I dati Uncem anticipati a Domani svelano quasi 6mila aree prive di segnale mobile. Tra chiamate impossibili al 112 e al 118 e Pos inutilizzabili, aumentano le zone montane in blackout. L’unica via d'uscita è l'intervento pubblico diretto. Ma servono almeno 2 miliardi
Mentre i palazzi della politica celebrano la grande narrazione trionfalistica della transizione digitale sciorinando slide dorate sui traguardi del Pnrr, c’è un’Italia dimenticata in cui la popolazione non riesce neppure a far partire una chiamata d’emergenza al 112 o al 118. Un Paese tagliato fuori dai circuiti della modernità, condannato a un isolamento pericoloso. E sono i fatti a smontare la retorica del "tutto connesso". La frattura digitale emerge dai numeri impietosi che emergono dalla nuova e capillare mappatura promossa dall’Uncem (l’Unione nazionale di comuni, comunità ed enti montani) e anticipati a Domani (verranno pubblicati ufficialmente a fine settembre). La fotografia scattata sul campo restituisce l'immagine di un’emergenza strutturale: le segnalazioni inviate da cittadini, commercianti e amministratori locali per denunciare territori del tutto privi di segnale mobile hanno raggiunto quota 5.900, giunte da aree diverse. Un balzo notevole se confrontato con le 1.450 della prima rilevazione (del 2019-2020) e delle 1.900 raccolte nel 2021.
Vivere senza segnale
Il dato più sconcertante riguarda l'intensità di questo blackout tecnologico: nel 67% dei casi la copertura è pari a zero. Telefonare, inviare un sms o collegarsi a Internet è dunque un'impresa impossibile. Si sprecano le parole sul ripopolamento dei borghi e sullo smart working nelle aree interne ma la realtà quotidiana è quella di uffici municipali paralizzati per giorni e cittadini ed escursionisti che rischiano la vita nei boschi per l'impossibilità di allertare tempestivamente i soccorsi in caso di infortunio, perché nelle aree scoperte da qualsiasi segnale la chiamata ai numeri di soccorso non parte. Non solo: da un lato lo Stato impone per legge l'uso del Pos e la trasmissione telematica degli scontrini elettronici, dall'altro ignora che commercianti ed esercenti di montagna sono fisicamente impossibilitati a rispettare le regole.
Servizi solo dove conviene
Questo disastro svela il fallimento del dogma del libero mercato applicato ai servizi essenziali. Per le compagnie di telecomunicazioni le aree montane e rurali sono aree "a domanda debole", sacche di territorio a bassa densità abitativa che non garantiscono margini di profitto sufficienti. È lo stesso presidente dell'Uncem, Marco Bussone, a denunciare a Domani il vuoto di pianificazione centrale: «La mappatura consente di fare passi in avanti su una situazione di copertura dei segnali mobili sempre più complessa. Infratel ha fatto una richiesta agli operatori di telefonia, chiedendo dove non investiranno, ma di fatto non esiste una vera analisi nazionale sulla mancanza di segnale». Bussone richiama all’ordine le telco: «Le compagnie telefoniche hanno fatto un’operazione di lobby spietata per cancellare dalla legge sulla montagna, la 131 del 2025, la norma che le avrebbe obbligate a finanziare di tasca propria la copertura digitale lungo strade e ferrovie, laddove non arrivavano i soldi pubblici. Ma gli operatori non hanno voluto sentire ragioni e si sono sfilati da questo patto».
Servono due miliardi
La soluzione, evidenzia ancora il presidente Uncem, richiede pragmatismo istituzionale e il superamento dei veto conservatori: «Ricordo che Emilia-Romagna e Piemonte hanno deciso di investire risorse economiche del fondo montagna e dei fondi Ue per la coesione per realizzare nuovi tralicci nei Comuni senza segnale». Sui quali poi gli operatori installano ripetitori – avendo però risparmiato costi per i pali e per le autorizzazioni.
«Un buon modello e così occorre fare con la Strategia “Right to Stay” che Foti e Fitto, con la Commissione Ue, stanno impostando. Per dire che gli investimenti sulle reti, sui pali, non fanno danni a paesaggio e ambiente – superiamo anche questa assurda logica passatista – bensì diventano veicolo di comunità presenti e vive, neo-popolamento, con nuovi servizi per i cittadini, pensiamo anche a telemedicina e teleassistenza, nonché per il monitoraggio ambientale».
Di fronte al disimpegno privato e ai cortocircuiti normativi Bussone ha inoltre inviato una dura lettera ai vertici dell’Autorità Agcom. Nel testo, l'Uncem contesta duramente l'Allegato A alla delibera n. 199/26/Cons sul rinnovo delle frequenze in scadenza al 2029: «Nell’evidenziare le aree da coprire non possiamo privilegiare aree urbane e neppure le aree dove insistono piccoli Comuni a "vocazione turistica", tantomeno solo le grandi direttrici viarie e ferroviarie. L’intero territorio del Paese deve essere coperto. Il messaggio al regolatore e alla politica è chiaro: laddove gli operatori di telecomunicazioni non siano in grado di intervenire da soli, di investire risorse e realizzare impianti, anche in "compensazione" per l’assegnazione delle frequenze, deve intervenire lo Stato».
E servono almeno 2 miliardi di euro in infrastrutture pubbliche di rete e una copertura garantita per legge.
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