Nonostante il Cas sia nato come temporaneo, da ormai dieci anni le persone migranti che lo attraversano continuano a segnalare le condizioni della tensostruttura. La deputata dem Rachele Scarpa: «Presentata interrogazione a Piantedosi»
Letti ammassati, servizi igienici fatiscenti, topi che sbucano vicino ai materassi. Le immagini che arrivano in queste ore dal Centro di accoglienza straordinario (Cas) di Oderzo, in provincia di Treviso, documentano la situazione inaccettabile in cui vivono circa trecento richiedenti asilo.
Nonostante il Cas sia nato come temporaneo, da ormai dieci anni le persone che lo attraversano continuano a segnalare le pessime condizioni della tensostruttura che sorge davanti all’ex caserma militare Zanusso. Ma i video dimostrano che, nel tempo, poco è cambiato.
Il Cas davanti alla caserma
Il centro d’accoglienza è nato nel 2016 a seguito del sovraffollamento del Cas alla caserma Serena di Treviso, il più grande del Veneto. Da allora sono migliaia le persone che hanno vissuto sotto le tende montate in fretta e furia nel cortile dell’ex caserma di Oderzo, dichiarata inagibile.
Negli anni sono varie le azioni che si sono susseguite per trovare una soluzione, tra denunce e sit-in di protesta delle persone migranti. L’ultima risale a qualche mese fa: dopo le sollecitazioni, la prefettura ha revocato l’autorizzazione all’ente che gestisce la struttura, Officine Sociali. Eppure, il percorso sta richiedendo più tempo del previsto, mentre le condizioni – stando alle immagini – continuano a peggiorare.
«L’ultimo contatto che abbiamo avuto con loro risale a un mese fa. Il prefetto ha tentato di giustificare il ritardo parlando di mancanza di personale», spiega a Domani Sebastiano Grosselle della Flai-Cgil di Treviso, che da tempo è in contatto con i richiedenti asilo che vivono davanti all’ex caserma.
La zona di Oderzo è «particolarmente votata all’agricoltura», sottolinea il sindacalista. «Qui c’è una forte richiesta di braccianti. E anche questo Cas, come altri centri di aggregazione per i cittadini migranti, rappresenta un luogo di reclutamento irregolare di manodopera». La Flai Cgil di Treviso ha raccolto varie testimonianze di sfruttamento lavorativo, ma anche delle dure condizioni sia durante la permanenza nel centro che dopo.
Molte persone migranti, quando cominciano a lavorare e ad avere un piccolo reddito sono costrette a uscire dal circuito dell’accoglienza. Ma gli stipendi, che spesso si aggirano intorno ai 6mila, 7mila euro all’anno, sono lontani dall’essere sufficienti per affittare una casa. Così, chi non dorme più nel centro sovraffollato si ritrova a dover dormire nei maxi-parcheggi, come il Park Dal Negro, dove trovano riparo decine di persone. Che proprio in questi giorni è stato oggetto di sgombero.
L’interrogazione a Piantedosi
«La risposta a questo problema viene gestita dall’amministrazione locale solo dal punto di vista di ordine pubblico: mandano via le persone, come nel caso del parcheggio Del Negro, ma non c’è un ragionamento su come dare assistenza a chi non può permettersi un tetto», ha detto a Domani la deputata trevigiana del Partito democratico Rachele Scarpa.
Insieme a Luana Zanella e Marco Grimaldi, Scarpa ha presentato un’interrogazione parlamentare sul caso del Cas di Oderzo, chiedendo al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi un intervento ispettivo. «Chiederemo al ministro se è a conoscenza della situazione, che ormai va avanti da molto tempo. E soprattutto se intenda ragionare sul modello del “mega-hub”, a favore invece su un’alternativa diversa come quella dell’accoglienza diffusa», ha detto Scarpa.
Sul superamento del sistema dei Cas torna anche Grosselle: «È un sistema “comodo” politicamente, perché gli enti locali non devono prendere in mano la situazione, che è in mano alle prefetture. Ma ciò che succede è che queste grandi aggregazioni rappresentano un buon terreno di conquista per caporali e chiunque intenda fare man bassa di lavoratori in nero».
Ma, soprattutto, abbandonare questo modello permetterebbe di lavorare a percorsi di integrazione con le persone in maniera più efficace. «Un conto è avere un ghetto di persone chiuse in quattro mura, un altro è avere un sistema integrato in cui vari soggetti fanno rete», sottolinea il sindacalista, che promette di continuare a sollecitare la prefettura per provare a migliorare, nel breve termine, la situazione di emergenza nel centro. «Invieremo la prossima settimana una richiesta urgente al prefetto per capire come mai la situazione sia ancora questa», conclude Grosselle.
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