Poste Italiane ha annunciato a sorpresa un’Opas su Tim. Un’operazione da 10,8 miliardi che ha creato più che scalpore, considerato che la società guidata da Matteo Del Fante sembrava andare in tutt’altra direzione, tenendosi sempre al di sotto della soglia (il 30 per cento) che avrebbe fatto scattare in automatico l’Opa e preparandosi a ridurre la propria partecipazione, portandola dal 27,3 per cento al 20,10 per cento per effetto della proposta di conversione delle azioni di risparmio Tim.

Poste ci ha ripensato

Ebbene Poste ci ha ripensato e ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio totalitaria sulla telco con un premio di circa il 9 per cento sul valore dell’azione Tim, quotandola a 0,635 euro (l’offerta prevede 0,167 euro in contanti più 0,0218 nuove azioni Poste per ogni azione Tim conferita). «Avevamo pensato a una fusione completa che avrebbe portato altri vantaggi ma, con l'obiettivo di mantenere l'operatore sul mercato e proseguire sulla strada del consolidamento, Tim rimarrà una stand alone company», ha detto l’ad Del Fante durante la conference call con gli analisti nell’evidenziare «l'eccellente esecuzione dello spin off della rete» da parte dell'amministratore delegato di Tim Pietro Labriola.

E sono stati forniti anche i dettagli della roadmap: deposito dei documenti a metà aprile, a giugno l’assemblea straordinaria sull'aumento di capitale, avvio del periodo di offerta non prima di luglio, presentazione del piano industriale «combinato» entro il quarto trimestre dopo il completamento dell’operazione.

A proposito di consolidamento, secondo l’ad «l’operazione proposta ha il potenziale per accelerarlo perché Tim sarà più aggressiva sul mercato». Dopo l’unione di Fastweb e Vodafone l’unica integrazione possibile resta quella fra Iliad e WindTre, anche se dopo la fiammata di inizio anno non se n’è più saputo niente.

I primi nodi

Il deal Tim-Poste potrà andare in porto a patto che sia raggiunto il 66,67 per cento del capitale e, nel caso del 100 per cento, per Poste l’esborso ammonterebbe a circa 2,8 miliardi. Il tutto subordinato naturalmente al via libera delle autorità, in particolare l’Antitrust (ma Del Fante si è detto convinto che non si saranno problemi). Nella proposta anche il delisting di Tim.

Ma a poche ore dall’annuncio già i primi nodi sono venuti al pettine. Nonostante Poste abbia annunciato l’intenzione di dare vita a un «Gruppo integrato, pilastro strategico per l’economia italiana» e alla «più grande infrastruttura connessa d’Italia» con una leadership indiscussa in tema di servizi finanziari e assicurativi, logistica, telecomunicazioni e servizi digitali, la notizia non ha convinto il mercato. A Piazza Affari il titolo Poste è arrivato a perdere fino al 9 per cento mentre quello di Tim è balzato di oltre il 4 per cento: l’operazione è stata dunque considerata vantaggiosa per Tim ma non per Poste?

Se è vero che dal matrimonio Poste-Tim nascerebbe una newco dalla capitalizzazione superiore a 30 miliardi per quasi 27 miliardi di ricavi, in quanto alle sinergie complessive Poste le quantifica in circa 700 milioni annui a regime, di cui 500 derivanti dal taglio costi e 200 di ricavi aggiuntivi. Il tutto non prima del 2027. E di mezzo c’è la tenuta di qualcosa come 150mila dipendenti. Una questione immediatamente sollevata dai sindacati si settore, Fistel Cisl, Uilcom Uilposte e Ugl Tlc: ok all’operazione ma niente scherzi sui lavoratori e subito un tavolo di confronto.

Bocche cucite dal governo

Bocche cucite da parte del governo e a tal proposito l’ad Del Fante ha puntualizzato che «non c’è alcun coinvolgimento» da parte dell’esecutivo. Eppure l’operazione, una volta andata in porto, cambierà pesi e misure: la quota pubblica scenderebbe dall'attuale 65 per cento a circa il 41 per cento, in dettaglio Cassa depositi e prestiti dal 35 per cento al 28 per cento e il ministero dell’Economia dal 29 per cento al 13 per cento. Agli azionisti Tim il 22 per cento del capitale di Poste.

Esce invece allo scoperto il Pd. Per Nicola Zingaretti, capodelegazione all’Europarlamento l’iniziativa di Poste va nella direzione giusta: «Abbiamo bisogno di grandi campioni europei delle Tlc per fare rete, integrare e nel tempo della rivoluzione digitale essere in grado di competere nel mondo da protagonisti». E Antonio Misiani, responsabile economico della segreteria nazionale del partito sostiene che «la nascita di un soggetto pubblico integrato nelle telecomunicazioni e nei servizi digitali può rappresentare un asset fondamentale per riportare l'Italia in un ruolo significativo nella competizione tecnologica internazionale», aggiungendo però che nei prossimi giorni saranno chiesti approfondimenti sul piano industriale, sulla governance e sulle implicazioni finanziarie e occupazionali dell'operazione.

Il prezzo è giusto?

E c’è un’altra questione su cui si è acceso il dibattito: l’offerta è davvero conveniente per Tim? Secondo Asati, l’associazione che rappresenta i piccoli azionisti della telco, il premio del 9 per cento «non riflette pienamente il valore strategico, né le potenziali sinergie e gli obiettivi industriali» e chiede «che sia aumentato in modo sostanziale».

È dello stesso parere la società di analisi Barclays secondo «l’offerta non ha implicazioni positive» ed è inoltre «diluitiva per gli attuali azionisti di Tim dato che la parte più consistente dell'offerta avviene in titoli di Poste». Ma Del Fante è già stato chiaro: «Non abbiamo alcuna intenzione di aumentare la nostra offerta».

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