Per andare in porto l’operazione dovrà convincere i due terzi degli azionisti della compagnia di Tlc. Poi ci sarà da mettere a terra la scommessa dei 700 milioni di sinergie e risparmi. I sindacati temono impatti sui lavoratori
Il governo esulta per il matrimonio annunciato fra Poste e Tim. Salvatore Deidda, deputato di Fratelli d'Italia e presidente della commissione Trasporti e Tlc della Camera grida alla «svolta storica per la Nazione» voluta dal governo Meloni per «difendere la sovranità digitale» e creare un polo unico tra infrastrutture, logistica e telecomunicazioni. Ma la realtà dei mercati e dei numeri invita alla prudenza. Il 20 luglio, primo giorno dell’offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) da 13,2 miliardi promossa dal gruppo guidato da Matteo Del Fante per acquisire Tim, ha restituito una risposta fredda da Piazza Affari: entrambi i titoli hanno chiuso in territorio negativo, con Tim in calo del 2,3 per cento e Poste in flessione dello 0,9 per cento. Una doccia fredda che dimostra come sia troppo presto per cantare vittoria.
L’incognita delle adesioni
Per comprendere i dubbi del mercato occorre fare un passo indietro sul piano tecnico. L’Opas è un’operazione finanziaria con cui una società propone agli azionisti di un’altra società di rilevare le loro quote offrendo in cambio non soltanto denaro liquido (come avverrebbe in un’Opa tradizionale), ma una combinazione di contanti e azioni di nuova emissione della società offerente.
Nel caso specifico Poste Italiane non si limita a comprare Tim con la liquidità in cassa ma ha proposto ai soci della compagnia telefonica di diventare azionisti del nuovo gruppo integrato. L'obiettivo finale dichiarato è il delisting di Tim, ossia il suo ritiro dal listino della Borsa di Milano per metterla al riparo dalle fluttuazioni quotidiane dei mercati. Il periodo di offerta durerà 40 giorni e si concluderà l'11 settembre.
La soglia di successo appare tutt’altro che scontata. È lo stesso amministratore delegato di Poste, Matteo Del Fante, a tracciare la linea di demarcazione. Se il mercato non dovesse consegnare i due terzi delle azioni Tim (il 66,67%) necessari per un controllo blindato e per il successivo delisting, la decisione finale tornerà al cda di Poste. Dunque resta un margine di incertezza da non sottovalutare.
La questione delle sinergie
Da capire anche se i numeri – quelli messi nero su bianco nel prospetto informativo approvato dalla Consob – si tradurranno in realtà. Poste stima almeno 700 milioni di euro all'anno di sinergie complessive a regime (500 milioni da tagli di costo e 200 milioni da nuovi ricavi).
E per l’operazione ha approvato un aumento di capitale per 371,9 milioni. Piani ambiziosi che prevedono l'integrazione di PosteMobile dentro Tim e la creazione di punti Tim dedicati all'interno degli uffici postali. Ma l'integrazione tra un colosso logistico-finanziario e un ex monopolista telefonico appesantito da anni di ristrutturazioni è un’opera d’ingegneria gestionale importante.
Lo stesso prospetto ammette che, sulla futura governance di Tim, Poste «non è in grado di valutare un’eventuale futura modifica degli organi amministrativi e di controllo», conoscendo dell'azienda target solo le informazioni di dominio pubblico. Muoversi "al buio" su un gigante da decine di migliaia di dipendenti non è cosa da poco.
Le paure dei sindacati
E c’è da fare i conti con la questione sociale. Il prospetto mette nero su bianco che non sono previsti impatti negativi sull’occupazione o modifiche ai contratti, puntando sulla complementarità dei business. Dichiarazioni che hanno incassato un primo via libera da sindacati come la Fistel Cisl, ma che nascondono un malessere profondo nel settore. Come sottolineato dal segretario della UilFpc, Salvo Ugliarolo, l'Opas su Tim è la dimostrazione del fallimento delle precedenti strategie industriali: la tanto decantata separazione della rete non ha prodotto i risultati promessi e ha lasciato l'azienda in una situazione strutturale complessa.
«Il futuro di Tim non può essere costruito chiedendo ancora sacrifici alle lavoratrici e ai lavoratori. Serve una strategia credibile che rimetta al centro l’impresa, il lavoro, le competenze e le persone che, nonostante tutto, hanno continuato a garantirne il funzionamento e la qualità dei servizi».
Già critica la questione degli addetti ai call center. E il timore maggiore è che quei 500 milioni di "sinergie di costo" finiscano prima o poi per impattare sull'organico o sull'indotto.
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