La corte d’appello di Milano ha ribadito che l’area a caldo è da chiudere. L’unica soluzione è accelerare sulla decarbonizzazione. Le ricadute sull’indotto e i 2.500 lavoratori a rischio. Meloni: «Taranto è uno dei file sui quali ci applichiamo di più». Senza risultati
La decisione assunta venerdì mattina dalla corte d’appello di Milano è, per quanto momentanea, a suo modo storica. I giudici meneghini hanno infatti confermato il blocco dell’intera area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto, respingendo l’istanza di sospensiva avanzata da Ilva spa e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Già ad agosto i commissari avevano presentato un ricorso in Cassazione contro il decreto emanato dal tribunale milanese il 27 luglio, che imponeva lo spegnimento dell’area «entro 90 giorni».
Lo stesso presidente di Federacciai (la Federazione delle imprese siderurgiche italiane), Antonio Gozzi, aveva espresso forte scetticismo sull’impugnazione del provvedimento, ipotizzando chiaramente «tempi molto lunghi». Resta quindi confermato il quadro delineato dalla magistratura, che ha fatto prevalere il diritto alla salute sull’attività d’impresa.
Esulta invece sui social l’associazione dei Genitori tarantini, promotrice dell’azione legale che aveva portato al riconoscimento del danno ambientale sia in primo grado sia in appello: «La vita umana dei tarantini ha vinto!». Ora il margine di manovra per l’esecutivo si restringe sempre di più. «Lavoriamo con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi», ha puntualizzato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ribadendo che quello dell’ex Ilva è «uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore».
I sindacati ricordano però che lo spegnimento degli altiforni è un’operazione quasi irreversibile: rimetterli in funzione richiede infatti tempi lunghi e costi enormi. Si tratta di uno scenario che l’ex Ilva attualmente non può permettersi, vista la perdita di circa 40 milioni di euro al mese e una capacità produttiva scesa da 8 a 2,5 milioni di tonnellate annue di acciaio.
L’indotto
Questa nuova pronuncia certifica in qualche modo la necessità – richiamata anche dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano – di accelerare sulla decarbonizzazione dell’impianto. Tuttavia, il tentativo del governo di tutelare gran parte dei posti di lavoro appare sempre più un’impresa titanica. La cessazione delle attività nell’area a caldo colpirà fin da subito l’indotto, già stremato dalla carenza di commesse e dai ritardi nei pagamenti.
Durante l’ultimo tavolo a palazzo Chigi del 8 settembre, l’Aigi (l’associazione che riunisce le imprese fornitrici e dell’appalto) ha ritirato i 2.500 licenziamenti annunciati dal presidente Nicola Convertino il 4 settembre come atto «doloroso» ma «inevitabile». Ciononostante, lo stop confermato dai giudici mina due dei tre criteri cardine fissati dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: la continuità industriale e la tenuta occupazionale.
Cordate e incognite
Gli altiforni dovranno essere gradualmente spenti a partire da fine settembre e il governo non sembra disporre di alternative immediate per evitare quella che le sigle sindacali definiscono una possibile «bomba sociale».
Dopo aver disertato l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo a Taranto, Urso è tornato sul dossier Ilva al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini, annunciando l’interesse di «un altro grande operatore europeo»: la società ceca CE Industries. L’azienda, tuttavia, opera principalmente nel salvataggio di imprese ferroviarie e nel riciclo, non nel settore siderurgico, ed è subito intervenuta tramite un portavoce per smentire l’indiscrezione. Al momento sul tavolo del ministero restano due offerte vincolanti (quelle di Jindal Steel e di Flacks Group) e una manifestazione di interesse da parte della cordata italiana guidata da Federacciai. Quest’ultima, formata da 15 aziende del settore, ha però già chiarito di non essere interessata all’area a caldo.
Si delinea così la prospettiva di una «mini-Ilva», fondata sul rilancio della sola area a freddo – ferma peraltro dal 2008 – destinata ad alimentare i forni elettrici dei complessi siderurgici del Nord. Si tratta di una prospettiva contestata dai sindacati confederali, che continuano a richiedere la salvaguardia di tutti i livelli occupazionali. Il Partito democratico, per bocca dell’ex ministro del Lavoro e responsabile Politiche industriali Andrea Orlando, attacca la gestione del dossier – definita «la peggiore crisi italiana» – da parte di Meloni: «Siamo noi ad aver presunto male pensando che se ne sarebbe occupata mettendo in gioco il peso del suo ruolo».
In realtà, l’unico provvedimento approvato dall’esecutivo prima della pausa estiva è stato il decreto licenziato assieme al decreto Energia nel Consiglio dei ministri del 26 agosto: una norma che consente alle società in amministrazione straordinaria gestrici di impianti strategici di prestare le garanzie ambientali solo su base annuale. Nel 1956, con la pubblicazione del primo Memorandum comunitario, si dava avvio al percorso istituzionale che avrebbe portato alla costituzione del quarto polo siderurgico di Taranto. Oggi, settant’anni dopo, con lo stop dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva, il ciclo siderurgico integrale in Italia rischia per la prima volta di venire meno.
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