento sul costo dell'energia e per consolidare e far crescere la dimensione industriale nel Paese».

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