Che sia un agosto rovente non lo dicono soltanto i termometri che toccano picchi da record in tutta Italia ma anche i decreti che escono in gran silenzio. Quando l’attenzione dell’opinione pubblica è giustamente rivolta altrove, tra una giornata al mare e un gelato in piazza, in Gazzetta ufficiale arriva il decreto legislativo n. 147/2026 (a chiusura del cerchio aperto con la legge delega 111/2023 per la riforma fiscale) che riserva una serie di amare soprese sul fronte di uno dei balzelli più odiati dagli italiani, la Tari, ossia la tassa sui rifiuti.

Nonostante i rincari pesanti nel corso degli anni in cambio della promessa di un miglior benessere ambientale, la realtà è ben diversa in particolare nelle città e nelle periferie urbane: strade sporche, marciapiedi lasciati all'incuria, cassonetti traboccanti e raccolte differenziate che funzionano a singhiozzo. E il governo che fa? Introduce nuova burocrazia e sanzioni. La scusa ufficiale è sempre la solita, ripetuta come un mantra rassicurante: dobbiamo semplificare, dobbiamo ammodernare il rapporto tra fisco e contribuenti, dobbiamo digitalizzare l'Italia.

Il libro dei sogni, incubo reale

Il primo comma è un catalogo delle buone intenzioni. Chi potrebbe mai esprimersi contro la tutela degli anziani, la prevenzione degli errori o la tempestività dei rimborsi? Tuttavia, la formula utilizzata — «assumono iniziative volte a...» — denuncia la natura essenzialmente declamatoria della norma. Senza risorse economiche dedicate né vincoli cogenti, delegare a Regioni e Comuni l'onere di digitalizzare, assistere e semplificare significa accelerare la spaccatura tra amministrazioni virtuose e piccoli enti locali strangolati dai debiti. Nelle realtà periferiche, l'assistenza al cittadino vulnerabile rischia di ridursi all'ennesimo portale web macchinoso o a uno sportello aperto due ore alla settimana. La vera nota dolente riguarda la tanto decantata compensazione dei crediti tributari e i rimborsi "tempestivi": principi sacrosanti che, nella prassi quotidiana dei bilanci comunali, finiscono sistematicamente nel tritacarne delle tempistiche burocratiche.

La trappola dei 90 giorni per le pratiche di casa

Veniamo alle note dolenti. Il provvedimento, infarcito di rimandi alle delibere dell’Arera (l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) fa finta di aiutare i cittadini ma nei fatti mette in piedi una trappola a tempo perfettamente congegnata – si fa presto a pensar male –  per fare cassa sulle spalle di chi sbaglia una scadenza. La novità più pesante, quella che entra a gamba tesa nella burocrazia domestica di milioni di famiglie, riguarda i tempi di comunicazione.

A partire dal 12 agosto (giorno dell’entrata in vigore del decreto) per qualsiasi variazione che riguarda l’abitazione ci saranno soltanto 90 giorni di tempo per informare il Comune o il gestore del servizio di igiene urbana – precedentemente il termine era fissato al 30 giugno dell’anno successivo alla variazione.

Tre mesi possono sembrare un periodo ragionevole sulla carta ma chiunque viva nel mondo reale sa benissimo che non è affatto così. Il termine di 90 giorni scatta se cambi casa, se prendi un nuovo inquilino in affitto, se un figlio va a vivere da solo o se modifichi la metratura calpestabile dell'immobile a seguito di piccoli lavori. Il tutto senza fare i conti con l’oste: la pubblica amministrazione.

Tra portali telematici che non funzionano, credenziali Spid che scadono sul più bello e uffici comunali aperti solo un paio di ore a martedì alterni, riuscire a completare una pratica nei tempi diventa una corsa a ostacoli che rischia di spingere migliaia di cittadini ignari nell'irregolarità.

Sanzioni fisse e automatiche: tolleranza zero

A rendere il quadro ancora più fosco interviene il nuovo assetto delle sanzioni, che diventerà operativo dal 1° gennaio 2027. Per chi dimentica di presentare la dichiarazione entro i famosi 90 giorni scatta una sanzione amministrativa fissa pari al 100 per cento dell'imposta non versata. Per chi invece commette un errore o presenta una dichiarazione "infedele", la multa si attesta al 40 per cento. Dai palazzi raccontano che è un intervento a favore del cittadino, ricordandoci con la calcolatrice alla mano che prima le aliquote massime potevano arrivare teoricamente fino al 200 per cento. Ma si tratta di una storiella che non regge e che nasconde la realtà dei fatti. In passato c'era margine per valutare la buona fede del contribuente, l'assenza di dolo o le attenuanti per una semplice dimenticanza. Da oggi no: eliminata ogni discrezionalità le sanzioni diventano una tagliola fissa. Con l'incrocio automatico delle banche dati comunali, la multa non è più un'ipotesi remota, ma una certezza.

La complessa scorciatoia per professionisti e imprese

Non va meglio sul versante delle utenze non domestiche, ossia imprese, negozianti, artigiani e attività commerciali. Il decreto prevede la possibilità di essere esclusi dalla quota variabile del tributo per quelle aziende che dimostrino di avviare i propri rifiuti al recupero o al riciclo tramite operatori privati del mercato libero. Tuttavia, anche qui la mano del burocrate ha voluto inserire un freno a mano: le imprese saranno obbligate a scegliere se avvalersi del gestore pubblico o del mercato privato per un periodo non inferiore a due anni consecutivi, comunicando la propria decisione entro e non oltre il 30 giugno di ogni anno con efficacia dal 1° gennaio successivo. Un meccanismo farraginoso che ingessa la flessibilità aziendale e scoraggia il ricorso all’economia circolare, con il solo e unico scopo di blindare i piani finanziari dei grandi gestori pubblici locali, garantendo loro entrate certe a prescindere dalla reale efficienza del servizio offerto.

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