«Parliamoci chiaro, lo puoi mascherare in tutti i modi, ma è un licenziamento a tutti gli effetti perché mi metti in una condizione che per me è inaccettabile». Valentina Di Bernardo, Rsu Fistel-Cisl, lo dice senza girarci intorno. Dai finestrini della sua macchina si vede ancora la neve sulle cime della Maiella, mentre ci accompagna verso gli uffici della 3G di Sulmona, una delle aziende della filiera dei call center. È qui che ogni giorno gestisce quello che nel gergo aziendale viene chiamato “documentale complesso”: reclami, pratiche, richieste dei clienti di luce e gas.

Lavoro che, insieme ad altri 162 colleghe e colleghi, da giugno potrà continuare a svolgere solo a 70km di distanza, a Pescara. Secondo quanto deciso dal colosso Accenture, l’azienda appaltatrice, la sede di Sulmona verrà chiusa e, come sottolinea Valentina, «il trasferimento non è negoziabile». «Il discorso è sempre lo stesso» – dice invece Daniele che lavora da 15 anni alle 3G di Sulmona insieme alla moglie, anche lei a rischio trasferimento. «Nel nostro settore, a causa dell’intelligenza artificiale, serve meno forza lavoro, ma non ci possono licenziare. Così camuffano tutto attraverso il trasferimento, mettendo la palla nelle nostre mani. Nessuno ti sta licenziando formalmente, ma ti stanno spingendo a dimetterti».

Spostarsi per un part time

La domanda che più risuona nelle parole delle lavoratrici, in uscita a fine turno delle 13, è «dove li mettiamo i nostri figli?». Difatti, quello che non si trova scritto in nessuna lettera aziendale, è che la maggior parte delle persone che lavorano qui ha un contratto part time di quattro o sei ore. Molte lo hanno richiesto proprio per star vicino ai loro bambini come Marianna che, in pausa pranzo, ci parla da dietro le grate aziendali. «Sono una madre single e mio figlio ha 10 anni. Anche se Pescara è vicina, va da sé che comunque dovrò uscire di casa alle 7 di mattina e non posso lasciarlo da solo. Quindi quello che guadagno andrebbe via tra babysitter e strada».

E della stessa opinione è anche Jessica che attualmente ha un contratto part time a quattro ore e che si dovrebbe spostare a Pescara per uno stipendio di circa 700 euro, «come faccio a mantenermi?». La stessa domanda che si fa anche Anna, con mutuo sulle spalle e un figlio disoccupato ancora a casa, «come faccio se devo affrontare anche le spese di viaggio?». Dall’altra parte c’è chi, nonostante le condizioni, sarebbe costretto ad accettare «perché a 56 anni dove lo trovo un altro lavoro?».

La gara, divisa in 12 lotti, è stata vinta in parte dalla multinazionale Accenture e da DataContact. Nel bando di Enel era prevista la clausola sociale, ovvero quel principio che prevede il riassorbimento dei lavoratori impiegati sulla commessa da parte del nuovo appaltatore. 

Al momento Sulmona resta l’unico lotto in cui è stato annunciato, su carta datata 24 aprile 2026, il trasferimento a Pescara. «È una questione di principio: oggi tocca a 162 lavoratori, domani potrebbero essere 1.000», ribadisce la RSU Fistel-Cisl. «Formalmente ci garantiscono un posto di lavoro in un’altra sede ma, per motivi economici e familiari, la maggior parte di noi sarà costretta a rinunciare. Ci mettono davanti ad una scelta obbligata. Non è come licenziarci?».

Déjà-vu

Questa modalità d’azione non è del tutto nuova. Lo sanno bene Roberto Fiscaletti e Monica Paoletti della Filcams Cgil Pesaro e Urbino che sono riusciti a portare questa forma di licenziamento dentro le aule di tribunale. «Nei primi giorni di gennaio 2023 – racconta Paoletti – nei nostri uffici di Fano si presentano oltre quaranta lavoratori della Gsa preoccupati perché alla loro impresa era stato revocato l’appalto presso l’azienda sanitaria locale. Dopo pochi giorni vengono trasferiti tutti oltre i 50 km. Chi a Forlì, chi in Toscana o a Milano. La Gsa aveva deciso di liberarsi così dei propri lavoratori. Tutti con stipendi sotto i mille euro».

«Abbiamo chiesto subito un incontro urgente – aggiunge Fiscaletti – ma abbiamo capito presto che era quasi di facciata: il responsabile della Gsa era sceso lo stesso giorno anche per consegnare a mano le lettere di trasferimento, senza che prima fosse aperta una vera consultazione sindacale. Alcuni lavoratori ci hanno raccontato che, quando provavano ad accettare il trasferimento pur di non perdere il posto, l’azienda cambiava continuamente la loro destinazione. Tutto sembrava organizzato per farli dimettere».

Da qui nasce la causa che porta alla sentenza 29/2025 della Corte d’appello di Ancona: non solo i giudici riconoscono la necessità di una consultazione preventiva ma scrivono che quel trasferimento era «oggettivamente idoneo ad agevolare in misura notevole» la cessazione dei rapporti perché tutti i lavoratori interessati si sono dimessi. Quindi, per la Corte, tale scelta diventa «sostanzialmente equiparabile all’esercizio del potere di recesso».

«Sappiamo che ci sono stati casi analoghi in altre zone d’Italia concluse con lo stesso esito, segno evidente di una strategia elusiva da parte delle imprese» conclude Fiscaletti. A provare a mettere ordine in un terreno giuridico ancora incerto è anche Daniela Paliaga, presidente della sezione lavoro del Tribunale di Torino e tra le prime magistrate in Italia ad aver studiato i trasferimenti a grande distanza come possibile forma di licenziamento indiretto.

Una materia ancora agli inizi, sulla quale ora è chiamata a pronunciarsi anche la Corte di Giustizia europea, dopo il rinvio della Corte d’Appello di Napoli. «Il problema a monte è che ci sono aperture della Corte di Giustizia sull’applicazione delle procedure di consultazione sindacale previste per i licenziamenti collettivi anche a vicende diverse dal licenziamento, come il trasferimento a grande distanza. Sono modifiche così gravi del rapporto di lavoro che il lavoratore potrebbe scegliere la cessazione. Ma non sarebbe una scelta libera: sarebbe costretta dalla modifica scelta dal datore».

«Nelle vicende studiate e decise dalla Corte di Giustizia» – continua la dott.ssa Paliaga – «c’erano norme che riconoscevano al lavoratore una tutela analoga a quella del licenziamento. Da noi una norma così non c’è. Esiste però il 2119 del codice civile, cioè la norma che consente al lavoratore di dimettersi per giusta causa e ottenere l’indennità sostitutiva del preavviso. Per configurare l’operatività del licenziamento indiretto nel nostro ordinamento serve avere una norma interna che equipari queste vicende al licenziamento oppure no? E, se serve, ce l’abbiamo? Il 20 novembre del 2024 la Corte d’Appello di Napoli ha sollevato la questione proprio sui trasferimenti a grande distanza. Ora stiamo aspettando che la Corte di Giustizia decida».

Nell’attesa i trasferimenti, come nel caso di Sulmona, potrebbero diventare operativi e «noi lavoratrici» – dice Simona – «saremo chiamate a scegliere tra i nostri figli e il lavoro, sempre se così lo si può definire».

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