A distanza di un mese il faccendiere-ristoratore Valter Lavitola è di nuovo davanti al pm di Roma Edoardo De Santis. A luglio c’era finito da indagato a piede libero per l’attentato contro l’«amico fraterno» Sigfrido Ranucci, oggi da arrestato per la stessa vicenda.

Ma la differenza tra il primo interrogatorio e il secondo non sta solo nella veste giuridica di «Valterino». Ce n’è un’altra ed è ancora più importante: Lavitola ha finalmente deciso di rispondere alle domande del magistrato dell’Antimafia romana. La prima volta si era infatti limitato a fornire dichiarazioni spontanee e a sottolineare la propria estraneità ai fatti. Stavolta, il colpo di teatro e una verità diametralmente opposta alla precedente. «Sì, sono io il mandante dell’attentato a Ranucci», le parole dell’«amico» del conduttore di Report. 

Che, in contemporanea all’interrogatorio del faccendiere, scriveva sui social un lungo post. «Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza. Muoiono tutti nello stesso modo non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l'ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta». 

Intanto, in base a quanto si apprende, Lavitola ai magistrati che l’hanno interrogato per oltre cinque ore avrebbe spiegato le ragioni della bomba così: «L’ho fatto per fare innalzare il livello della scorta a Sigfrido». Una bomba d’amore.

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