Carlo Ginzburg è morto a Bologna nella notte tra martedì e mercoledì. Lo ha fatto sapere la famiglia. Tra gli autori italiani più conosciuti e tradotti, lo storico era nato a Torino nel 1939, figlio dell’intellettuale Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg. Era professore emerito alla Scuola Normale di Pisa, dopo aver insegnato all’università di Bologna e negli atenei statunitensi di Harvard, Yale, Princeton e California (Ucla). 

Nel corso della sua carriera, Ginzburg si è concentrato sulla storia delle persecuzioni, sulla stregoneria, le eresie e sulla cultura popolare del Medioevo e dell’Età moderna. Da queste ricerche sono nati saggi come I Benandanti e Il formaggio e i vermi (Einaudi, 1976). Quest’ultimo racconta la storia e i due processi per eresia del mugnaio Menocchio, Domenico Scandella, parte di quel grande numero di persone di cui la storia non si occupa. 

Prima, negli anni Sessanta, aveva scoperto, un culto pagano che si era diffuso in Friuli nel Cinquecento e nel Seicento. I membri, i “benandanti”, erano «non erano ne­mici di streghe e stregoni, come afferma­vano, bensì streghe e stregoni essi stessi», accusati di eresia dall’Inquisizione. La loro storia è raccolta ne I Benandanti, il suo primo libro.

È stato il principale interprete della “microstoria”, influenzando generazioni di studiosi, l’indirizzo storiografico nato negli anni Settanta, che mette al centro le vicende di persone comuni e delle culture locali per analizzare i grandi fenomeni culturali e sociali. 

Ancora, è autore di opere fondamentali come Miti emblemi spieStoria notturna, Il giudice e lo storico, Occhiacci di legno e Il filo e le tracce. Ginzburg ha poi affrontato nel corso della sua carriera temi che spaziavano dalla storia delle mentalità alla storia dell’arte, dalla filosofia politica al metodo storico.

Nelle Indagini su Piero. Il Battesimo, il ciclo di Arezzo, La flagellazione di Urbino (1981) si propose di confutare sulla base di elementi esterni, legati a committenti e iconografia, la data precoce – avanzata da uno dei maggiori storici dell’arte del Novecento, Roberto Longhi – di un’opera capitale come la Flagellazione di Piero della Francesca.

© Riproduzione riservata