Il Movimento 5 Stelle alla Camera chiede al ministro Tajani di spiegare quali iniziative intende intraprendere per garantire il recupero del credito di tre miliardi verso il Venezuela. Il ministro aveva detto che servirà una trattativa con gli Usa. Trump nelle scorse settimane aveva dichiarato «nullo e invalido» qualunque atto giudiziario ottenuto dai creditori del Venezuela. Il pentastellato Cappelletti: «Basta essere zerbini dell’amministrazione americana»
Giovedì 22 gennaio il Movimento 5 stelle ha depositato in commissione alla Camera dei deputati un’interrogazione per chiedere al ministro degli Esteri Antonio Tajani «per quanto di competenza, quali sono le iniziative che intende intraprendere in ambito internazionale per garantire il recupero dei crediti Eni ed eventuali altri operatori nazionali nei confronti del Venezuela».
La questione è stata sollevata a inizio mese dal Financial Times, che ha dato notizia del tentativo da parte di due delle più grandi aziende energetiche europee, Eni e la spagnola Repsol, di recupero dal Venezuela di pagamenti per un valore di circa 6 miliardi di dollari.
All’indomani delle rivelazioni del quotidiano britannico, Tajani, intervistato da Bruno Vespa a “Cinque minuti”, aveva detto che la posizione dell’Eni in Venezuela e i crediti che vanta per l’estrazione del gas dovranno «essere oggetto di una trattativa che dovremo fare con il Venezuela e con gli americani».
Ora, alla luce delle più recenti azioni del tycoon sul petrolio venezuelano, dopo la cattura di Maduro per mano Usa, i pentastellati vogliono sapere dal ministro come intende procedere per assicurare che il colosso italiano dell’energia entri in possesso di quei crediti maturati da anni.
Interessi nazionali
«Mi aspetto una difesa degli interessi del nostro paese», dice il deputato del M5s Enrico Cappelletti. «Ma non perché c’è l’Eni. Qualunque siano gli interessi delle aziende. Certo che se gli interessi sono di tale entità, circa 3 miliardi di crediti nel caso di Eni, a maggior ragione c’è bisogno dell’impegno del governo a tutelarli. Parlo in generale, per tutte le aziende del nostro paese».
E aggiunge che l’approccio del governo Meloni verso gli Stati Uniti, «che è stato palese quando c’è stata la trattativa sui dazi, è un disastro su tutta la linea: sui dazi, sulle big tech americane, sull’aumento della spesa per gli armamenti, sul passaggio dal gas russo a quello statunitense con un moltiplicarsi dei costi».
Scelte, sostiene Cappelletti, tutte a vantaggio dell’economia americana e a svantaggio di quella italiana.
L’impegno del governo, dice il deputato pentastellato, «deve essere tale che i crediti di Eni vengano garantiti, per quanto possibile naturalmente. Tanto più se in questa situazione sono coinvolti altri paesi, con cui si potrebbe fare un’azione corale. E sicuramente deve cessare questa posizione a zerbino nei confronti dell’amministrazione americana che sta danneggiando il nostro paese. Ciò che mi crea indignazione è l’assoluto silenzio che ha accompagnata questa vicenda di Eni».
Trump congela tutto
Dal giorno dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, un anno fa, mercati e aziende si ritrovano a navigare a vista e su un ottovolante che sta scardinando, in termini sempre più sfacciati, i principi più basilari del diritto internazionale e della cooperazione economica e commerciale.
A farne le spese sono i conti tanto delle piccole e medie imprese quante di colossi privati e a partecipazione statale.
Nelle scorse settimane, il presidente Usa ha emesso un ordine esecutivo che dichiara «nullo e invalido» qualunque atto giudiziario ottenuto dai creditori del Venezuela, ovunque nel mondo, per farsi rimborsare attraverso i fondi generati dalle vendite di greggio.
Nell’ordine, che non fa menzione di alcuna società specifica, si legge che il denaro è di proprietà del Venezuela, custodito dagli Stati Uniti per scopi governativi e diplomatici e non è soggetto a rivendicazioni private.
A seguire, gli Stati Uniti hanno reso noto di aver finalizzato la prima vendita di petrolio venezuelano da quando Washington ha preso il controllo del settore dopo la cattura del presidente Nicolas Maduro. Per un ricavato di 500 milioni di dollari nell’ambito di un accordo da 2 miliardi di dollari raggiunto in seguito all’insediamento della leader ad interim del Venezuela Delcy Rodriguez.
Secondo una fonte di settore citata da Reuters, il mezzo miliardo di entrate sarebbe già stato depositato in un fondo fiduciario del Qatar.
Quattro banche venezuelane si spartiranno 300 milioni di dollari dei proventi petroliferi depositati per vendere dollari alle aziende venezuelane che necessitano di valuta estera.
Eni produce gas dal giacimento offshore di Perla in Venezuela in joint venture con Repsol, fornendone in grandi quantità al Paese.
Se fino a marzo scorso Eni e Repsol ricevevano per le forniture di gas pagamenti in greggio dalla società statale Pdvsa, con l’aumento della pressione statunitense su Caracas, scrive il Financial Times, Washington ha dichiarato che avrebbe interrotto tali pagamenti con la revoca alle compagnie straniere delle autorizzazioni che consentivano l’esportazione di petrolio venezuelano. Da allora, Repsol ed Eni hanno continuato a fornire gas venezuelano al mercato interno senza però ricevere pagamenti né in contanti né in greggio.
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