Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è incentrata sul giudice Paolo Borsellino e sull’attento di via d’Amelio a trent’anni di distanza.


Paolo Borsellino è segnato dal dolore. Fuori la guerra a Cosa Nostra e una città nemica, in famiglia il dramma di Lucia. Ma quel 1985 non è ancora finito. Gli ultimi mesi riservano altre sofferenze.

È il 25 novembre e un corteo blindato attraversa a tutta velocità le strade di Palermo. È all’altezza di un incrocio di via Libertà, quasi davanti al «Meli», il liceo che ha frequentato Borsellino. Sbuca un’utilitaria, una delle Alfette dei carabinieri sbanda e finisce su un marciapiedi dove stanno gli studenti appena usciti dalla scuola. Biagio Siciliano, 15 anni, muore sul colpo, Maria Giuditta Milella, 16 anni, muore dopo sette giorni. Altri tre sono in coma.

Sull’auto blindata ci sono Paolo Borsellino e il suo amico Leonardo Guarnotta.

Per la Palermo infastidita o spaventata dalle indagini antimafia, è il momento ideale per scatenarsi. Per rilanciare le polemiche sulla magistratura che sta «rovinando» la città. Gli sciacalli non mancano. Si avvicina l’inizio del maxi processo.

E ogni occasione è buona per dare addosso ai giudici del pool.

Ricomincia la campagna contro una Palermo sotto assedio. La «lotta alla mafia» che porta solo sventure in Sicilia. Uccide «anche gli innocenti».

Ogni sera, Paolo Borsellino va a trovare in ospedale i ragazzi feriti. Parla con i loro genitori. Per gli anni che gli restano si trascinerà un profondo senso di colpa per i ragazzi del «Meli».

La monumentale istruttoria è conclusa. Nel bunker dell’ufficio istruzione c’è molta eccitazione, l’aula bunker ha bisogno degli ultimi ritocchi. Una cinta esterna, le telecamere, un camminamento sotterraneo per trasferire ogni mattina in sicurezza i detenuti rinchiusi all’Ucciardone.

Il lavoro del pool è finito, per il momento.

È in quelle ultime settimane del 1985 che Paolo Borsellino decide di presentare una domanda al Consiglio Superiore della Magistratura: è in pista per la nomina a procuratore capo della repubblica a Marsala.

Ne parla con gli amici del pool. Sono tutti felici. Il sostituto procuratore Vincenzo Geraci – il pubblico ministero che ha

sostenuto in aula l’accusa contro gli assassini del capitano Basile nel primo processo – è al Consiglio Superiore della Magistratura e gli annuncia il suo appoggio e quello della sua corrente.

Paolo Borsellino non sta abbandonando la prima linea, non sta scappando da Palermo. Al contrario. Marsala è una città al centro di una provincia, quella di Trapani, dove da vent’anni non si celebra un processo alla criminalità organizzata. Il territorio, dal golfo di Castellammare fino alla Valle del Belice e a Mazara del Vallo, è governato da decine di famiglie mafiose.

Nessuno ha mai indagato.

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