Il più recente libro di Carlo Ginzburg, Il vincolo della vergogna. Letture oblique (Adelphi, pp. 275), potrebbe essere considerato come un’autobiografia intellettuale. Ma si tratterebbe di lettura riduttiva, poiché esso è anche molto altro, risultando come di consueto ricco di erudizione e allo stesso tempo immerso nel nostro tempo.

Il libro è anche un’autobiografia intellettuale perché, più che in altri suoi recenti, l’autore fa i conti, diretti e indiretti, con alcuni dei suoi maestri e autori di riferimento. Se nel tempo Ginzburg ha rifiutato una sistematica “egostoria”, i suoi libri sono sempre stati disseminati di approfondimenti sui suoi maestri e ispiratori (e di frequenti riflessioni di metodo, calate però in specifiche ricerche): da Marc Bloch ad Arnaldo Momigliano, da De Martino a Lévi-Strauss, da Auerbach a Spitzer, per citarne solo alcuni e senza dimenticare la lezione di Benjamin, il lascito di Warburg e della sua scuola, o la lezione di Roberto Longhi.

Letture oblique

In questo libro più che in altri, Ginzburg affronta alcuni di questi autori, non proponendone ritratti complessivi, ma offrendone istantanee o, come recita il sottotitolo del libro, «letture oblique». È il caso di Delio Cantimori, maestro di studi ereticali dal tortuoso percorso politico nell’«Europa sotterranea» del Novecento, confrontato in uno specifico momento della storia (1941) al Leo Strauss di Scrittura e persecuzione, studioso ebreo tedesco conservatore, finissimo lettore delle scritture in condizioni estreme.

Oppure è il caso dell’antropologo Marcel Mauss, figura eccentrica ma fondatrice delle scienze sociali francesi (tra l’altro nipote del grande sociologo Emile Durkheim), analizzato qui a proposito della genesi e delle influenze del suo noto “saggio sul dono” (1923-4), che diviene in definitiva un’occasione di analisi di aspetti dei rapporti umani e sociali fondativi per ogni comunità.

Sullo sfondo del saggio si staglia l’autore principe di Ginzburg  – quello la cui lettura lo motivò a divenire storico – cioè Marc Bloch, in particolare per I re taumaturghi (1924): lo studioso fondatore con Lucien Febvre della rivista e della scuola storiografica delle Annales, ebreo ucciso dalla Gestapo come partigiano nel 1944 e oggi prossimo alla traslazione nel Pantheon a Parigi.

Ma in questa galleria di maestri delle scienze sociali del Novecento ve ne sono anche di celebri che Ginzburg analizza e critica radicalmente. È il caso del Collegio di sociologia francese nato negli anni Trenta o dell’influente antropologo religionista, di origini rumene ma vissuto in Francia e negli Usa, Mircea Eliade, di cui si ricordano qui anche finora spesso trascurati rapporti con la cultura italiana, tra cui lo stesso Ernesto De Martino che pure si collocò su sponde politiche opposte a Eliade.

Di quest’ultimo Ginzburg analizza in dettaglio la preistoria filofascista negli anni della Seconda guerra mondiale, fondandosi tra l’altro su uno studio del diario e mostrando la relazione di alcune sue opere maggiori con la cultura irrazionalista e con l’utopia, o meglio l’incubo, del “nuovo ordine europeo” nell’Europa della Shoah. Né è possibile illustrare qui in dettaglio l’insieme di rapporti, precedentemente sconosciuti o trascurati, che Ginzburg stabilisce tra Eliade e altri studiosi o scrittori del tempo, come l’ungherese Kerenyi, Thomas Mann, Sigmund Freud e Ortega y Gasset.

Presente e politica

Queste indagini risulterebbero tuttavia per la maggior parte dei lettori prevalentemente erudite e talora arcane – benché collocate profondamente nel loro tempo e contemporaneamente echeggianti il nostro: di nuovi ordini europei e mondiali, dettati ancora una volta da destre autoritarie e aggressive – né si comprenderebbe il titolo del volume, senza considerare l’attenzione che Ginzburg porta ai grandi temi politici del presente, come le fake news.

Queste assomigliano alle “false notizie” nate nelle retrovie dei fronti della Prima guerra mondiale, analizzate pionieristicamente nei primi anni Venti proprio da Marc Bloch, anche come proiezioni delle turbolenze e angosce del proprio tempo e di ogni tempo. Oppure i dilemmi morali della “zona grigia” in cui – secondo la lezione di Primo Levi (e in modo inatteso qui e altrove nel libro, di Italo Calvino, altri due autori di riferimento per Ginzburg anche per personale frequentazione) vittime e carnefici si incontrano – o anche giustizia e ingiustizia non sono nettamente separabili –, come lo scrittore reduce di Auschwitz illustrò, magistralmente e con dolente profondità, da ultimo nelle pagine del suo testamento storico e morale I sommersi e i salvati.

E in particolare da Primo Levi viene l’idea – ma Ginzburg convoca qui in poche, densissime pagine pure gli studiosi di miti, immaginari sociali, linguaggio, Eric Dodds, Bernard Williams, Emile Benveniste, risalendo fino ad Agostino d’Ippona – che le comunità politiche, ad esempio nazionali, siano tenute assieme, come Ginzburg sottolinea da vari anni, non solo dall’orgoglio, ma anche dal «vincolo della vergogna».

Anch’essa una forma profonda non soltanto di collegamento collettivo, ma di autoriconoscimento. Basterà aggiungere, per cogliere l’attualità drammatica del tema e del libro, che Ginzburg estende questa vergogna – in un postscriptum 2025, al suo saggio del 2010 – alle vicende di Gaza negli ultimi due anni, cioè alla violentissima ritorsione israeliana al 7 ottobre 2023, data della orrenda strage di Hamas nel sud di Israele: momenti e fasi ricordate entrambe dall’autore come indelebili e spartiacque per tutti e per lui anche in quanto intellettuale ebreo diasporico.

L’intreccio 

Ma le riflessioni di Ginzburg si soffermano anche sulla “fragile libertà”, a partire da un libro, oggi dimenticato, del 1934 dello psicologo francese Wladimir Drabovitch, Fragilité de la liberté et séduction des dictatures. Oppure sulla centralità, per lui e per la cultura non solo letteraria del Novecento, di Marcel Proust (altro autore decisivo nell’itinerario intellettuale ed esistenziale dello storico) che viene individuato inaspettatamente come uno degli ispiratori del «paradigma indiziario», cioè, semplificando, il celebre metodo di Carlo Ginzburg, fondativo per la sua microstoria («tutti questi saggi seguono una pista aperta da un particolare, poi trasformato in un caso, molto spesso anomalo»).

In un intreccio tra letteratura e storia, indagine e narrazione, immaginazione e riscontro filologico, che ne hanno fatto – da ultimo per questo libro che vorrebbe essere anche complessivamente un’analisi storica e una critica del tema dell’“identità” (termine abusato, che Ginzburg rifugge) – uno dei maestri degli studi storici e del nostro tempo.

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